L’incendio si spegne, ma la crisi politica continua. La persecuzione dei cristiani, nata come risposta alla ricerca di un capro espiatorio, produce una memoria destinata a sopravvivere al regime che l’ha generata. È in questo passaggio che la cronaca neroniana incontra la tradizione apostolica ( immagine di copertina ).
La scena del «Domine, quo vadis?» appartiene alla tradizione cristiana, non a una cronaca contemporanea verificabile. Gli Atti apocrifi di Pietro raccontano che l’apostolo, spinto dalla comunità a lasciare Roma durante la persecuzione, incontra Cristo lungo la Via Appia. Alla domanda «Signore, dove vai?», la risposta annuncia un nuovo ingresso in città per essere crocifisso. Pietro comprende il significato del segno e torna indietro, accettando il martirio.
Il valore del racconto sta soprattutto nella memoria che costruisce: Roma non è un luogo dal quale il capo degli apostoli può fuggire nel momento della prova. La testimonianza deve essere portata fino in fondo. Le fonti storiche più antiche non narrano questo episodio, ma collegano Pietro a Roma e a una morte violenta sotto Nerone. Distinguere i due piani permette di conservare la forza della tradizione senza trasformarla in un verbale dei fatti: il «Quo vadis?» racconta come le comunità cristiane successive hanno interpretato il senso del ritorno e della morte di Pietro.
La via percorsa da Pietro nel racconto diventa a sua volta parte della topografia cristiana di Roma. Una tradizione nata per spiegare una scelta morale finisce per legarsi a un punto reale del paesaggio, mostrando come memoria religiosa e geografia urbana si costruiscano insieme ( Fig. 1 ).

Pietro e Paolo affrontano il martirio ai due margini della città
Le testimonianze antiche non consentono di fissare con certezza il giorno del martirio di Pietro. La tradizione più solida lo colloca però a Roma durante la persecuzione neroniana, fra il 64 e il 68 d.C. Treccani ricorda che molti storici propongono gli anni 64-65; Tertulliano associa la sua morte alla crocifissione. Fonti cristiane più tarde precisano il luogo nell’area vaticana, dove la memoria della sepoltura diventerà il centro di un culto destinato a crescere nei secoli.
Secondo la tradizione Pietro chiede di essere crocifisso con il capo rivolto verso il basso, ritenendosi indegno di morire nello stesso modo di Cristo. Questo dettaglio appartiene a una tradizione successiva e va mantenuto distinto dalle testimonianze più antiche. Più significativo sul piano storico è il radicamento precoce della memoria: fra II e III secolo autori cristiani indicano a Roma i «trofei» di Pietro e Paolo, cioè i luoghi venerati delle loro sepolture. La morte dell’apostolo diventa così parte della geografia religiosa della città imperiale.
La continuità del culto è il dato più forte: molto prima delle grandi basiliche costantiniane, la comunità romana riconosce un luogo legato all’apostolo. La monumentalizzazione successiva non crea la memoria dal nulla; la rende visibile su scala imperiale.
Anche Paolo viene collegato dalle testimonianze cristiane antiche a una morte violenta a Roma sotto Nerone. La sua condizione di cittadino romano alimenta la tradizione della decapitazione, pena considerata più compatibile con il suo status rispetto alla crocifissione. Eusebio di Cesarea, riprendendo memorie precedenti, riferirà che Paolo fu decapitato a Roma e Pietro crocifisso durante il regno neroniano. Il Vaticano ricorda questa tradizione come uno dei nuclei più antichi della memoria apostolica romana.
Il luogo viene posto lungo la Via Ostiense, fuori dal centro abitato. Anche qui la memoria funeraria precede la monumentalizzazione cristiana dei secoli successivi. Paolo, missionario delle comunità del Mediterraneo e autore di lettere destinate a diventare fondamentali per il cristianesimo, conclude così la propria biografia nella capitale dell’Impero. La tradizione mette volutamente accanto due morti differenti: Pietro sulla riva vaticana, Paolo lungo l’Ostiense. Due percorsi che convergono nella stessa città e trasformano Roma, centro del potere neroniano, in luogo della testimonianza apostolica.
La Via Ostiense, asse di collegamento verso il porto e il mare, assume così anche un valore religioso. Il luogo della sepoltura di Paolo diventerà uno dei grandi poli del pellegrinaggio romano, collegando il movimento delle merci e delle persone a una nuova geografia della fede.
La memoria di Pietro e Paolo si fissa presto in luoghi distinti. Pietro viene venerato presso il Vaticano; Paolo lungo la Via Ostiense.
Alla morte di Paolo si collega anche la tradizione delle Tre Fontane: dopo la decapitazione, la testa dell’apostolo avrebbe toccato tre volte il terreno facendo scaturire tre sorgenti. È un racconto devozionale e non una notizia documentabile del I secolo, ma ha avuto una forza topografica duratura. Proprio la distinzione tra memoria storica e tradizione consente di leggere questi luoghi senza impoverirli. La persecuzione neroniana appartiene alla storia di Roma; i racconti del «Quo vadis?» e delle Tre Fontane mostrano invece come quella storia è stata reinterpretata, localizzata e trasmessa dalle comunità cristiane nei secoli successivi.
Nel giro di pochi secoli questi punti diventano stazioni di una Roma cristiana sovrapposta alla città imperiale. Il paesaggio cambia funzione senza perdere la memoria precedente: strade consolari, necropoli e suburbio forniscono gli spazi nei quali la nuova religione radica i propri racconti ( Fig. 2 ).

Congiure, Seneca e guardie germaniche: Nerone resta sempre più solo
Negli anni successivi al 64 il consenso intorno a Nerone si restringe. Seneca si allontana dalla vita politica; nel 65 la congiura di Pisone mostra quanto l’opposizione sia ormai penetrata nell’aristocrazia e negli ambienti di corte. La repressione colpisce senatori, cavalieri e intellettuali, e il principato perde progressivamente i mediatori che ne avevano accompagnato gli inizi.
Seneca si era già progressivamente ritirato dalla vita politica dopo la morte di Burro. Nel 65, coinvolto nelle conseguenze della congiura di Pisone, riceve da Nerone l’ordine di togliersi la vita. Con la scomparsa del vecchio precettore viene meno uno degli ultimi uomini che avevano mediato fra il principe, il Senato e l’eredità del quinquennio felice.
Nel 1947 l’area della fabbrica ex Purfina sulla Via Portuense ha restituito un sepolcreto di custodes, di cui ci sono pervenuti cinque cippi funerari. Eguali per dimensioni (ciascuna di esse misura due metri, con la sommità stondata), soltanto tre di essi sono integri e hanno epigrafi leggibili. Essi ci tramandano i nomi di tre di questi soldati: Indo, Gamone e Fannio, appartenenti a decurie diverse.
Nella decuria i vincoli sono assimilabili ad una parentela di sangue. Si entrava in una decuria per “cooptazione”, cioè una speciale “adozione” di un nuovo fratello per voto unanime degli altri nove. La decuria prevedeva obblighi di solidarietà patrimoniale (ad esempio per i debiti contratti da uno dei fratelli) e obblighi di assistenza materiale (ad esempio in caso di infermità). Le spese di sepoltura invece non facevano capo alla decuria ma all’intera coorte.
Ogni cippo funerario nell’epigrafe cita il nome del milite, la sua decuria e il fratello d’armi che ne diviene erede, e reca la sobria decorazione di una corona di foglie, a rappresentare a tutti la valorosa condotta marziale. Dalle epigrafi apprendiamo che Fannio è il più giovane e muore all’età di appena 17 anni; egli appartiene alla famiglia d’armi di Cotino. Indo è il più grande di età ma conobbe anch’egli la morte ad un’età non certo anziana, a 35 anni. La sua epigrafe così recita: “Indo, straniero di condizione libera, guardia imperiale della decuria di Secondo, è morto a 35 anni e qui giace. Il fratello d’armi Eumene diviene suo erede e pone questa lapide”.
È interessante notare che non tutti i Corpores custodes restano fedeli all’imperatore fino alla fine. Giovanni di Antiochia e Flavio Giuseppe collegano militari germanici alla crisi che conduce alla caduta di Nerone; Svetonio ricorda poi che Galba, temendo quella guardia legata al predecessore, scioglie la coorte e la rimanda in patria. Le epigrafi della Portuense acquistano così una seconda funzione narrativa: non raccontano soltanto chi erano quei soldati, ma accompagnano il progressivo isolamento del princeps ( Fig. 3 ).

Rivolte e abbandoni: nel 68 d.C. muore Nerone e finisce la dinastia
Nel 68 d.C. la crisi raggiunge le province. In Gallia Giulio Vindice si ribella; in Hispania il governatore Servio Sulpicio Galba viene proclamato imperatore dalle sue truppe. Le adesioni si moltiplicano e Roma comprende che l’autorità di Nerone non è più garantita dagli eserciti.
Quando anche i pretoriani lo abbandonano e il Senato lo dichiara nemico pubblico, Nerone fugge dalla città. Il 9 giugno del 68 si rifugia nella villa del liberto Faonte, fuori Roma, e si toglie la vita mentre gli uomini inviati ad arrestarlo si avvicinano.
Con la morte di Nerone si estingue la dinastia giulio-claudia. Il Principato sopravvive al suo ultimo erede, ma perde la continuità dinastica costruita da Augusto: il 68 apre una nuova guerra per il potere, quella che il Libro successivo incontrerà con l’anno dei quattro imperatori ( Fig. 4 ).

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(articolo aggiornato il 3 Settembre 2026)



