L’anno è il 395. A Mediolanum muore Teodosio, l’ultimo imperatore a governare l’intero Impero Romano. Alla sua morte l’Impero si divide definitivamente in due metà: Arcadio eredita l’Oriente, Onorio l’Occidente. Roma rimane capitale simbolica, ma il potere effettivo si allontana: l’imperatore risiede dapprima a Mediolanum e, dal 402, nella più difendibile Ravenna. L’Urbe, pur conservando il suo prestigio, assume sempre più un ruolo cerimoniale ( immagine di copertina ).

Nello stesso torno di anni la città mostra ancora il suo volto monumentale. Le grandi basiliche cristiane – San Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore – si adagiano sull’immutabile rete dei Fori e degli acquedotti di Roma antica. I cittadini passeggiano tra templi, portici e terme, e al tempo stesso affollano le nuove chiese sorte sui luoghi dei martiri. Roma sembra ancora salda, ma i venti di cambiamento spirano dalle frontiere.

Le province occidentali sono attraversate da popoli in movimento: Visigoti, Vandali, Suebi, Alani, Ostrogoti penetrano nei territori imperiali. Le campagne di Stilicone in Grecia e nei Balcani, le invasioni in Gallia, le incursioni vandale nel Nord Africa sono notizie che giungono a Roma come echi inquietanti. Per il momento le mura dell’Urbe non sono minacciate direttamente, ma la sensazione diffusa è che l’equilibrio tradizionale sia meno sicuro di quanto appaia.

Mentre l’autorità imperiale si sposta verso nord, la figura del vescovo di Roma acquista peso. Papa Siricio, sul trono del Laterano dal 384 al 399, non è un semplice vescovo di città: è il primo a usare per iscritto il titolo di “papa” e a comportarsi come un vero ministro degli interni della cristianità occidentale. Dalla sua cattedra partono lettere circolari, le decretali, che fissano regole per tutte le Chiese: l’obbligo del celibato per vescovi, presbiteri e diaconi, norme sui tempi del battesimo e della penitenza. Roma non è più solo un grande santuario di reliquie, ma un centro di governo che dà ordini alle province.

Alla morte di Siricio gli succede Anastasio (399-401), uomo sobrio, più pastore che politico. Egli convoca il clero romano per prendere posizione contro alcune dottrine raffinate ma sospette provenienti dall’Oriente, in particolare le speculazioni di Origene. Con Anastasio si consolida l’idea che la Chiesa di Roma abbia il compito di vigilare sulla “retta fede” non solo in città, ma nell’intero Occidente. Intanto, attorno alle grandi basiliche sorgono diaconie e xenodochi: piccoli complessi assistenziali dove diaconi e chierici distribuiscono grano, olio e vino ai poveri, alle vedove, agli orfani e agli operai dei porti lungo la Portuense e l’Ostiense.

Nel 402 Onorio trasferisce definitivamente la residenza imperiale da Milano a Ravenna: Roma rimane senza un imperatore residente e percepisce sempre più la distanza dal potere centrale. In compenso, il vescovo del Laterano diviene il garante visibile di una continuità con il passato romano: mentre le armate sono impegnate alle frontiere, la città comincia a intuire che la sua vera stabilità passa ormai attraverso il papato, e non più attraverso il palazzo imperiale ( Fig. 1 ).

Chierici romani distribuiscono viveri e assistenza a famiglie povere intorno al 400.
FIG. 1 – LA CHIESA ROMANA ASSISTE LA CITTÀ. Intorno al 400, chierici distribuiscono grano e olio a vedove, lavoratori e famiglie povere in un cortile ecclesiastico. La scena mostra il peso pratico crescente del vescovo di Roma mentre la corte imperiale si allontana: ricostruzione AI generata con supervisione umana

La Porta Portuensis Onoriana: baluardo nel Trans Tiberim

Siamo sempre al tempo di Onorio (395-423), che la memoria storica ricorda anche per il restauro delle mura cittadine. La discesa delle tribù gotiche è ormai nell’aria e l’imperatore non vuole farsi trovare impreparato. All’inizio del V secolo diventa necessario intervenire sulle Mura Aureliane, costruite due secoli prima: si riparano i tratti danneggiati e si trasformano i semplici varchi di servizio in vere e proprie porte monumentali.

È in questo contesto che nel 402 d.C. nasce, dopo una porta più antica e la Porta Trigemina, la “terza porta” della Via Portuense: la Porta Portuensis. L’accesso, dotato di strutture difensive più complesse, controlla la strada che costeggia il Tevere verso i porti fluviali e marittimi. Questa porta avrà una vita lunghissima, quasi dodici secoli, finché sarà sostituita in età barocca da Papa Urbano VIII con l’attuale Porta Portuense, poco più spostata. Per non confondere le due, il topografo ottocentesco Antonio Nibby conia per la porta antica il nome di “Porta Onoriana”, a memoria dell’imperatore che ne volle l’edificazione.

Le macerie della Porta Onoriana erano ancora riconoscibili al tempo di Nibby. Dalle sue note, che la collocano “presso all’angolo dell’Orto Brunetti colla Bufalara”, sappiamo oggi che sorgeva nei pressi dell’odierna via Ippolito Nievo, all’altezza della traversa chiamata via Egisto Bezzi. Nibby descrive la porta come un doppio fornice affiancato da due torri circolari, sormontato da un’iscrizione che ricordava il rifacimento di mura, porte e torri della “Città eterna” sotto gli imperatori Arcadio e Onorio, su consiglio di Stilicone, maestro delle milizie, e per cura del prefetto urbano Flavio Macrobio Longiniano.

Dopo gli interventi di Onorio le due rive del Tevere si avviano verso il lungo sonno medievale. Nel tratto portuense e ostiense il traffico cala lentamente: i grandi depositi di via Marmorata vengono abbandonati quando sono ancora colmi di marmi semilavorati, che per tutto il Medioevo costituiranno una vera “cava” di materiali pregiati all’interno delle mura. Il Trastevere viene fortificato e incluso nel circuito aureliano; il rione continuerà ad essere abitato, senza soluzione di continuità, per tutto il Medioevo, pur in mezzo al generale ripiegamento della città verso aree più ristrette ( Fig. 2 ).

Muratori e soldati rafforzano la Porta Portuensis all’inizio del V secolo.
FIG. 2 – LA PORTA PORTUENSIS DI ONORIO. Intorno al 402, muratori, tecnici e soldati lavorano a una porta fortificata a due fornici lungo la cinta aureliana, presso la strada verso il Tevere. La scena ricostruisce con prudenza il nuovo rafforzamento difensivo onoriano (ricostruzione AI supervisionata)

Arrivano le reliquie di Kyros e Ioannis, medici taumaturghi

Per incontrare Kyros e Ioannis occorre tornare indietro di quasi un secolo e spostarsi molto lontano, sulle rive del Mediterraneo orientale. Siamo al tempo delle persecuzioni di Diocleziano, nella grande città grecofona di Alessandria d’Egitto. Κυρος (Kyros) è un medico cristiano: cura i corpi ma soprattutto le anime, e porta sempre con sé il πανάριον (panarion), la borsa del dottore, che contiene, simbolicamente, la panacea, il farmaco capace di guarire ogni male.

Kyros è ricordato come medico “delle anime” perché accanto all’arte terapeutica esercita il ministero di esorcista: scaccia i demoni dalle persone tormentate e le riconduce alla fede cristiana. Il suo non è un mestiere facile, e al suo fianco compare un giovane soldato, Ἰωάννης (Ioannis), che diventa suo discepolo e compagno di missione. L’uno con gli strumenti del medico, l’altro con la spada del soldato, percorrono i villaggi egiziani offrendo cure, parole di consolazione e liberazioni da mali inspiegabili.

Nel clima ostile delle persecuzioni la loro attività attira l’attenzione delle autorità. I due vengono arrestati, torturati e infine condannati al martirio: secondo la tradizione sono prima crocifissi e poi decapitati, nell’anno 303. Le loro tombe in Egitto diventano ben presto luogo di pellegrinaggio: si racconta che Kyros continui a guarire malati e a liberare indemoniati anche dopo la morte, e la sua fama cresce al punto che viene chiamato Abbas-Kyros, “Kyros il grande”.

In vita sono stati medici del corpo e dell’anima; dopo la morte, Ciro e Giovanni vengono venerati come “santi taumaturghi”, specialisti nelle guarigioni miracolose. A loro ci si rivolge non solo per malanni fisici, ma anche per malesseri interiori, paure, ossessioni, ciò che oggi chiameremmo disturbi dell’animo. L’immagine del panarion che racchiude la panacea diventa il simbolo della loro intercessione: un farmaco celeste a disposizione di chi si affida alla loro protezione.

Circa un secolo dopo il martirio, secondo le tradizioni agiografiche, le loro reliquie si mettono in viaggio. Dal litorale di Alessandria vengono imbarcate su navi dirette verso l’Occidente e risalendo il Mediterraneo raggiungono infine le coste italiche. Il loro approdo finale sarà un piccolo insediamento sul Tevere, alla Magliana, dove già esiste una comunità di coloni greci originari di Alessandria. Qui, sulle rive fangose del fiume, i due medici egiziani trovano una nuova patria e continuano, secondo la devozione popolare, a dispensare la loro panacea di guarigioni e consolazioni a barcaioli, cavatori e contadini della campagna portuense ( Fig. 3 ).

Kyros assiste un malato in Egitto con il giovane Ioannis al suo fianco.
FIG. 3 – KYROS E IOANNIS, MEDICI E MARTIRI. All’inizio del IV secolo, in un ambiente cristiano d’Egitto, un medico assiste un malato mentre un giovane compagno militare lo affianca. La scena richiama l’origine della tradizione taumaturgica senza visualizzare miracoli (ricostruzione AI supervisionata)

La matrona Teodora e la traslazione delle reliquie a Vicus Alexandri

Per comprendere come Ciro e Giovanni arrivino davvero alla Magliana bisogna seguire le vicende di un piccolo complesso funerario e di una chiesetta suburbana. Per almeno due secoli, dagli inizi del III secolo fino all’anno 407, un ipogeo romano, destinato a sepoltura, rimane separato dall’oratorio cristiano dedicato alle sante Prassede e Pudenziana: due edifici distinti, affacciati sul Tevere, immersi nel silenzio dei campi.

Nuove notizie ci portano avanti all’anno 407, data riferita da un racconto agiografico trascritto nel XIII secolo dal monaco Gualtiero. È una fonte tarda, da prendere con cautela, ma ricca di particolari. Secondo questa narrazione, al tempo degli imperatori Arcadio e Onorio due monaci egiziani, di nome Grimoaldo e Arnolfo, ricevono in sogno l’ordine di mettere al sicuro i corpi dei martiri Ciro e Giovanni, minacciati dall’imminente invasione dell’Egitto da parte dei Saraceni. I due partono da Abukir, presso Alessandria, e per quattro anni viaggiano per terra e per mare finché approdano a Roma.

Giunti nell’Urbe, sono accolti a Trastevere dalla pia matrona Teodora, già benefattrice di una chiesetta che ha fatto costruire lungo il Tevere in onore delle martiri Prassede e Pudenziana, fuori città, verso la Magliana. A Trastevere avviene un nuovo sogno premonitore: Ciro e Giovanni appaiono a Teodora e le chiedono che le loro spoglie siano portate presso quell’oratorio suburbano e sepolte in un luogo segreto, affinché possano avere definitiva dimora lontano dai pericoli.

Il papa del tempo, Innocenzo (401-417), si fa promotore dell’iniziativa. Organizza una solenne processione che, il 31 gennaio del 407, accompagna le reliquie dei due martiri da Trastevere fino all’oratorio lungo il Tevere. Da quel giorno il 31 gennaio diventa la festa liturgica di Ciro e Giovanni. Il racconto sacro precisa che i corpi vengono deposti in un luogo nascosto, identificato con l’antico ipogeo, che da allora assume la funzione di cripta, mentre la testa di san Ciro, racchiusa in un’urna d’argento, è collocata sull’altare della chiesa inferiore per essere esposta alla venerazione dei fedeli.

In questo momento le storie dei due edifici si intrecciano: la chiesa inferiore e l’ipogeo-cripta vengono fisicamente raccordati mediante opere murarie che colmano il dislivello tra i piani. Il viottolo di servizio che li separava viene inglobato e trasformato nel piccolo vano di passaggio tuttora esistente; le murature del sepolcro romano più piccolo sono riutilizzate per creare l’avancorpo che oggi conosciamo come rampa di accesso alla chiesa superiore. Parallelamente, i culti delle martiri romane Prassede e Pudenziana si fondono con il nuovo e popolare culto dei taumaturghi egiziani Ciro e Giovanni, dando al sito di Santa Passera una nuova stagione di vitalità.

Come spesso accade, la storia è confermata solo in parte dai documenti. Il più antico affresco romano di san Ciro si trova nella chiesa di Santa Maria Antiqua e risale al VII secolo: è la prima attestazione sicura del culto di Ciro in città. Ciò non esclude che una devozione più precoce si sia sviluppata sulle rive del Tevere, legata al santuario suburbano. In età moderna, lo studioso Armellini ricorda come, “ai giorni di papa Innocenzo I”, i corpi di Ciro e Giovanni risultino deposti in quel luogo, e cita un antico codice della diaconia di Santa Maria in Via Lata che narrava gli atti dei due santi e la traslazione delle loro reliquie in Roma, attribuita a Sofronio, vescovo di Gerusalemme.

Il V secolo conosce una vera frenesia di spostamenti e smembramenti di reliquie: le spoglie di molti martiri vengono divise e ridistribuite tra cimiteri e basiliche. Anche nella zona portuense alcune reliquie cambiano dimora: i corpi di Felice e Adautto lasciano la Magliana per il vicino cimitero di Commodilla, lungo l’odierna via delle Sette Chiese, e la testa di Adautto finirà poi a Santa Maria in Cosmedin, presso la Bocca della Verità. In questo paesaggio di culti che si muovono, la presenza stabile di Ciro e Giovanni alla Magliana diventa un punto di riferimento per le comunità locali.

Per capire perché le reliquie dei martiri egiziani “si fermano” proprio qui bisogna guardare alla geografia del fiume. Di fronte alla basilica di San Paolo, sulla riva opposta, il Tevere disegna una grande ansa: già in età imperiale vi sorge un piccolo approdo fluviale, il Vicus Alexandri, collegato alle cave di tufo e di pozzolana delle colline retrostanti. È un borgo minuto, fatto di magazzini, baracche di legno e qualche domus rurale: ci vivono barcaioli, cavatori, carrettieri. Nei secoli tardi, mentre il traffico di Portus declina, questo villaggio rimane un punto di contatto tra la città e la campagna portuense.

Quando le reliquie di Ciro e Giovanni risalgono il Tevere è naturale che approdino qui, all’imbocco della via che conduce alle cave e ai campi della Magliana. La piccola chiesa che le accoglie, sorta accanto a un sepolcro romano, prende presto il nome dal santo titolare: Abbas Cyrus. Sulle bocche dei barcaioli e dei contadini il latino si impasta con il volgare: Abbaciro, Appacero, Pacera, fino all’attuale “Santa Passera”, santo inesistente ma amatissimo. La comunità portuense si riconosce in questi due medici venuti dal Nilo: come loro, anche la gente del Vicus vive di mani callose e di fatiche invisibili. Il nuovo santuario fuori Porta Portuense diventa così il cuore religioso del piccolo mondo tra fiume, cave e campagna: un ponte silenzioso fra Alessandria d’Egitto e le rive del Tevere ( Fig. 4 ).

Teodora e alcuni chierici accolgono un reliquiario presso Vicus Alexandri.
FIG. 4 – TEODORA ACCOGLIE LE RELIQUIE. All’inizio del V secolo, presso un piccolo oratorio suburbano sul Tevere, una matrona romana e alcuni chierici ricevono un reliquiario portato da viaggiatori. La scena rende plausibile la tradizione del trasferimento verso Vicus Alexandri (ricostruzione AI supervisionata)

In copertina:

Onorio rafforza il suburbio portuense mentre cresce la presenza cristiana lungo il Tevere.
ONORIO E IL SUBURBIO PORTUENSE. Intorno al 402, mura, porta e traffico fluviale convivono nello stesso paesaggio della Roma tardoantica: soldati e maestranze rafforzano le difese urbane locali mentre la presenza cristiana cresce lungo il Tevere e verso Vicus Alexandri (ricostruzione AI supervisionata)


(articolo aggiornato il 9 Settembre 2026)