Il 23 febbraio 303 la tensione diventa persecuzione di Stato. A Nicomedia viene colpito il luogo di culto cristiano accanto al palazzo imperiale; il primo editto ordina di distruggere chiese e libri sacri, priva i cristiani delle tutele giuridiche e li esclude da dignità e incarichi. Eusebio e Lattanzio ne conservano il ritmo concitato: da quel giorno la repressione assume la forma di una politica imperiale e, nei mesi seguenti, si fa più dura ( immagine di copertina ).

Ai primi ordini ne seguono altri. I responsabili delle comunità vengono arrestati; chi sacrifica agli dèi può ottenere la liberazione, mentre sui resistenti cresce la pressione. Nel 304 l’obbligo di sacrificio si estende più largamente. L’intensità, però, cambia da provincia a provincia: in Oriente la persecuzione è lunga e feroce, nei territori governati da Costanzo Cloro molto più limitata. La stessa politica imperiale produce così esperienze profondamente diverse.

Il sacrificio torna a essere una prova pubblica di obbedienza. Rifiutare non significa soltanto sottrarsi a un rito: può costare rango, beni, libertà e, nei casi estremi, la vita. Mentre la tetrarchia cerca di rendere più uniforme l’amministrazione dell’Impero, anche il culto viene chiamato a esprimere visibilmente l’adesione all’ordine politico.

Roma riceve gli ordini da un potere che ormai risiede altrove ma continua a raggiungere capillarmente la città. Luoghi di riunione vengono sequestrati, libri ricercati, membri del clero arrestati o interrogati. Le catacombe restano soprattutto cimiteri, non grandi rifugi sotterranei: la pressione spinge le comunità a ridurre la visibilità pubblica, a frammentare gli incontri e ad affidare ancora di più la propria identità alla rete di case, tituli e sepolture suburbane.

Lungo la Via Portuensis gli editti lasciano soprattutto una geografia della memoria. Fra Monteverde, Magliana e Porto, tombe, iscrizioni, calendari liturgici e culti conservano nomi destinati a sopravvivere alla repressione. Alcuni martiri rimangono legati a una sepoltura o a un’immagine, altri a un anniversario ripetuto ogni anno. È qui, nel paesaggio concreto delle strade e del Tevere, che la Grande persecuzione acquista un volto locale ( Fig. 1 ).

Funzionari imperiali sequestrano e smantellano un luogo di culto cristiano a Nicomedia dopo l’editto del 303.
FIG. 1 – L’EDITTO DI NICOMEDIA. Funzionari imperiali sovrintendono al sequestro e allo smantellamento di un luogo di culto cristiano dopo il primo editto del 303. La scena mostra la repressione mentre diventa politica amministrativa dell’Impero; una ricostruzione generata da AI con supervisione umana.

La Via Portuensis entra nella memoria della persecuzione

Il gruppo più celebre è quello di Simplicio, Faustino e Beatrice, legato al cimitero di Generosa. La Passio racconta che i due fratelli rifiutano il sacrificio, vengono condannati e gettati nel Tevere. Viatrix, poi ricordata come Beatrice, ne recupera i corpi con l’aiuto dei presbiteri Crispo e Giovanni e li conduce verso la campagna portuense. Sette mesi più tardi viene arrestata e uccisa a sua volta; Lucina ne cura la sepoltura accanto ai fratelli.

Il culto dei tre martiri affiora molto presto. Il 29 luglio compare nei calendari e nelle raccolte liturgiche occidentali, dal Martirologio geronimiano ai sacramentari gelasiani e gregoriani. Un’iscrizione trasmessa dalla tradizione di Santa Maria Maggiore ricordava inoltre Simplicio e Faustino come martiri nel Tevere e deposti nel cimitero di Generosa, super Philippi. Fiume, sesto miglio e cimitero diventano così coordinate stabili della loro memoria.

Beatrice dà alla vicenda il suo gesto più umano. Dopo la morte dei fratelli, la Passio la segue mentre cerca i corpi trascinati dalla corrente, li sottrae al fiume e li accompagna alla sepoltura. Il suo nome – Viatrix, Beatrix, Beatrice – rimane poi legato a Generosa e riappare nel programma figurativo del santuario. La sorella che raccoglie i morti finisce per unire, nella memoria, il Tevere alla collina della Magliana.

Le grafie cambiano, la festa resta. Viatrix, Beatrix e Biatrix appartengono alla stessa corrente di memoria che, partendo dalla Via Portuensis, entra nei libri liturgici e si diffonde oltre Roma. Il mutare del nome mostra quasi materialmente il passaggio da una venerazione radicata in un luogo a un culto capace di viaggiare: Beatrice continua a venire da Generosa anche quando la sua memoria raggiunge comunità lontane.

Anche la Via Campana e il Tevere partecipano alla vicenda. I corpi affidati alla corrente collegano la violenza della città alla campagna del sesto miglio; la sepoltura in una cava abbandonata trasforma un paesaggio produttivo in spazio funerario. Cave, vigne, strade, proprietà rurali e approdi lungo il fiume diventano le quinte concrete entro cui una memoria di martirio mette radici ( Fig. 2 ).

Pellegrini e fedeli presso il santuario rurale di Generosa lungo la Via Portuensis nel tardo IV secolo.
FIG. 2 – LA MEMORIA LUNGO LA PORTUENSIS. Fedeli e pellegrini si raccolgono presso l’area venerata di Generosa, dove i nomi di Simplicio, Faustino e Beatrice si legano stabilmente al sesto miglio. Il paesaggio rurale trasforma il ricordo della persecuzione in una geografia di culto (ricostruzione AI supervisionata)

Simplicio, Faustino e Beatrice: dal Tevere a Generosa

La scena del Tevere sopravvive perché imprime alla memoria una direzione: dalla città verso valle, dall’esecuzione alla sepoltura. De Rossi lesse insieme la Passio e la topografia di Generosa, cercando nel terreno ciò che i testi avevano continuato a raccontare. Il punto decisivo è l’incontro fra le due linee: una memoria martiriale antica e un santuario realmente radicato lungo la Portuensis finiscono per illuminarsi a vicenda.

L’iscrizione trasmessa da Santa Maria Maggiore condensa la stessa vicenda in poche parole: Simplicio e Faustino, martiri nel Tevere, deposti nel cimitero di Generosa. Alla ricchezza narrativa della Passio risponde una formula quasi lapidaria, costruita su tre passaggi – martirio, fiume, sepoltura – che il culto continuerà a ripetere. In quella brevità resta già intera la geografia dei due fratelli.

Il calendario aggiunge una misura al tempo. Il 29 luglio non rimane una ricorrenza della sola Magliana: entra nei libri liturgici e accompagna la diffusione del culto e delle reliquie dentro Roma. Generosa, però, continua a funzionare come luogo d’origine, il punto dal quale i nomi di Simplicio, Faustino e Beatrice si irradiano verso una devozione più vasta senza perdere il legame con il sesto miglio.

Attorno alle tombe venerate si addensano nuove sepolture. I fedeli desiderano riposare vicino ai martiri e quella prossimità costruisce lentamente una topografia della devozione: prima il nucleo funerario, poi gli ambienti di culto, infine il santuario che rende riconoscibile il luogo. Generosa cresce dunque intorno a presenze ritenute sante, non come rifugio sotterraneo di una comunità nascosta.

Quando, in età altomedievale, le reliquie vengono trasferite dentro Roma, il luogo d’origine non scompare dalla memoria. I calendari continuano a ripetere la festa del 29 luglio e il nome di Generosa continua a spiegare da dove vengono quei martiri. La geografia del culto si allarga, ma conserva un centro: la collina della Magliana, il Tevere e la via che conduce verso Porto.

La persecuzione di Diocleziano produce così due tempi sovrapposti. Gli editti si concentrano in pochi anni; la memoria di Simplicio, Faustino e Beatrice attraversa secoli di liturgia, iscrizioni, pellegrinaggi e immagini. La violenza imperiale passa, mentre i nomi restano e finiscono per dare identità a un luogo ( Fig. 3 ).

Fedeli visitano le tombe associate a Simplicio, Faustino e Beatrice in una camera funeraria di Generosa.
FIG. 3 – SIMPLICIO, FAUSTINO E BEATRICE. In una modesta camera funeraria di Generosa, fedeli visitano le tombe associate ai tre martiri. La scena unisce il ricordo del Tevere al santuario scavato nella roccia, distinguendo il culto antico dai dettagli narrativi della Passio (ricostruzione AI supervisionata)

Rufiniano, il quarto martire: un volto nella Coronatio

Un quarto nome compare nel cuore stesso di Generosa: Rufiniano, o Rufinianus. Nella Coronatio Martyrum, conosciuta attraverso i resti dell’affresco e la riproduzione ottocentesca eseguita dopo la scoperta, è disposto accanto a Cristo con Viatrix, Simplicio e Faustino. Prima ancora di possedere una biografia compiuta, Rufiniano possiede dunque ciò che per un culto locale conta di più: un posto preciso nell’immagine del santuario.

La Passio lo trasforma nel carnefice convertito dei tre compagni e lo inserisce nella stessa vicenda di sangue e conversione. L’affresco racconta meno e mostra di più: per la comunità che lo venerava, Rufiniano apparteneva al gruppo dei martiri di Generosa. La leggenda gli darà una storia; la Coronatio gli aveva già dato un volto, una posizione e la stessa corona promessa agli altri.

La sua presenza cambia anche l’equilibrio della scena. Generosa non custodisce soltanto il piccolo gruppo familiare dei due fratelli e della sorella: accanto a loro compare un altro compagno, accolto nello stesso spazio sacro. La pittura non ha bisogno di spiegarne la biografia. Lo colloca sotto il gesto di Cristo che incorona i martiri e lo consegna, insieme agli altri, allo sguardo dei pellegrini.

Tomassetti lega la comparsa del cimitero cristiano alla lunga memoria del paesaggio arvalico e richiama De Rossi e Marucchi per Generosa. Gli Arvali sono documentati fino all’età dioclezianea; proprio questa durata rende ancora più suggestiva la continuità topografica. Sul medesimo settore della Magliana, il santuario pagano e il nuovo cimitero cristiano appartengono a stagioni diverse, ma insistono su un paesaggio religioso che continua a essere scelto e riconosciuto.

Generosa appare così prima di tutto come una comunità di nomi: Simplicio, Faustino, Beatrice, Rufiniano. Il Tevere li conduce idealmente verso il sesto miglio; il culto li riunisce; la Coronatio li dispone davanti a Cristo. Solo dopo viene il monumento, con la cava, le cripte e la basilica che danno forma materiale a una memoria già capace di durare ( Fig. 4 ).

Pittore cristiano e assistenti lavorano alla Coronatio Martyrum nella Tomba dei Martiri di Generosa.
FIG. 4 – RUFINIANO NELLA CORONATIO. Un pittore cristiano e i suoi assistenti lavorano alla Tomba dei Martiri, inserendo Rufiniano accanto al gruppo venerato. La scena rende visibile l’attestazione cultuale del quarto martire senza attribuirgli una biografia che le fonti non consentono (ricostruzione AI supervisionata)

In copertina:

Sepoltura cristiana discreta in una cava-cimitero presso la Via Portuensis durante la persecuzione dioclezianea.
303 E GENEROSA. In una cava-cimitero presso la Via Portuensis, parenti e fossori depongono con discrezione un cristiano mentre la persecuzione è ancora in corso. La scena restituisce il clima locale della memoria martiriale senza trasformare in cronaca il racconto della Passio (ricostruzione AI supervisionata)


(articolo aggiornato il 7 Settembre 2026)