Partono intanto i cantieri delle grandi basiliche – il Laterano, Santa Croce, San Pietro – ma anche il più discreto business delle basiliche cimiteriali. Sono grandi cappelle funerarie edificate ad corpus, cioè al di sopra delle vecchie catacombe, dove i sepolcri si vendono a tariffe esose: più sono vicini ai martiri e più costano. In esse si celebrano le memorie liturgiche dei santi e dei defunti, mentre le famiglie romane cercano per sé un posto “vicino al santo” ( immagine di copertina ).

Dopo il 337 una basilica cimiteriale sorge anche alla Magliana, sopra le catacombe del martire Felice. A decorarla viene chiamato il pittore Vero, il più talentuoso dell’epoca: non dev’essere certo una costruzione da poco, se attira un artista di tale fama. Qui i fedeli acquistano sepolture “vicino al santo”, trasformando la basilica in un punto di riferimento per tutta la comunità della Magliana.

Della basilica cimiteriale di San Felice non vediamo più nulla in superficie, ma le fonti permettono di tracciarne almeno un’ombra. Gli antichi itinerari menzionano un cœmeterium sancti Felicis al terzo miglio della via Portuense; gli studi topografici moderni collocano qui, tra la Campana e la Portuense, una vasta zona di cave e ipogei riutilizzati come catacombe, oggi in gran parte franati o occlusi. Sopra una di queste cavità, probabilmente in età costantiniana avanzata o sotto i suoi figli, viene eretto un edificio basilicale semplice: un’aula rettangolare con abside rivolta verso il cimitero, forse affiancata da ambienti di servizio per i pellegrini. Qui si celebravano le memorie liturgiche di Felice e degli altri martiri portuensi; qui i fedeli acquistavano sepolture “vicino al santo”, trasformando la basilica in un piccolo santuario martiriale. Col passare dei secoli, frane, riusi e costruzioni moderne hanno cancellato ogni traccia in alzato: della basilica restano oggi solo le citazioni dei testi antichi e qualche eco nelle indagini speleologiche più recenti, come se la chiesa fosse tornata a nascondersi nella terra da cui era nata.

È il 337 d.C. e la morte di Costantino colpisce duramente l’impero. Alla fine dell’estate, le sue spoglie vengono trasportate a Roma per la cerimonia funebre, ma in realtà il potere si sposta altrove. I tre figli superstiti spartiscono l’impero: Costante ottiene la parte occidentale e Costanzo quella orientale. La Città Eterna resta così più simbolo del passato romano che fulcro del governo.

Quando Costantino muore, le grandi fondazioni cristiane da lui avviate sono ormai il nuovo scheletro sacro della città. Sul Laterano il complesso palazzo-basilica ha preso forma: il palazzo dei Laterani, donato al vescovo di Roma, è diventato la residenza papale; accanto svetta l’”Aula del Salvatore”, cuore liturgico di un episcopio che non ha precedenti in Occidente. Sul colle Vaticano il cantiere di San Pietro continua a trasformare la collina in una piattaforma sacra: le squadre di operai livellano antiche tombe, recuperano marmi da templi abbandonati, innalzano le file di colonne della grande basilica a cinque navate. Lungo la via Ostiense la piccola basilica sulla tomba di Paolo attira già un flusso costante di devoti; sulla Tiburtina, presso il sepolcro di Lorenzo, un’aula cimiteriale comincia a strutturarsi come santuario suburbano. Con Sant’Agnese sulla Nomentana e Santa Croce nel palazzo Sessoriano, il “giro” delle basiliche martiriali che cingono Roma è ormai completo: una corona di luoghi sacri che ridisegna il rapporto tra Urbe e campagna, tra centro politico e periferie della memoria.

L’ultima delle fondazioni costantiniane risale all’anno 342. Si tratta della Basilica di Sant’Agnese fuori le Mura, edificata al II miglio della via Nomentana sopra le catacombe di Sant’Agnese, da Costanza figlia di Costantino. Accanto alla basilica sorge il Mausoleo di Costanza. La città si riempie di questi nuovi poli di devozione, che fisicamente incarnano il passaggio dall’Urbs pagana alla capitale della fede occidentale.

Su questo scenario si innesta il pontificato di Giulio (337-352), romano di nascita. La controversia ariana, fino ad allora confinata soprattutto in Oriente, esplode in tutta la sua gravità e coinvolge direttamente il vescovo di Roma come mai prima. Roma diventa il centro di un braccio di ferro dottrinale. Giulio rafforza il primato di Roma nelle dispute cristiane: convoca sinodi nella sua sede, recepisce lettere dei concili e accoglie atleti della fede. In particolare difende con vigore il patriarca Atanasio d’Alessandria: dopo un sinodo romano (340-341) indaga le accuse mosse contro di lui e lo riabilita nelle sue funzioni. Con queste azioni il pontefice ribadisce la validità del Concilio di Nicea e si pone come garante dell’ortodossia nicena in Occidente, guadagnando prestigio ecclesiale.

Contemporaneamente la fisionomia urbanistica di Roma si cristianizza. Il Catalogo Liberiano attribuisce a Giulio la costruzione di cinque chiese: due in città e tre nei suburbia. In particolare si citano una basilica “Iulia” nella Regio VII (nei pressi del Foro di Traiano) e una in Trastevere “iuxta Callistum” (accanto a S. Callisto). Questi nuovi titoli e la ristrutturazione di edifici di culto testimoniano lo sviluppo della comunità cristiana nei quartieri romani, finora poco edificati; la città si adatta al nuovo ruolo di capitale della fede occidentale.

Quando Giulio sale al soglio di Pietro, non eredita solo una dottrina da difendere, ma anche una geografia cristiana da abitare e amministrare: il papa diventa il regista di questo nuovo paesaggio di pietra, in cui palazzi imperiali riconvertiti, basiliche martiriali e tituli suburbani compongono la mappa della futura Roma cristiana ( Fig. 1 ).

Fedeli e maestranze frequentano una piccola basilica cimiteriale suburbana presso il terzo miglio della Via Portuensis.
SAN FELICE ALLA MAGLIANA: BASILICA PERDUTA E PAPA GIULIO. Fedeli e maestranze frequentano una piccola basilica cimiteriale suburbana presso il terzo miglio della Via Portuensis. Il taglio resta documentario e prudente. Il paesaggio è trattato con prudenza. una ricostruzione generata da AI con supervisione umana.

Liberio e la crisi ariana: quando a Roma nevicò in estate

Per capire la storia di Felice e della Magliana bisogna fare un passo indietro di trent’anni e spostarsi in Oriente. Siamo nell’anno 325. L’eretico è un monaco di nome Ario, propugnatore di un cristianesimo semplificato che fa a meno del concetto teologico della Trinità: c’è il Padre ma manca lo Spirito Santo, e Cristo è soltanto un uomo. Apriti Cielo!

La polemica ariana ruota tutta intorno a una domanda: “Cristo è un uomo?”. Se la risposta oggi appare semplice per un credente (“Cristo è Dio fatto uomo”), all’epoca la questione è spinosa. Per molti dottori della Chiesa Cristo è soltanto un uomo, al pari degli altri profeti, nonostante già nei Vangeli emerga la sua specialità nel disegno della Creazione. Nel 325 il Concilio di Nicea fissa il concetto in un dogma – “Il Figlio è della stessa sostanza del Padre” – e condanna come eretico il monaco Ario, con tutti i suoi seguaci. Il vescovo Atanasio, animatore del Concilio, con mano ferma prova a estirpare la mala pianta dell’eresia ariana.

Ma Ario non è affatto uno sprovveduto e non mancano i protettori influenti. Quando sale al potere Costanzo II (337), figlio di Costantino, l’arianesimo trova appoggi solidi alla corte di Costantinopoli. Il nuovo imperatore sostiene i suoi vescovi, e Ario ottiene la cacciata del vescovo Atanasio, facendolo addirittura incriminare per eresia. Il pover’uomo finisce braccato dalle truppe imperiali ed è costretto a fuggire a Roma.

L’illustre uomo di fede si rifugia così nell’Urbe, accolto prima da Papa Giulio e poi dal suo successore Papa Liberio. L’alleanza tra Chiesa e Impero è ormai strettissima: l’una sostiene e dà autorità all’altro. Chi non è d’accordo con l’imperatore non è più soltanto un sovversivo politico, adesso è anche un eretico, un reietto da mettere al bando. La controversia ariana, nata come disputa teologica, diventa immediatamente questione di potere.

Con la morte di Giulio nell’aprile 352, il martedì di Pentecoste, vediamo la successione di Liberio sul soglio di Pietro. Eletto vescovo di Roma il 17 maggio, Liberio eredita una situazione tesissima: l’imperatore Costanzo II intende imporre la dottrina ariana anche in Occidente, e Roma è l’ultimo baluardo del credo niceno. Fin dai primi anni del suo pontificato, Liberio insiste nel ratificare i decreti di Nicea e nell’appoggiare il ritorno di Atanasio in patria. Quando Costanzo convoca i vescovi occidentali ad Arles (353) e poi a Milano (355) per condannare Atanasio, Liberio rifiuta con fermezza di sottoscrivere le accuse contro il patriarca egiziano.

Il contrasto diventa presto insostenibile. Nel 355 Liberio viene convocato a Milano: rifiutandosi di abiurare il credo niceno, è esiliato a Berea in Tracia. Roma resta allora senza il suo papa legittimo: il vescovo che ha difeso Atanasio e la fede di Nicea paga con l’esilio la sua ostinazione. Nella capitale dell’impero il conflitto tra ortodossia nicena e compromesso ariano è ormai una guerra aperta.

Secondo una tradizione assai vivace, proprio sotto Liberio nasce il primo nucleo della futura basilica Liberiana sul colle Esquilino, intitolata a Santa Maria Maggiore. La leggenda narra un’apparizione della Vergine a Liberio e al patrizio Giovanni, seguita da una miracolosa nevicata in agosto: il papa avrebbe tracciato nella neve il perimetro della chiesa, realizzata poi grazie al lascito del patrizio. Il Liber Pontificalis riferisce che Liberio “fecit basilicam nomini suo iuxta Macellum Liviae”. Che la storia del miracolo sia o meno letterale, essa scolpisce l’idea di un cristianesimo urbano che avanza: l’antico palazzo dei Sicinini, accanto al mercato, sarebbe stato trasformato in sacro edificio, suggellando l’arrivo dei culti mariani in città. A Roma il culto di Maria comincia dunque in questi anni di tensione teologica, mentre la questione ariana infiamma vescovi e imperatori e prepara la scena alla comparsa del papa della MaglianaFig. 2 ).

Nel 355 un vescovo romano, sotto controllo imperiale, lascia la città dopo lo scontro teologico e politico sulla questione ariana.
LIBERIO E LA CRISI ARIANA: QUANDO A ROMA NEVICÒ IN ESTATE. Nel 355 un vescovo romano, sotto controllo imperiale, lascia la città dopo lo scontro teologico e politico sulla questione ariana. Il taglio resta documentario e prudente. La scena evita dettagli non sostenuti dalle fonti. (ricostruzione AI supervisionata)

Felice II alla Magliana: dall’antipapa al culto del santo

In quegli anni la “polemica ariana” lacera la Chiesa: papi deposti, pontificati brevi, talvolta due vescovi di Roma contemporaneamente. L’esilio di Liberio lascia un vuoto pericoloso, che l’imperatore Costanzo II non ha alcuna intenzione di tollerare. Nel 355-356, con un atto d’imperio, impone alla Chiesa romana un nuovo vescovo al posto del deposto Liberio.

Il sostituto si trova in quattro e quattr’otto. È l’arcidiacono Felice, romano, che alcune fonti agiografiche dipingono come un semplice prete di campagna “in prædiolo suo qui est Via Portuense”, nel suo campicello alla Magliana. Lì Felice si sarebbe fin allora dedicato a opere bucoliche, vigne basse, qualche filare d’ulivo, un casale in muratura dove si riunisce una piccola comunità cristiana rurale. Intorno, il territorio portuense è punteggiato di cave dismesse e ipogei riadattati a cimitero: le catacombe di Felice e dei martiri portuensi non sono lontane, e il giovane prete le conosce bene. Non è un teologo di corte, ma un parroco di campagna trapiantato all’improvviso nel vortice delle dispute imperiali.

Costanzo II lo eleva pontefice con il nome di Felice II. Un sempliciotto facilmente manovrabile, crede l’imperatore. Ma non è così semplice. Le fonti sono discordi: per i cataloghi ufficiali Felice è un vescovo filo-imperiale e filo-ariano, consacrato a Milano sotto l’egida di Acacio di Cesarea; le Passiones tardoantiche invece lo presentano come difensore di Atanasio e avversario dell’eresia ariana, un contadino con “scarpe grosse e cervello fino”. In ogni caso la sua ascesa segna l’inizio di uno scisma.

Felice, che da pontefice prende il nome di Felice II, regna sulla Chiesa romana per un solo anno turbolento, dal 356 al 357. Roma è divisa. Gran parte del clero riconosce il nuovo vescovo, forte dell’appoggio imperiale; il laicato – specie le donne più influenti – rifiuta lo scisma e continua a venerare l’”unico vescovo” legittimo, Liberio, seppur lontano. È un conflitto che si riflette negli arcipreti e nei titoli: nelle basiliche si susseguono doppie celebrazioni liturgiche, e persino gli spazi sacri sono contesi. Il Laterano e le principali chiese titolari passano di mano tra le due fazioni; la geografia del culto cristiano a Roma diventa la mappa visibile della contesa dottrinale.

Nel frattempo il popolo soffre questa convivenza forzata. Le cronache ricordano che i romani invocano slogan solenni in processione per Liberio, mentre i seguaci di Felice occupano chiese e titoli. Strade e vicoli risuonano di invocazioni opposte a Dio, e i culti (e le elemosine) procedono in parallelo sotto le due autorità.

Nell’estate del 357 il vento politico cambia direzione. L’imperatore Costanzo II fa il suo ingresso in città e una delegazione di patrizie romane gli chiede di risolvere la diatriba. Poco dopo, sorprendentemente, Liberio ottiene il permesso di rientrare a Roma: il pontefice ritorna in trionfo sulla via Flaminia. La tradizione tramanda un’accoglienza festosa: Liberio è salutato dai fedeli con l’acclamazione “Unum Deum, unum Christum, unum episcopum” (un solo Dio, un solo Cristo, un solo vescovo), a sottolineare il suo riconoscimento come unico pastore.

L’imperatore, per non sconfessare se stesso, prova allora un compromesso: perdona Liberio e gli concede un secondo pontificato (357-366) in cui lui e Felice avrebbero retto congiuntamente la Chiesa. Per un brevissimo periodo, nell’anno 357, la Chiesa è retta da due papi. Ma Felice non è certo il tipo da rassegnarsi alla nuova situazione: gli è chiesto di condividere il governo con chi considera il vero pontefice o, secondo altri, con l’usurpatore deposto. A questo punto “toglie il disturbo”, con dignità e senza proteste, ben contento di tornare al suo campicello.

Dopo l’abbandono del ruolo pastorale, riferiscono le fonti, Felice si ritira in preghiera “in prædiolo suo qui est Via Portuense”; a dispetto delle turbolenze del periodo, ha un animo mite e, a conclusione del suo mandato, torna alla vita semplice della Magliana. Da lì continua a essere per alcuni il vero difensore dell’ortodossia nicena, per altri il simbolo di uno scisma: finché, non si sa bene come né dove, viene catturato e muore da martire. Le tradizioni successive collocheranno la sua fine lontano da Roma, aprendo la strada al suo culto ambiguo di papa, antipapa e martire contadino ( Fig. 3 ).

Un chierico allontanato dal centro del potere vive in un piccolo podere portuense insieme a pochi fedeli.
FELICE II ALLA MAGLIANA: DALL’ANTIPAPA AL CULTO DEL SANTO. Un chierico allontanato dal centro del potere vive in un piccolo podere portuense insieme a pochi fedeli. Il taglio resta documentario e prudente. La scena evita dettagli non sostenuti dalle fonti. Con prudenza. (ricostruzione AI supervisionata)

Ad duo Felices e Vicus Alexandri: luoghi santi sulla Via Portuensis

Con il tempo Felice perde gradualmente consensi. Una tradizione lo vuole morire il 22 novembre 365, probabilmente a Ceri, lontano dall’Urbe. Dopo di lui Liberio rimane unico vescovo di Roma e prepara la transizione al nuovo pontificato. Il 24 settembre 366 anche Liberio si spegne: con lui si chiude una fase tumultuosa e drammatica per la Chiesa romana, che esce dalla crisi ariana e dallo scisma con una nuova consapevolezza del proprio ruolo.

Papa Felice II, il papa della Magliana, viene sepolto nelle catacombe del suo omonimo martire Felice (quello ucciso insieme ad Adautto) lungo la via Portuense, non lontano dal suo podere. La vox populi decreta che anche lui, proprio come il primo Felice, è “santo subito”. La venerazione è tale che agli occhi dei pellegrini il culto dei due santi diventa indistinguibile: le spoglie di Felice II riposano nelle Catacombe di San Felice, e da allora le catacombe prendono il nome di Ad duo Felices, in memoria dei due uomini di fede, entrambi martiri. L’ecclesia sopra il cimitero viene restaurata e ampliata fino ad assumere le forme di una “basilichetta”, intitolata appunto Ad Duo Felices, per indicare ai pellegrini che in quell’area si venerano non uno ma due Felici.

La fama dei due Felici è massima nel V secolo d.C., al punto che l’autore classico Etico, nel suo trattato di Cosmografia, chiama la Via Portuense “Via Sancti Felicis”. Col passare dei decenni il santuario Ad duo Felices diventa una tappa obbligata per i pellegrini che arrivano a Roma da sud-ovest: i viaggiatori che risalgono la Campana o la Portuense si fermano qui per venerare i due martiri, chiedere guarigioni, lasciare piccole offerte. Gli anniversari dei martiri riempiono la basilichetta di lucerne e canti: la memoria di Felice II, ufficialmente sospetta nei cataloghi pontifici, vive in realtà nella devozione popolare accanto a quella del “primo” Felice.

C’è da dire che entrambi gli uomini sono considerati martiri ma solo il primo Felice (quello martirizzato insieme ad Adautto) è riconosciuto santo nei cataloghi ufficiali. Il “rifiuto” di Felice II a reggere la Chiesa congiuntamente con papa Liberio è giudicato dai suoi contemporanei come una mancanza di fede o di obbedienza; agli occhi di altri è invece il gesto di chi si tira fuori da una disputa politica tra Impero e Papato che ha l’aspetto esteriore di una disputa dottrinale. La Chiesa si mostrerà però ingrata con il papa della Magliana: non solo Felice II non sarà mai proclamato santo, ma sul suo nome aleggerà sempre l’aura sinistra dell’eresia. Finirà addirittura relegato nella lista nera degli anti-papi, i papi “eletti per sbaglio”, senza la grazia dello Spirito Santo. Proprio lui, che lo Spirito Santo lo avrebbe difeso – secondo i suoi devoti – dalle insidie ariane! Sic transit gloria mundi.

Nel 1505 l’umanista Vigerio ottiene da papa Giulio II una riabilitazione per Felice II, ma un suo successore, Gregorio XIII, cui si deve il riordino dell’elenco dei pontefici (e la loro divisione in papi eletti da conclave e antipapi nominati dall’imperatore), cancella nuovamente Felice II dal novero dei pontefici, relegandolo tra gli antipapi e negandogli qualsiasi attributo di santità. Gli equivoci di omonimia e di culto saranno risolti solo nel secolo scorso dagli studiosi De Rossi, Duchesne e Verrando, che distinguono con precisione il martire Felice dal papa Felice II, mostrando come la devozione popolare abbia intrecciato le due figure in un’unica memoria “ad duo Felices”.

Più a valle, lungo il Tevere, un altro snodo collega la rete dei culti alla dinamica del traffico fluviale: il Vicus Alexandri, porto fluviale presso la futura San Paolo. Una fonte tardoantica, Ammiano Marcellino, ricorda che nel 357 d.C. qui approdò la gigantesca nave che trasportava da Alessandria l’obelisco del faraone Tutmosis III, destinato al Circo Massimo. Per evitare il suo taglio, l’obelisco monolitico fu caricato su una nave appositamente allungata, che traversò il Mediterraneo e risalì il Tevere fino a questo porto. Il prezioso carico fu sbarcato sul lato di San Paolo e da lì, con grande fatica, trasportato lungo la via Ostiense fino al Circo.

Con la caduta dell’Impero il Circo Massimo venne inghiottito dalla vegetazione e l’obelisco cadde, frantumandosi. Molti secoli dopo, nel 1587, Papa Sisto V lo ritrovò e l’ingegnere Domenico Fontana riuscì a ricomporlo e innalzarlo in piazza San Giovanni in Laterano, dove ancora oggi svetta sulla città cristiana che aveva visto nascere sotto Costantino. Nel frattempo il porto di Vicus Alexandri continuò a vivere: nel Medioevo il suo impianto rimase in uso, le mappe ne conservarono il nome, poi trasformato in Portus Grapilliani, fino alla riduzione, nell’Ottocento, a semplice imbarco di servizio in riva sinistra, segnato nelle mappe antiquarie col prosaico nome di “Caricatore della pozzolana”.

Il toponimo Vicus Alexandri rimanda verosimilmente a un piccolo culto martiriale: forse un Alessandro martire vegliava su barcaioli e scaricatori, in un oratorio o memoria oggi perduti. Le fonti non ci permettono di ricostruire con precisione il suo culto, ma l’intreccio fra approdo commerciale e luogo sacro è tipico di questo quadrante. Così, tra il santuario campestre Ad duo Felices sulla Portuense e il porto del Vicus Alexandri presso San Paolo, il sud-ovest dell’Urbe si riempie di croci, tombe e altari: una periferia fatta di magazzini, cave e piccoli oratori che, silenziosamente, tiene insieme Roma, il Tevere e il mare, e custodisce la memoria ambivalente del papa contadino della Magliana ( Fig. 4 ).

Pellegrini percorrono la Via Portuensis accanto a un piccolo luogo di memoria, mentre più in basso il traffico fluviale continua sul Tevere.
AD DUO FELICES E VICUS ALEXANDRI: LUOGHI SANTI SULLA VIA PORTUENSIS. Pellegrini percorrono la Via Portuensis accanto a un piccolo luogo di memoria, mentre più in basso il traffico fluviale continua sul Tevere. Il taglio resta documentario e prudente. Con prudenza. Senza forzature. (ricostruzione AI supervisionata)

In copertina:

Su un modesto podere della Via Portuensis un chierico incontra una piccola comunità rurale tra vigne, tagli di tufo e costruzioni semplici.
SAN FELICE ALLA MAGLIANA: BASILICA, ANTIPAPA E MEMORIA. Su un modesto podere della Via Portuensis un chierico incontra una piccola comunità rurale tra vigne, tagli di tufo e costruzioni semplici. Il taglio resta documentario e prudente. Il contesto storico è ricostruito con cautela. (ricostruzione AI supervisionata)


(articolo aggiornato il 7 Settembre 2026)