Dopo Generosa, la Via Portuensis conserva un altro culto antico: Felice e Adautto. Le fonti liturgiche li ricordano insieme e fissano la loro festa al 30 agosto. Felice appare come presbitero romano; Adautto porta già nel nome latino, adauctus, l’idea di colui che si aggiunge, perché la Passio lo presenta come lo sconosciuto che, vedendo Felice condotto al supplizio, sceglie di condividerne la sorte ( immagine di copertina ).

La scena vive proprio della sua semplicità. Felice viene portato alla morte; un uomo nella folla dichiara la propria fede e si unisce a lui. Il nome personale scompare dietro il gesto e il compagno diventa Adautto. Le versioni successive arricchiscono il racconto di cortei, soldati e dettagli del supplizio, ma la memoria liturgica conserva soprattutto questa coppia improvvisa: due uomini uniti nel momento estremo.

Adautto finisce così per funzionare quasi come un nome nato dall’azione. L’anonimo acquista identità nel momento stesso in cui decide di aggiungersi a Felice: non viene ricordato per famiglia, mestiere o provenienza, ma per il passo con cui entra nel martirio. La forza della coppia sta anche qui, nella sproporzione fra la scarsità dei dati biografici e la nettezza di un gesto che attraversa i secoli.

Il culto di Felice diventa abbastanza importante da disegnare una propria geografia funeraria lungo la Via Portuensis e, col tempo, da intrecciarsi con altri Felici ricordati dalle fonti. Adautto resta più sfuggente, ma la sua figura di compagno sopraggiunto rende ancora più riconoscibile il martirio condiviso. Insieme, i due nomi diventano il centro di una memoria capace di sopravvivere anche alla perdita materiale del santuario.

Il 30 agosto rimane la data della loro festa; la tradizione li colloca nel tempo della persecuzione dioclezianea. Sul territorio, però, il segno più tenace è un nome di luogo: un cimitero dedicato a Felice, ricordato dagli itinerari e cercato dagli archeologi per secoli. Il martirio lascia così un’assenza concreta, quella di un santuario noto alle fonti e quasi cancellato dal paesaggio.

Il Coemeterium ad Sanctum Felicem diventa uno dei grandi luoghi perduti della Portuensis cristiana. Il culto è antico e riconoscibile; molto più difficile è ritrovare sul terreno il punto esatto in cui la memoria di Felice e Adautto si trasformò in sepoltura venerata e in meta di pellegrinaggio ( Fig. 1 ).

Fedeli pregano presso due tombe venerate associate al culto di Felice e Adautto lungo la Portuensis.
FIG. 1 – FELICE E ADAUTTO. Due tombe venerate, poste una accanto all’altra in un modesto cimitero portuense, ricevono preghiere e offerte da un piccolo gruppo di fedeli. La scena richiama l’antico culto della coppia senza trasformare in fatto ogni dettaglio della Passio; una ricostruzione AI con supervisione umana.

Il cimitero di San Felice: l’enigma lungo la Portuensis

Da secoli si cerca il Cœmeterium ad Sanctum Felicem via Portuense, ricordato dagli antichi cataloghi dei cimiteri con il nome ad insalsatos, forse legato a terreni umidi o salmastri. Il problema nasce da un paradosso tipico della topografia cristiana antica: il culto è ben attestato, il luogo fisico molto meno. Restano distanze, parole deformate, descrizioni del paesaggio e cavità da mettere in relazione fra loro.

L’Index cœmeteriorum colloca la tomba di Felice al miliario III, mentre gli Itinera altomedievali la descrivono su un’altura dominante il punto in cui il Tevere s’impaluda. Le indicazioni richiamano l’area dei Grottoni, grande cava di tufo affacciata sul fiume: terzo miglio dalla città, rilievo sulla pianura fluviale e presenza di cavità ipogee. Sono indizi convergenti, abbastanza forti da orientare una ricerca che il terreno non ha ancora chiuso.

Tomassetti registra anche il nome ad Insalatos, attestato in forme diverse. Lo collegò a infulatos, mitrati, pensando alle immagini di Abdon e Sennen; Valentini e Zucchetti respinsero quell’etimologia. Il toponimo, deformato dai secoli, mostra quanto una sola parola possa guidare gli studiosi in direzioni diverse e quanto il paesaggio debba restare il banco di prova delle letture linguistiche.

Bosio collocò il cimitero in quest’area e gli scavi del 1911 ai Grottoni riportarono alla luce corridoi, nicchie e loculi sovrapposti, segni inequivocabili di un uso funerario cristiano. Mancavano però iscrizioni o immagini con i nomi di Felice e Adautto. Il sottosuolo confermava l’esistenza di un cimitero, non ancora la sua identità: la cava offriva il luogo possibile, ma non il nome decisivo.

Anche le distanze antiche oscillano fra secondo e terzo miglio e la descrizione dell’altura presso il Tevere impaludato deve essere tradotta in un paesaggio profondamente mutato. Argini, strade, bonifiche e urbanizzazione hanno cancellato molti riferimenti visivi. Il santuario va quindi cercato per sovrapposizione di tracce: miliari, rapporto con il fiume, cavità, itinerari e memoria dei toponimi.

La fama di Felice spiega l’insistenza della ricerca. I cimiteri martiriali attiravano sepolture ad sanctos: riposare vicino a una tomba venerata significava entrare fisicamente nella comunità dei morti ricordati dalla liturgia. Quel prestigio si consolida nel tempo, attraverso calendari, itinerari, iscrizioni e trasformazioni monumentali, fino a fare di un sepolcro una meta e di un nome un punto di riferimento per generazioni di pellegrini.

Il Coemeterium ad Sanctum Felicem rimane così un luogo cercato più che ritrovato. Il miliario, il rapporto con il Tevere e le cavità dei Grottoni fanno dell’area un candidato forte; l’assenza di un’iscrizione decisiva conserva l’enigma. Proprio questa incompletezza gli dà una singolare presenza nel paesaggio contemporaneo: un santuario scomparso che continua a essere localizzato attraverso le tracce lasciate dalle fonti ( Fig. 2 ).

Archeologi esplorano nel 1911 corridoi, nicchie e loculi nelle cavità di tufo dei Grottoni.
FIG. 2 – L’ENIGMA DI SAN FELICE. Nel 1911 archeologi esplorano le cavità di tufo dei Grottoni, registrando corridoi, nicchie e loculi sovrapposti. Il sottosuolo conferma un uso funerario cristiano, ma senza un’iscrizione identificativa la localizzazione del santuario resta aperta (ricostruzione AI supervisionata)

Ippolito di Porto: tre tradizioni, un santuario sull’Isola Sacra

A Porto il nome di Ippolito attraversa tre fili che nei secoli si sono spesso intrecciati: il grande scrittore e teologo romano, un martire venerato nel territorio portuense e la tradizione che attribuisce a un Ippolito un ruolo episcopale. Tomassetti, richiamando Gams, separa il primo dal vescovo di Porto; nello stesso tempo le fonti locali ricordano un Ippolito venerato in Portu urbis Romae, talvolta chiamato Nonnus. L’omonimia spiega l’intreccio delle tradizioni, mentre il culto portuense resta saldamente ancorato al proprio territorio.

Prudenzio e le Passiones contribuirono a sovrapporre il teologo romano, il martire di Porto e un soldato omonimo. A Porto, però, la memoria prende una forma propria: il culto si radica sull’Isola Sacra e viene associato a una sepoltura presso il canale che collegava il porto al mare. Mentre le biografie si mescolano, la geografia si fa più precisa e lega stabilmente il nome di Ippolito al sistema portuale.

L’omonimia tocca anche la successione episcopale. Tomassetti, seguendo Gams, mantiene separato il grande Ippolito scrittore dalla tradizione episcopale portuense e ricorda che il primo presule di Porto saldamente documentato è Gregorio nel 314. Restano così distinti tre piani: il teologo romano, il martire venerato a Porto e una tradizione episcopale formatasi intorno allo stesso nome. Nella memoria finiscono per toccarsi senza coincidere.

L’archeologia dà corpo soprattutto al secondo di questi fili. Sull’Isola Sacra si sviluppò una basilica paleocristiana a tre navate, impiantata su strutture precedenti e più volte trasformata. Sotto il presbiterio un sarcofago strigilato fu venerato come tomba del martire; un’iscrizione altomedievale e il successivo ciborio del vescovo Stefano mostrano quanto a lungo il santuario rimase vivo. Qui la memoria non è soltanto un nome nei testi: occupa uno spazio, orienta un edificio, organizza una devozione.

L’uomo rimane sfuggente, il luogo molto meno. Martirologio, basilica, sarcofago e culto convergono su Porto e fanno di Ippolito uno dei punti più antichi della cristianizzazione del sistema portuale. Le tradizioni biografiche continuano a incrociarsi, ma l’Isola Sacra offre un ancoraggio stabile: sul piano locale, un martire chiamato Ippolito fu ricordato con forza sufficiente da generare un santuario duraturoFig. 3 ).

Clero e maestranze organizzano la basilica paleocristiana di Ippolito sull’Isola Sacra.
FIG. 3 – IPPOLITO SULL’ISOLA SACRA. Clero e maestranze organizzano la basilica paleocristiana dedicata a Ippolito sopra strutture romane precedenti, con il porto sullo sfondo. La scena dà corpo all’ancoraggio archeologico del culto, distinto dalle tradizioni biografiche sovrapposte (ricostruzione AI supervisionata)

Aconzio, Nonno, Ercolano, Taurino, Aristone: il calendario di Porto

Porto possiede un piccolo calendario martiriale già prima della metà del IV secolo. La Depositio martyrum, confluita nel Cronografo del 354, registra al 5 settembre Aconzio, Nonno, Ercolano e Taurino in Porto. Quei nomi appartengono dunque alla memoria ufficiale della comunità cristiana portuense quando la città sta assumendo un volto sempre più episcopale: quattro nomi bastano a far emergere un culto già organizzato nel tempo e nello spazio.

La stessa Depositio aggiunge al 13 dicembre Aristone, ancora legato a Porto. Testini osservava che proprio questi nuclei più antichi permettono di distinguere il martirologio locale dalle aggiunte delle leggende successive. Delle biografie rimane poco, ma il calendario dice già molto: il porto possiede anniversari propri, sepolcri venerati e una geografia cristiana riconoscibile prima che i racconti agiografici riempiano i silenzi.

Ercolano e Taurino riemergono anche nelle tradizioni monumentali del territorio e vengono associati a Ippolito in una memoria epigrafica tardoantica. Più tardi martirologi e Passiones rimescolano date, compagni e luoghi; il nucleo del 5 settembre conserva invece l’essenzialità di una registrazione precoce. La comunità cristiana di Porto emerge così attraverso un gruppo di morti che sceglie di ricordare insieme, prima ancora che le loro biografie acquistino forma estesa.

La memoria di Ercolano conserva anche una traccia topografica nel suburbio ostiense, presso Pianabella, dove una piccola chiesa ha mantenuto il suo nome. Le tradizioni che lo associano a Taurino oscillano fra Ostia e Porto, mentre il calendario del IV secolo li celebra in Porto. Le due città sulle opposte sponde del Tevere appartengono allo stesso sistema portuale e possono condividere culti, percorsi e memorie senza perdere la propria distinta geografia.

Nei martirologi successivi i gruppi si scompongono, le date cambiano e nuovi nomi vengono accostati a Porto. Proprio per contrasto, la breve lista più antica acquista forza: cinque nomi, due anniversari e una città mostrano una comunità capace di ordinare il tempo intorno ai propri martiri. Prima che le basiliche monumentali ridisegnino il paesaggio, esiste già una mappa invisibile fatta di giorni dell’anno e sepolture venerate.

Negli stessi anni la persecuzione dioclezianea si spegne e la Chiesa romana affronta le ferite lasciate dai lapsi e dalle vacanze episcopali. Lungo la Portuensis e a Porto, intanto, la memoria ha già preso possesso del territorio: Generosa conserva Simplicio, Faustino, Beatrice e Rufiniano; Felice e Adautto danno nome a un cimitero perduto; Ippolito possiede un santuario sull’Isola Sacra; Aconzio, Nonno, Ercolano, Taurino e Aristone entrano nel calendario. Prima delle grandi basiliche, una rete di luoghi e anniversari ha già cominciato a cristianizzare il paesaggio ( Fig. 4 ).

Comunità cristiana riunita per una commemorazione martiriale presso un santuario funerario di Porto.
FIG. 4 – IL CALENDARIO DI PORTO. Una piccola comunità cristiana si riunisce presso un santuario funerario mentre, poco oltre, continuano le attività portuali. La commemorazione richiama Aconzio, Nonno, Ercolano e Taurino e mostra Porto mentre ordina il tempo intorno ai propri martiri (ricostruzione AI supervisionata)

In copertina:

Viaggiatori lungo la Via Portuensis fra luoghi funerari cristiani e il paesaggio portuale di Porto.
MARTIRI TRA ROMA E PORTO. Viaggiatori percorrono la Via Portuensis fra piccoli luoghi funerari cristiani e il paesaggio portuale. La scena riunisce in una sola geografia le memorie di Felice, Adautto e Ippolito, mostrando una rete di culti fra città, strada, Tevere e Porto (ricostruzione AI supervisionata)


(articolo aggiornato il 7 Settembre 2026)