Di pari passo Claudio restaura la Via Campana, semplificandone il tracciato con alcune scorciatoie. Una di queste scorciatoie – un tracciato rettilineo, complanare alla Campana – è destinato a diventare una nuova via: la Via Portuensis. È una carreggiata a scorrimento veloce, che taglia in due la Silva Mœsia, puntando dritto al porto marino ( immagine di copertina ).

Le due direttrici – la vecchia Campana e la nuova Portuensis – costituiscono un unico asse viario, il cui tracciato a tratti coincide e a tratti si sdoppia. Le due strade procedono unite fino all’attuale via Quirino Maiorana; poi la Campana scende a valle costeggiando i sinuosi meandri del Tevere, mentre la Portuense tira dritto a monte; le due strade si ritrovano a Ponte Galeria e procedono unite fino a Portus.

Eppure, alla metà del I secolo d.C., la Via Campana non basta più a soddisfare i traffici diretti a Roma, intasata dal traffico pesante dei carri trainati da buoi, carichi di sale e merci di ogni genere dirette a una metropoli che conta ormai un milione di abitanti. La via è congestionata da continui e litigiosi ingorghi, che non devono essere molto diversi da quelli attuali. L’imperatore Claudio decide così di decongestionare la situazione, che si originava sin dal porto di Ostia, avviando la costruzione di un secondo bacino portuale, disponendolo più a nord, a ridosso delle Saline alla foce del Tevere.

Per la Via Campana inizia così una seconda vita, che gli studiosi chiamano fase di monumentalizzazione della Via Campana. Il saggio Imperatore Claudio avvia due distinti cantieri: crea una breve bretella di raccordo tra la Via Campana e il nuovo porto marino; e una lunga bretella interna tra Ponte Galeria e Pozzo Pantaleo. La bretella verso il mare non richiede grandi lavori, perché il suo tracciato esiste già almeno dal IV secolo a.C.: nel 1973 gli archeologi ne hanno trovato un tratto al moderno km 19,700 della Portuense, in località Tempio di Portuno. Per Claudio si tratta solo di ammodernarla.

La bretella interna è invece la parte più impegnativa dell’intervento, perché si tratta di costruire una strada completamente nuova, un lungo rettilineo realizzato abbattendo gli alberi della Silva Mœsia, l’intricata foresta mediana tra Roma e il mare. La bretella si distacca dalla Via Campana al XIV miglio, in località Chiesuola di Ponte Galeria, e si riunisce alla Campana al II miglio, in località Pozzo Pantaleo, tagliando così con una linea retta di sole 6 miglia romane le alture portuensi, ed evitando i meandri tortuosi del Tevere, che misurano invece 12 miglia.

Questi interventi hanno lo scopo di separare i flussi di traffico in maniera ingegnosa, cioè in base al volume di carico: il traffico pesante in entrata a Roma continua a seguire il vecchio tracciato lungo il fiume, mentre quello leggero, così come tutto il flusso di ritorno (cioè i carri alleggeriti dei pesanti carichi) segue invece la nuova bretella veloce nell’entroterra ( Fig. 1 ).

Agrimensori e operai romani lavorano alla nuova Via Portuensis in età claudiana.
FIG. 1 – IL CANTIERE DELLA PORTUENSIS. Agrimensori e operai romani regolarizzano il corridoio viario sulla riva destra del Tevere, mentre i carri attendono lungo un tratto rurale. La scena restituisce il lavoro necessario per collegare la Campana al nuovo porto di Claudio (ricostruzione AI supervisionata)

Sepolcri, miglia e memorie ricostruiscono il tracciato della Portuensis

Lo studioso Antonio Nibby, che visita il sito nel 1827, riporta che allora, sulla riva di Magliana in prossimità delle darsene, è ancora visibile un monumento sepolcrale a forma di piramide, simile nella forma alla Piramide Cestia, anche se di minori dimensioni. Nibby è anche un topografo, e le sue narrazioni sono ancora oggi fondamentali per riconoscere l’esatta collocazione dei luoghi. Così Nibby annota: “Dopo Pozzo Pantaleo la Via Portuense raggiungeva la sponda del fiume, poco prima di Santa Passera, e percia distaccàvasi un poco a sinistra dell’andamento della Strada della Manliana, poiché se ne vedono patenti le tracce ed un magnifico monumento sepolcrale in forma di piramide, già rivestita di massi di marmo. Rimane ancora quasi incentro a S. Paolo”.

La “magnifica piramide” è stata indagata per la prima volta dallo studioso secentesco Pietro Santi Bartoli (1635-1700), che descrive lo scavo al paragrafo 66 delle sue Memorie di varie escavazioni fatte a Roma e nei luoghi suburbani. Al tempo di Nibby il sepolcro è stato ormai spogliato dei marmi di copertura e ha ormai l’aspetto di un “masso” disadorno. Ma riporta Nibby che su di esso, un secolo e mezzo prima, Bartoli rinviene “gran pezzi di marmo, intagli, trofei e festoni”. Uno di questi blocchi marmorei, decorato con bucrani e festoni, è probabilmente ancora oggi presente tra la chiesina di Santa Passera e la fermata del bus, sebbene degradato al ruolo di seduta per quanti attendo il mezzo pubblico. Riferisce Nibby che la maggior parte dei pezzi sono trasportati nel giardino del Quirinale, per abbellirlo. Essi devono essere quindi pezzi di una certa importanza. Poi evidentemente i Papi si stufano di quelle decorazioni, che “furono dipoi per la maggior parte mandate in Campo Vaccino per essere vendute agli scalpellini”, cioè destinate riutilizzate dai marmorai. Di questo antico sepolcro oggi non rimane più nulla.

Anni dopo, e precisamente nel 1849 in occasione della pubblicazione della Carta dei Dintorni di Roma, Nibby ha tuttavia un ripensamento, e ritiene più plausibile che la piramide coincida in riva destra con un settore necropolare del borgo, mentre il settore portuale è probabilmente un po’ più a sud, e in riva sinistra, di fronte a Pian Due torri, presso quello che a metà Ottocento è ancora un punto di imbarco, destinato al carico delle polveri di pozzolana: “Le tre miglia dalla Porta antica assegnate come distanza del Vico di Alessandro coincidono precisamente poco dopo il Caricatore della pozzolana, e percia sono certo che quel vico è in questo punto. Questo vico è situato in luogo opportuno giacché trovàvasi al bivio dove la Laurentina diramava a sinistra dalla Ostiense e presso ad un porto o, per meglio dire, approdo naturale del fiume”.

Non c’è però contraddizione nelle affermazioni di Nibby, perché in antico come oggi, i porti fluviali sono solitamente assai estesi in lunghezza, e hanno più punti di carico e scarico su entrambe le rive. Anzi, una delle ragioni per cui le fonti sul Vicus Alexandri sono così avare, è proprio per il fatto che in antico esso non è percepito come un porto autonomo rispetto a quello dell’Emporio di Testaccio ma tutta l’area rivierasca a sud dell’Emporio è considerata “buona” per l’attracco delle imbarcazioni.

Dopo aver descritto le quattro porte e il loro circondario, ci sembra un doveroso riconoscimento citare i calcoli che fa il professor Nibby sulla lunghezza complessiva della via. Nibby, dopo aver collocato le porte nello spazio e nel tempo, è riuscito a calcolarne la lunghezza con sorprendente precisione: 16 miglia. Un miglio romano equivale a 1471 metri attuali, cioè poco meno di un chilometro e mezzo. La parola “miglio” deriva del resto da “milia passuum”, cioè mille passi, dove il “passo” romano equivale a un metro e 47 centimetri. Viene subito da chiedersi se i Romani, che notoriamente non sono degli spilungoni, potessero avere un passo così lungo. La risposta è certamente no, e i Romani utilizzano il passo doppio, escludendo cioè dal calcolo i movimenti del piede sinistro: un passo è la distanza tra due appoggi successivi del piede destro: per contare una distanza, un antico romano, da fermo, avanzava col piede sinistro con la gamba aperta alla massima estensione, quindi ripeteva l’operazione col destro, e all’appoggio del destro contava “uno”; poi avanzava col sinistro e al nuovo appoggio del destro contava “due”, poi tre, quattro ecc. È un metodo empirico, che fornisce risultati diversi a seconda della persona che conta ma se a contare è la stessa persona questo metodo dà risultati abbastanza affidabili.

Ragionando su metodi empirici ma collaudati come questo, Nibby può così riconoscere la correttezza dei calcoli di Procopio di Cesarea, che nel De Bello Gothico (I, 26), indica la lunghezza della Portuense in 126 “stadi”. Lo stadio è un’altra unità di misura dell’Antichità, che equivaleva a 185 metri. Qualche rapido conto, tenendo presente che Procopio parte dalla Porta Onoriana, e si arriva grossomodo a 15 miglia e ¾. ciò permette a Nibby di affermare che fra la Porta Antica e la Porta Onoriana c’è grossomodo una distanza di 400 metri, cioè ¼ di miglio.

Al tempo in cui Nibby scrive (nel 1827) la Via Portuense è stata appena rimessa a nuovo (1822) e se ne conosceva l’esatta lunghezza all’epoca, di 14 miglia e ½: mancava quindi all’appello circa un miglio e mezzo di strada, che nel tempo è andata persa. Nibby per primo intuisce un fenomeno ricorrente. E cioè che nel tempo il tracciato delle strade migliora e si semplifica, riducendosi:

Oggi si contano circa 14 miglia e ½ dalla Porta Portese a Porto; la differenza di un miglio e mezzo fra 1’antica e moderna misura, facilmente comprèndesi, riflettendo, che la porta attuale è più avanti dell’antica, che la strada non lambisce la falda de’ monti ma ne traversa il dorso, e che le antiche miglia sono alle moderne come 1471 a 1489, cioè che sono minori di metri 18. La piccola differenza della lunghezza maggiore dell’antica strada è ben compensata dal commodo; poiché mentre essa va sempre in piano, meno la leggiera salita della lacinia del monte che chiamano della Pica, e costeggiando il Tevere è di una amenità ridente; l’altra pel tratto di otto miglia sale e discende sette volte, traversa una macchia, e, trovandosi chiusa entro valli, è di una stucchevole monotonia ( Fig. 2 ).

Antonio Nibby rileva resti sepolcrali e tracce stradali lungo la Portuense nel 1827.
FIG. 2 – NIBBY SUL TRACCIATO ANTICO. Nel 1827 l’antiquario-topografo osserva resti sepolcrali e tracce della strada rurale, prendendo misure e appunti. Monumenti, distanze e memoria dei luoghi diventano gli indizi con cui ricostruire nel tempo la Via Portuensis scomparsa (ricostruzione AI supervisionata)

Da Claudio a Nerone: il porto passa a una nuova generazione

Mentre i cantieri di Claudio ridisegnano il corridoio fra Roma e il mare, cambia anche la geografia della successione. Agrippina Minore, divenuta moglie dell’imperatore, porta a corte il figlio Lucio Domizio Enobarbo: nel 50 d.C. Claudio lo adotta e il ragazzo assume il nome di Nerone.

Negli anni successivi Nerone viene spinto sempre più avanti nella gerarchia dinastica: riceve precocemente la toga virile e nel 53 d.C. sposa Claudia Ottavia, figlia di Claudio. La nuova Portuensis sta entrando nel paesaggio proprio mentre, accanto al cantiere del porto, prende forma il giovane erede che presto ne riceverà il controllo.

Nell’ottobre del 54 d.C. Claudio muore e il diciassettenne Nerone gli succede. I primi anni del nuovo principato saranno ricordati come il Quinquennio felix: una stagione in cui Seneca e Burro orientano il governo, mentre il giovane imperatore cerca il consenso della plebe e del Senato.

Nei primi anni il governo cerca un equilibrio fra principe e Senato. Seneca, già precettore di Nerone, e il prefetto del pretorio Afranio Burro esercitano una forte influenza sul giovane imperatore; le fonti ricordano questa fase come il quinquennium Neronis, il quinquennio felice, segnato da un’amministrazione relativamente stabile e da una politica inizialmente rispettosa dell’autorità senatoria.

Il sistema, tuttavia, contiene già una tensione che diventerà decisiva. Agrippina pretende di conservare un ruolo nella direzione del principato e nel 55 lo scontro con il figlio si fa aperto, mentre Britannico scompare dalla successione. Per alcuni anni l’equilibrio retto da Seneca e Burro continua a funzionare; sullo sfondo, i grandi cantieri ereditati da Claudio proseguono senza interruzione ( Fig. 3 ).

Un corriere annuncia a Portus la successione da Claudio a Nerone nel 54 d.C.
FIG. 3 – LA SUCCESSIONE ARRIVA A PORTUS. Nel 54 d.C. operai e funzionari del porto interrompono il lavoro mentre un corriere reca la notizia della morte di Claudio e dell’ascesa di Nerone. Il cantiere ancora incompleto lega il passaggio dinastico alla continuità delle opere (ricostruzione AI supervisionata)

Nerone completa Portus: Quinquennio felix, Cæsareum e memoria

Alla morte di Claudio, Nerone eredita un cantiere già avanzato. Durante i primi anni del nuovo principato i lavori proseguono e il complesso entra progressivamente in funzione con il nome di Portus Augusti, affiancandosi allo scalo fluviale di Ostia e rafforzando l’organizzazione degli approvvigionamenti e delle merci destinate a Roma. La continuità dell’opera consente al giovane princeps di presentarsi come colui che porta a compimento un’infrastruttura decisiva ricevuta dal predecessore.

L’imponente infrastruttura assicurava un bacino tranquillo dove effettuare senza pericolo lo scarico delle merci dalle grandi navi onerarie che giungono qui da tutto il Mediterraneo e il loro trasbordo sulle imbarcazioni fluviali (naves caudicariæ) adatte alla risalita del Tevere fino a Roma.

Almeno due canali artificiali (le fossæ ricordate da un’iscrizione del 46 d.C.) assicurano il collegamento tra il mare, il porto di Claudio e il Tevere.

Il porto che Nerone riceve da Claudio è dunque un’opera già impostata ma ancora in crescita. Nel corso del nuovo regno moli, canali e servizi entrano progressivamente in funzione: la continuità del cantiere rende visibile, sul litorale, il passaggio senza cesure fra i due principati.

La continuità non riguarda soltanto il porto. Nerone entra nel sistema religioso rifondato da Augusto e frequentato da Claudio: anche lui è membro dei Fratres Arvales e il santuario della Magliana diventa uno dei luoghi in cui il nuovo princeps si inserisce nella genealogia sacra degli imperatori.

Claudio sosta spesso alla Magliana, dove ricopre con solerzia la carica di magister del Collegio arvalico. Alla sua morte (54 d.C.) i Romani gli riserveranno onori divini celebrandolo nel Lucus con un nuovo edificio, il Cæsareum, il tempio dei Divi Cesari, oggi perduto.

Nel santuario arvalico si trovano anche un piccolo circo, nel quale si disputano giochi sportivi. Esso è nominato più volte dagli Acta ma non è stato individuato archeologicamente: probabilmente si tratta di poco più che un campo sterrato.

Vi sono inoltre degli edifici civili, con grandi camerate ad uso di foresteria per i sacerdoti Arvali, che negli Acta sono nominati come “Papiliones” (padiglioni).

Il Cæsareum (o Ædes Divum, cioè Tempio dei Divi Cesari) è uno dei templi minori del Santuario degli Arvali, dedicato al culto degli imperatori divinizzati.

Peruzzi riferisce inoltre il ritrovamento di un basamento rettangolare, tra il Tempio di Dia e le Terme, ritenendola una riedificazione del Tetrastylum in epoca antoniniana (“sic restauratum ab Antonino”). Tale base appartiene però con probabilità maggiore al Cæsareum.

Il Cæsareum è riconosciuto e individuato a più riprese già dal Quattrocento. L’umanista Peruzzi è il primo a fornirne una descrizione. Il sacello misura metri 6,20 × 4,40, con quattro colonne alle estremità, pareti ricoperte di travertino e il lato posteriore absidato. Lo studioso Merchiorri nel secolo scorso raggiunse conclusioni simili. All’interno del Cæsareum si trovano nove busti di imperatori arvali, documentati dal Peruzzi. Le statue sono oggi conservate ai Musei Vaticani, nel British Museum, il Louvre e il Castello di Ecouen (Parigi).

Attraverso le lastre epigrafiche degli Arvali è oggi possibile ricostruire quali imperatori, tra i successori di Augusto, ricoprirono il ruolo di Magister Fratrum Arvalium e, in molti casi, se essi si recano personalmente alla Magliana.

Si sa ad esempio che sono arvali, e svolsero con zelo il loro compito sia Tiberio, che Claudio, che Nerone. Di questi tre imperatori sono attestate visite alla Magliana in cui presiedettero alle celebrazioni.

A questo punto il racconto può permettersi una digressione di quasi duemila anni. Che cosa rimane oggi del Portus claudio-neroniano e come l’antico porto continua a strutturare il paesaggio di Fiumicino? Il bacino di Claudio, i canali e il rapporto con il Tevere collegano ancora il porto antico alla geografia contemporanea; il mare, nel frattempo, si trova a circa tre chilometri dal centro portuale antico.

Le fondazioni del molo destro, o settentrionale, sono ancor oggi visibili alle spalle del Museo delle Navi per un’estensione di circa un chilometro verso occidente. Sulla banchina che delimitava il bacino portuale verso terra sono visitabili alcune delle strutture funzionali pertinenti al porto: la cosiddetta Capitaneria, una cisterna e degli edifici termali, tutti realizzati però in un’epoca posteriore, nel II secolo d.C., rispetto all’impianto di Claudio.

Poco più a sud, sull’Isola Sacra, la Necropoli di Porto conserva oltre duecento edifici funerari sviluppati lungo la via Flavia fra la fine del I e il IV secolo d.C. Le iscrizioni e le raffigurazioni delle tombe restituiscono commercianti, liberti, artigiani e mestieri legati alla società di Portus. La grande infrastruttura portuale acquista così una dimensione umana, fatta delle persone che vivevano e lavoravano intorno ai bacini e ai canali.

La coda contemporanea si arresta qui: ciò che interessa è riconoscere nel paesaggio odierno le tracce del sistema nato con Claudio e sviluppato sotto Nerone. Le trasformazioni propriamente traianee appartengono invece alla fase successiva della storia di Portus ( Fig. 4 ).

Il porto di Claudio opera sotto Nerone con moli, faro, navi e lavoratori.
FIG. 4 – PORTUS SOTTO NERONE. Moli curvi, faro, navi onerarie, battelli fluviali e squadre di lavoratori mostrano il porto claudiano ormai operativo nel 64 d.C. Le merci passano dal mare al Tevere e l’infrastruttura ereditata da Claudio sostiene l’approvvigionamento di Roma (ricostruzione AI supervisionata)

In copertina:

Carri, animali da soma e viaggiatori percorrono la Via Portuensis verso il porto claudiano.
VIA PORTUENSIS E PORTUS. Carri, animali da soma e viaggiatori avanzano lungo la strada verso il grande bacino marittimo, fra tombe suburbane e paesaggio costiero. L’immagine riassume la nuova relazione costruita nel I secolo d.C. fra Roma, il Tevere e il porto di Claudio e Nerone (ricostruzione AI supervisionata)


(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)