Con la morte di Nerone si apre un periodo di torbidi: tra il 68 e il 69 d.C. si susseguono, veloci come fulmini, Galba, Otone, Vitellio e infine Vespasiano. La vittoria toccherà a quest’ultimo, cui spetterà mettere ordine in questo tempo di rivolgimenti e incominciare una nuova dinastia: i Flavi ( immagine di copertina ).

Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano sono tutti militari di professione, e non ci è possibile raccontare le vicissitudini delle loro guerre, che si svolgono lontane dal Territorio Portuense e solo marginalmente toccano Roma. Attenderemo dunque che questo tempo passi, sorseggiando un bicchiere di vino in un’antica locanda e raccontando l’umanità che vi ruota intorno.

Alla metà del I secolo d.C., nel fondovalle, la riorganizzazione della Via Campana e l’entrata in esercizio del nuovo tracciato della Via Portuensis imprimono a Pozzo Pantaleo una seconda vita, con funzioni prevalentemente commerciali, legate al transito dei viandanti, alla sosta e al ristoro. La funzione necropolare tuttavia non viene meno e convive con i nuovi manufatti sorti a servizio della strada.

L’antica Via Campana e la Via Portuensis procedevano unite dall’Isola Tiberina verso il mare e si separavano a Pozzo Pantaleo. La Portuensis passava più a monte con un percorso relativamente diretto; la Campana seguiva invece più da vicino le anse del Tevere. Le due direttrici tornavano poi a riunirsi verso Ponte Galeria.

All’origine di un insediamento umano non c’è sempre una pianificazione. A volte è il territorio stesso a determinarne la nascita: un nodo stradale extraurbano, con il suo continuo flusso di uomini e merci, porta con sé manufatti destinati all’accoglienza – una locanda, un piccolo impianto termale – e attorno a essi può formarsi una piccola ma tenace comunità. È il caso di Pozzo Pantaleo.

La cittadella occupava un’area compresa fra la moderna via Portuense, il viadotto di via Quirino Majorana, via della Magliana Antica e la ferrovia. Ancora oggi questo settore è un trafficato crocevia fra Portuense, Marconi, Magliana e Monteverde. Smog a parte, che è una specificità moderna, la funzione del luogo non deve essere stata troppo diversa: allora come oggi vi confluivano direttrici di grande traffico e percorsi locali.

Le antiche direttrici erano infatti una grande arteria fra Roma e il mare e un collegamento locale proveniente dalle pendici del Mons Aureus, l’odierno Monteverde, diretto verso il fondovalle e il Tevere.

Nella prima metà del I secolo d.C. Roma è ormai una metropoli e la vecchia direttrice campana non basta più a sostenere il traffico mercantile legato anche al nuovo porto di Claudio. Il sistema viario viene quindi ampliato e razionalizzato: accanto a tratti comuni compaiono percorsi più rapidi, destinati progressivamente a configurare la Via Portuensis diretta a Portus, che sarà poi ulteriormente sviluppata sotto Traiano.

I primi ritrovamenti documentati nell’area risalgono all’aprile del 1940, quando vengono intercettati un tratto di strada romana e, più in profondità, sarcofagi fittili frammentari, uno dei quali con bollo. Nel 1983 una nuova campagna archeologica permetterà finalmente di leggere con maggiore chiarezza il sistema antico ( Fig. 1 ).

Carri e viaggiatori scelgono la strada al bivio extraurbano di Pozzo Pantaleo.
FIG. 1 – IL BIVIO FRA DUE STRADE. A Pozzo Pantaleo, carri e viaggiatori scelgono fra la via che segue più da vicino le anse del Tevere e il tracciato diretto sulle alture. La stazione di sosta segna il nodo extraurbano: è un’immagine generata da AI con supervisione umana, costruita sui dati topografici disponibili

La mansio accoglie viaggiatori e organizza traffici lungo la strada

Nel 1947, poco distante, dopo alcuni sterri presso la raffineria Purfina emergono cinque stele funerarie appartenute a guardie scelte di Nerone, i cosiddetti Cippi dei Germani, oggi conservati al Museo Nazionale Romano. Nella stessa zona viene segnalato un settore cimiteriale con fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie.

Le indagini del 1983, avviate durante lavori dell’Acea su terreni allora appartenenti alla Italiana Petroli, riportano alla luce circa cinquanta metri di strada basolata, larga 5,20 metri e orientata nordovest-sudest.

La carreggiata conserva grandi basoli poligonali di lava leucitica e, per un tratto, la crepidine laterale. Il Bullettino della Commissione archeologica comunale identifica il tracciato come parte della Via Campana poco dopo il bivio dalla Portuense, anche se negli anni successivi non mancano interpretazioni alternative, legate al mancato ritrovamento materiale del punto esatto della biforcazione.

Accanto alla strada vengono riconosciuti ambienti in opera reticolata con pavimenti in mattoni e un sepolcro in opera laterizia. I risultati inducono la Soprintendenza a programmare campagne più estese nel 1985 e nel 1988.

Lo scavo del 1985 permette di riconoscere con maggiore chiarezza gli ambienti della locanda e alcune strutture funerarie. La mansio di Pozzo Pantaleo appare così come una sosta per i viandanti di età imperiale, dove è possibile rinfrescarsi, consumare un pasto, bere del vino, trovare ospitalità e probabilmente anche altri servizi legati alla permanenza dei viaggiatori.

Dopo molti anni le indagini sulla viabilità riprendono. Nel 2010, durante la realizzazione di un parcheggio interrato lungo via della Magliana Antica, si accerta che la prosecuzione attesa della Via Campana era stata precedentemente sbancata. Nel 2017 viene invece rimesso in luce un tratto della Via Portuensis, ravvicinato al percorso della strada moderna e per questo, dopo lo studio, nuovamente reinterrato ( Fig. 2 ).

Viaggiatori e addetti sostano presso una mansio lungo una strada basolata.
FIG. 2 – LA MANSIO DEI VIAGGIATORI. Presso la strada basolata, stallieri abbeverano le bestie, i viandanti mangiano sotto il portico e le merci vengono scaricate. La scena restituisce la mansio di Pozzo Pantaleo come luogo di ristoro, ospitalità e organizzazione dei traffici imperiali (ricostruzione AI supervisionata)

Acqua e terme rendono autonoma la cittadella dei viaggiatori

Un elemento specifico emerso dagli scavi è la complessità del sistema idraulico della cittadella. Gli ambienti affacciati sulla strada disponevano di circuiti separati per le acque pulite e per quelle reflue.

È documentata una vasca rivestita di malta idraulica, mentre l’approvvigionamento doveva avvalersi del vicino fosso Tiradiavoli, oggi prosciugato. Un pozzo assicurava probabilmente una riserva nei periodi di minore portata del torrente.

Le acque di scarico venivano invece allontanate attraverso cunicoli fognari e ricondotte verso il corso d’acqua.

La presenza contemporanea di approvvigionamento idrico, drenaggi, vasche, portici, strutture per il ristoro e impianto termale mostra come Pozzo Pantaleo non fosse una semplice stazione di passaggio, ma un piccolo sistema di servizi capace di rispondere a molte delle esigenze dei viaggiatori.

La campagna del 1988-1989 si concentra sulla parte settentrionale dell’area già esplorata e porta alla scoperta di un impianto termale.

Vengono individuati quattro ambienti in opera mista, rivestiti di cocciopesto e dotati di sistemi per lo scolo delle acque, oltre a un quinto ambiente solo parzialmente scavato, probabilmente absidato, con pavimento a mosaico bianco e nero.

Nel calidarium il pavimento era sostenuto da suspensuræ, piccoli pilastri fra i quali circolava l’aria calda prodotta dal præfurnium. Nelle pareti erano inseriti tubuli laterizi destinati alla medesima funzione. Un altro ambiente, riferibile al frigidarium o al tepidarium, conservava mosaici in bianco e nero con figurazioni mitologiche.

Gli spazi per gli spogliatoi e i massaggi non sono stati individuati, ma il sistema complessivo delle canalizzazioni mostra la complessità dell’impianto.

Una nuova campagna nel 2014 permette di recuperare ulteriori pavimenti e frammenti musivi e soprattutto di reinterpretare l’organizzazione delle terme. Il setacciamento delle terre restituisce numerosi spilloni in osso, spatole in avorio, cucchiaini per il trucco, il manico di uno specchio e contenitori per balsami: elementi che hanno suggerito l’esistenza di un settore femminile. Sul lato opposto della strada viene invece rinvenuto uno strigile in bronzo, associato alle pratiche igieniche maschili.

Ne deriva l’ipotesi di due settori distinti, maschile e femminile, disposti sui lati opposti della Via Campana.

Dagli stessi scavi riaffiora inoltre un cippo in travertino oggi conservato nel Drugstore Gallery. L’iscrizione, databile al tempo di Vespasiano, testimonia l’intervento dell’autorità imperiale per restituire alla pubblica fruizione un’area occupata da privati. La formula in sacrum restituit suggerisce inoltre la possibile presenza nelle vicinanze di un luogo di culto, del quale però non conosciamo né la divinità titolare né l’esatta posizione ( Fig. 3 ).

Lavoratori mantengono un impianto termale con vasca e suspensuræ presso la strada.
FIG. 3 – ACQUA E CALORE NELLE TERME. Accanto alla strada, addetti curano una vasca e gli ambienti riscaldati di un impianto termale. Le suspensuræ dell’ipocausto e le canalizzazioni mostrano in modo unitario la complessità tecnica dei servizi offerti ai viaggiatori di Pozzo Pantaleo (ricostruzione AI supervisionata)

Pozzo Pantaleo, Monteverde e Marconi: le necropoli lungo il Tevere

Nel 1996, durante lavori per la posa di cavi dell’alta tensione lungo la Via Portuense, vengono intercettate nuove strutture funerarie.

Fra queste spicca la cosiddetta Tomba di Petronia, caratterizzata da un pavimento musivo in tessere bianche e nere con motivi vegetali e animali. Nell’ordito del mosaico è inserita un’iscrizione funeraria in tessere di pasta vitrea, studiata successivamente da Tomei, con dedica agli dèi Mani posta dai genitori per la figlia Petronia.

La scoperta amplia in modo sostanziale il quadro della necropoli sviluppatasi lungo la Via Campana, mostrando come gli usi funerari abbiano continuato a occupare questo settore accanto alle altre funzioni del nodo stradale.

Le altre tombe rinvenute nel 1996 risultano disposte lungo l’asse della Via Campana e presentano tecniche costruttive differenti. Si incontrano strutture in laterizio e opus reticulatum, pavimenti in opus spicatum o mosaico e pareti decorate con intonaci dipinti e stucchi.

Le pratiche funerarie sono miste, con una forte presenza dell’incinerazione: nicchie, colombari e recinti esterni raccolgono le ceneri dei defunti, comprese quelle di servi e individui appartenenti ai ceti meno elevati.

Nel 1998 viene inoltre studiato un mausoleo circolare.

Più a nord, nell’area di Marconi, le indagini preventive effettuate fra il 2005 e il 2006 presso via Biolchini e lungotevere dei Papareschi individuano ulteriori testimonianze archeologiche. I saggi, condotti in alcuni punti fino a grande profondità, mostrano un paesaggio fortemente condizionato dalle esondazioni del Tevere, con zone depresse e impaludate.

Su un’altura naturale, già emergente rispetto al fondovalle nel I secolo d.C., si concentrano invece tracce di sfruttamento agricolo e una necropoli databile fra il I e il III secolo. Il quadro conferma la distribuzione degli spazi funerari sulle aree più asciutte e sopraelevate del territorio prossimo al fiume ( Fig. 4 ).

Famiglie depongono offerte in una necropoli sopraelevata presso la piana del Tevere.
FIG. 4 – LE NECROPOLI PRESSO IL TEVERE. Su un rialzo vicino alla piana del Tevere, famiglie depongono offerte tra sepolcri in laterizio e recinti funerari. La posizione traduce il rapporto fra morfologia e sepolture attestato lungo la Campana, a Monteverde e nell’area di Marconi (ricostruzione AI supervisionata)

In copertina:

Carri, viaggiatori, tombe e servizi animano il nodo fra Via Campana e Via Portuensis.
POZZO PANTALEO, CITTÀ DI PASSAGGIO. Nel I secolo d.C., il corridoio Campana-Portuensis accoglie carri, viaggiatori, sepolcri ed edifici di servizio. La veduta ricompone Pozzo Pantaleo, dove circolazione, sosta e pratiche funerarie convivono ai margini del fondovalle tiberino (ricostruzione AI supervisionata)


(articolo aggiornato il 3 Settembre 2026)