Roma chiede grano e legno, ma vuole anche tufo e pozzolana. Le colline del Portuense vengono così aggredite attraverso sbancamenti a gradoni e trafori in galleria ( immagine di copertina ).
Dal sottosuolo di Monteverde e Portuense si ricava il tufo rosso lionato; nella Magliana è diffuso invece il più economico cappellaccio grigio-bruno. Procedendo verso il mare aumentano le estrazioni di ghiaia e sabbia.
Una delle cave più importanti si trova presso il bivio fra Campana e Portuensis. Sull’odierna via Riccardo Bianchi sopravviveva un grande ambiente ipogeo ricordato nel Settecento dall’agrimensore Eschinardi come «una gran spelonca» ritenuta anticamente un ergastolo per schiavi.
La collina era utilizzata già in età repubblicana per un’intensa attività estrattiva. Il tufo rosso lionato veniva cavato sia attraverso gallerie sia mediante grandi tagli a cielo aperto, le latomie, che dovevano conferire al paesaggio un aspetto impressionante di pareti nude e gradoni artificiali.
All’inizio dell’età imperiale l’attività estrattiva sembra progressivamente diminuire e parte degli spazi sotterranei comincia a essere riutilizzata anche per fini funerari.
Il materiale estratto era particolarmente friabile e ricco di venature e veniva impiegato soprattutto in scaglie e polveri, anche per la produzione di pozzolana. Del sistema di cava rimangono porzioni marginali, fra cui il cosiddetto grottone di via Bianchi e alcuni tratti di gallerie inclinate.
Eschinardi interpreta il grande ambiente ipogeo come un ergastolum, cioè un luogo di reclusione per gli schiavi impiegati nelle cave.
La loro condizione doveva essere durissima: uomini ridotti in schiavitù o condannati erano costretti al lavoro di estrazione, spesso incatenati e sottoposti a rigida sorveglianza. Il ciclo di lavoro sotterraneo poteva rendere quasi indistinguibili il giorno e la notte.
Al Museo Nazionale Romano sono conservati collari in ferro provenienti dall’area portuense, con iscrizioni che, con poche varianti, intimano a chiunque incontri lo schiavo fuggitivo di fermarlo e ricondurlo al padrone.
Nei primi anni Duemila, durante lo studio della vicina Necropoli di Atilia, vengono inoltre individuati tratti di una galleria rettilinea scavata nel tufo, con pendenza costante. Il cosiddetto “pozzo obliquo” è stato interpretato come una rampa per il trasporto dei materiali dalla cava verso la sottostante Via Portuensis. Prolungandone idealmente l’asse, il suo sbocco potrebbe essere collocato nell’area dell’attuale Drugstore, fra le tombe D e C.
Anche il toponimo Mons Aureus, all’origine del moderno Monteverde, conserva memoria del paesaggio minerario. Le colline a sud-ovest del Gianicolo erano interessate da cave di tufo litoide giallastro che, esponendo grandi superfici di roccia, avrebbero contribuito all’immagine di un “monte d’oro”. In epoche successive il nome Montedoro sarà progressivamente sostituito da Monteverde ( Fig. 1 ).

Una feroce attività estrattiva: le cave del Trullo e Ad Sextum
In età romana questo settore collinare è frequentato soprattutto per le attività estrattive. La viabilità principale è affidata a un diverticolo della Via Portuensis, convenzionalmente indicato dagli archeologi come “Via di Monteverde”, e alla Via Vitellia, collegamento fra il Gianicolo, la Via Aurelia e la costa.
Il Mons Aureus antico comprendeva un territorio molto più vasto dell’odierno quartiere: dagli Orti di Cesare si estendeva nel settore compreso fra Via Portuensis e Via Vitellia e includeva aree in seguito occupate dalle catacombe di San Ponziano, San Pancrazio e da complessi funerari della comunità ebraica.
Più a sud, al VI miglio della Campana, si trovava la cava indicata come Ad Sextum Philippi. Con il progressivo esaurimento della vena di cappellaccio, gli spazi sotterranei vengono riutilizzati per fini funerari. Nel corso dei secoli la trasformazione condurrà alla formazione del complesso cristiano delle Catacombe di Generosa ( Fig. 2 ).

Comunità, acquedotto e sepolcreti: il sottosuolo cambia funzione
Si ha notizia di una catacomba ebraica situata grossomodo alle spalle dell’odierna via Oderisi da Gubbio. Il complesso era noto già nel Seicento e sarebbe franato nel 1864, risultando da allora perduto.
Un’altra testimonianza importante riguarda l’Acquedotto Portuense. Fra il 2005 e il 2010, durante le ricerche sulla Fattoria delle Moratelle, l’équipe archeologica diretta da Paolo Grazia individua presso via Canevazzi un secondo tratto della conduttura, nei pressi dell’incrocio con via della Pisana.
Le strutture idrauliche sono state seguite per circa 83 metri, con andamento nord-sud lungo il banco arenario. La tecnica costruttiva differisce da quella osservata in altri settori dell’acquedotto: il canale viene ricavato mediante un taglio nel banco naturale, con murature in opera quasi-reticolata e copertura alla cappuccina, senza necessità di pilastri.
In alcuni punti la conduttura è protetta da una struttura voltata. Le murature presentano sia blocchetti disposti in filari inclinati sia corsi regolari di laterizi, con nucleo cementizio. Le diverse fasi costruttive sono databili fra il II e il IV secolo d.C.
Nel settore dell’Acquedotto Portuense sono documentati già in antico episodi di dissesto, testimoniati da restauri, rifacimenti e dall’aggiunta di contrafforti in opera laterizia. Un tratto di circa quattro metri risulta inoltre distrutto nel 1943 per la realizzazione di un bunker, probabilmente collegato al sistema difensivo di Ponte Galeria.
Le indagini sistematiche del 1985 a Pozzo Pantaleo mettono in luce, accanto agli ambienti già riconosciuti lungo la Via Campana, strutture pertinenti a differenti fasi funerarie. Viene individuato un secondo ambiente comunicante con quello precedentemente scavato, anch’esso interpretato come funerario ma probabilmente interessato da più fasi di utilizzo. Entrambi gli ambienti presentano cunicoli fognari sotterranei.
Questi elementi confermano la lunga compresenza, nell’area, di funzioni stradali, produttive, ricettive e funerarie ( Fig. 3 ).

Dentro la cava di Montecucco: l’ipogeo di Orfeo e l’età di Nerva
Questo luogo è ancora oggi accessibile grazie all’impegno di un nucleo di volontari. L’ingresso conduce nella cosiddetta Spelonca magna, interpretata come possibile antico ergastolo.
Un diverticolo porta a un ipogeo quadrangolare con letto funerario e nicchie destinate alle urne. Un secondo ambiente, rettangolare, sarà trasformato durante la fase cristiana in cripta martiriale.
Gli ipogei sono preceduti da un arcosolio con un affresco che richiama il mito di Orfeo. Dopo la morte di Euridice, Orfeo discende nell’Ade deciso a riportarla con sé. La sua musica doma le potenze infernali e gli permette di ritrovare l’amata, ma il tentativo fallisce quando, contravvenendo alla condizione impostagli, si volta a guardarla: Euridice svanisce nuovamente nel regno dei morti.
La breve stagione dell’imperatore Nerva preannuncia intanto un lungo periodo di prosperità: quello di Traiano ( Fig. 4 ).

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(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)



