Dopo Caracalla e il breve intermezzo di Macrino, sul trono di Roma sale adesso Eliogabalo ( immagine di copertina ).
Giovanissimo ed eccentrico, proveniente dalla lontana Siria e sacerdote del Dio Sole, porta nella capitale il culto della divinità solare. Sul Palatino innalza un tempio dedicato al nuovo dio, trasformando il cuore del potere in un santuario “straniero”. Eliogabalo, al culmine della sua stravaganza, sposa una sacerdotessa vestale, infrangendo uno dei tabù più sacri della religione tradizionale: la verginità delle vestali.
Questi gesti, più che capricci, intercettano una nuova sensibilità religiosa: cresce l’attrazione per culti astrali e divinità cosmiche che abbracciano cielo, stelle e destino. Il Sol Invictus – il sole vittorioso sulle tenebre – conquista spazio nell’immaginario romano.
Questa trasformazione culturale, inevitabilmente, lascia tracce nelle necropoli.
Nel 1966, all’incrocio tra la via Portuense e via Belluzzo, durante i lavori di costruzione di uno stabile viene intercettata una necropoli: tra gli ambienti funerari affiora un colombario romano. Da qui proviene una coppia di sarcofagi, entrambi oggi al Museo Nazionale Romano. Sono entrambi in marmo strigilato con eleganti scanalature ondulate, databili ai primi decenni del III secolo d.C.
Il primo è dedicato a “una donna che ha superato i 40 anni ma non ha ancora raggiunto i 50”. Il secondo sarcofago, più monumentale, presenta sulla fronte due clipei con i busti di Helios e Selene. Helios, dio solare, è rappresentato frontalmente, con il capo cinto da una corona radiata; sul lato opposto gli c’è il clipeo di Selene, la Luna. Selene è raffigurata come una donna matura ma ancora bellissima, con i capelli raccolti da un fermaglio a forma di “crescente”, la falce lunare. Il suo attributo, una torcia dalla fiamma d’argento, illumina il volto pallidissimo.
Il culto di Selene, sorella di Helios, è narrato nella Teogonia di Esiodo. Selene è la dea dei cicli della notte e del giorno e, per estensione, dea di nascita, morte e rinascita, in un ciclo senza fine. Selene presiede al perpetuo rigenerarsi delle cose e alle benevole eccezioni alle leggi della natura. Si dice che, quando un Romano deve chiedere una cosa davvero impossibile, bisogna “dirlo alla Luna”, chiederlo a lei, Selene.
A Selene si affidano soprattutto gli amori proibiti. La tradizione mitica le attribuisce quattro grandi passioni: l’amore incestuoso con il fratello Helios; l’unione violenta con il satiro Pan; l’amore effimero con Zeus, che la possiede per una sola notte; e infine l’amore rubato nel sonno con il giovane Endimione, figlio di Zeus, che lei fa cadere in un sonno eterno ( Fig. 1 ).

Cecilia, Valeriano e Tiburzio nella Roma religiosa dell’età dei Severi
Uno di questi tituli si trova nella regione del Trans Tiberim, il Trastevere, quartiere cosmopolita sulla riva destra del Tevere. Qui, sul pendio del Gianicolo, sorge la domus di una famiglia patrizia: ha un atrio colonnato, ambienti affrescati e persino un balneum, un piccolo impianto termale privato. In queste stanze vive Cecilia, giovane romana cresciuta segretamente nella fede cristiana, che ha fatto voto di verginità. Fin da bambina partecipa ogni giorno alla Messa celebrata da papa Urbano I nelle catacombe di San Callisto.
La sua famiglia – ignara del suo credo e del suo voto di castità – la promette sposa al pagano Valeriano. Alla vigilia delle nozze, durante il banchetto, mentre gli invitati intonano inni pagani, Cecilia assapora nel silenzio il proprio tormento: in cuor suo canta un inno d’amore al suo vero Sposo, Cristo. Sola nella camera nuziale, è chiamata a rivelare al marito il segreto dell’angelo custode che l’ha protetta sin dall’infanzia.
È il giorno delle nozze. Cecilia canta a Dio. La sera del matrimonio confessa a Valeriano la sua fede: “Sappi che io sono cristiana… Gesù è l’unico mio sposo; tu devi rispettare il mio corpo, perché io ho accanto un angelo del Signore che mi custodisce e difende”. Sorpreso, egli vuole vedere quell’angelo; Cecilia gli spiega che solo il battesimo glielo mostrerebbe e lo guida sulla via Appia fino alle Catacombe di San Callisto, dove riceve il battesimo da papa Urbano.
Al ritorno, una visione mistica suggella la scelta di fede: accanto a Cecilia Valeriano vede un angelo porgere due corone di rose e gigli, coronando gli sposi insieme. Poco dopo anche Tiburzio, fratello di Valeriano, abbraccia il cristianesimo, istruito e battezzato dal fratello. Nella domus di Trastevere i tre pregano, assistono i poveri e sostengono la piccola comunità che qui si riunisce, dedicando casa e ricchezze alla carità.
Siamo negli anni di Alessandro Severo, in una Roma che ha appena conosciuto gli eccessi orientali di Eliogabalo; eppure casi di zelo pagano come quello del prefetto Almachio non mancano. L’attività dei cristiani richiama sospetti: Valeriano e Tiburzio sono arrestati e, rifiutando di sacrificare agli dèi di Roma, condannati alla decapitazione come sovversivi.
Poi tocca a Cecilia. Secondo il racconto agiografico è destinata a morire “in silenzio” nel calidarium del balneum della sua stessa domus: la stanza viene saturata di vapori roventi e lei è gettata nelle acque bollenti. Invece di soccombere, Cecilia intona inni di lode a Dio; per questo è venerata oggi come patrona della musica. Dopo tre giorni i soldati riaprono lo sportello e la trovano viva. Furioso, Almachio ordina la decapitazione: il carnefice vibra i tre colpi consentiti dalla legge romana, ma non riesce a staccarle la testa. Cecilia sopravvive altri tre giorni, nella serenità della fede, continuando a pregare e a incoraggiare i fratelli fino all’ultimo respiro.
Prima di morire, Cecilia affida a Urbano il suo desiderio: che la sua casa diventi luogo di culto. Papa Urbano destina la domus di Trastevere al culto cristiano: nasce il Titulus Ceciliæ, tra i primi luoghi legati al nome di una martire.
Nel 1599, durante lavori di restauro, si rinvengono sotto l’altare il corpo della martire e le strutture dell’antica domus. La basilica che vediamo oggi custodisce la statua marmorea di Stefano Maderno, che riproduce il corpo di Cecilia nel momento del ritrovamento; sotto il pavimento gli scavi riportano alla luce ambienti termali e abitazioni romane con mosaici bianchi e neri, resti del balneum e della domus ecclesiae, dove “Santa Cecilia cantava al Signore” la sua verginale fedeltà.
La memoria liturgica del 22 novembre fa della casa di Cecilia il Titulus Caeciliae già nel V secolo; grazie a papa Gregorio Magno diventa una piccola basilica e nell’822 papa Pasquale I vi raccoglie le reliquie di Cecilia, Valeriano e Tiburzio, traslate dalle catacombe ( Fig. 2 ).

Alessandro Severo: acquedotti, terme e l’ultimo Balneum arvalico
Dopo Eliogabalo, Roma vuole tornare alla normalità. Questa, in apparenza, arriva con il nuovo imperatore, suo cugino Alessandro Severo: giovane, moderato, più un restauratore che un rivoluzionario.
Siamo nell’”urbe” romana del III secolo. Il più giovane dei Severi non sogna colossi come le Terme di Caracalla, ma si concentra sul far funzionare al meglio ciò che esiste. Nel 226 d.C. Alessandro Severo fa costruire l’Aqua Alexandrina, undicesimo e ultimo dei grandi acquedotti dell’Urbe. Le sorgenti si trovano 22 chilometri a est, nella zona di Pantano Borghese: l’acqua scorre prima in gallerie coperte, poi su alte arcate che entrano a Roma come un ponte di pietra e raggiungono il Campo Marzio, alimentando terme, fontane e servizi pubblici.
Nel 227 d.C. l’imperatore ricostruisce e amplia le antiche Terme di Nerone, vicino al Pantheon, che da allora tutti chiamano Terme Alessandrine. Per far spazio al complesso termale vengono demoliti edifici privati e ridisegnati gli isolati; accanto alle vasche si ritaglia un boschetto alberato, un piccolo parco dove passeggiare e combinare affari.
Le Terme Alessandrine coprono un’area di circa 190 × 120 metri, con grandi sale simmetriche, vasche per acqua fredda, tiepida e calda, portici per l’esercizio fisico, ambienti coperti e cortili all’aperto, secondo il modello dei grandi complessi imperiali.
Alessandro Severo però non è ricordato solo per mattoni e condutture. Le fonti gli attribuiscono una tolleranza religiosa insolita per l’epoca. Una leggenda, probabilmente inventata ma suggestiva, racconta che nel suo larario privato tenga insieme le immagini di Orfeo, Abramo e Gesù Cristo. Durante il suo regno le comunità cristiane vedono riconosciuto in modo più stabile il diritto di possedere beni e luoghi di culto: sorgono le “case-chiesa” – i “tituli” -: i piccoli complessi comunitari escono progressivamente dalla zona grigia della mera tolleranza per entrare in una forma di legittimazione giuridica in cui il cristianesimo non è riconosciuto, ma tollerato.
Spostiamoci adesso alla Magliana, nel “Lucus”, l’antico bosco sacro dei sacerdoti Arvali sulla Via Campana.
Il collegio dei Fratres Arvales celebra ancora, nel Lucus, le feste agrarie di maggio: in vesti bianche e corone di spighe, al canto del Carmen arvale in latino arcaico, sacrificano un agnello, una scrofa e una vacca e banchettano negli edifici del santuario, invocando la prosperità dei campi e dell’intero Impero.
Tutto questo ci è noto grazie agli Acta Fratrum Arvalium, le epigrafi incise su marmo affisse alle pareti del Tempio di Dia, la dea-madre venerata dagli Arvali. Gli Acta più antichi risalgono al 21 a.C., quando Augusto solennizzò la restaurazione del culto arvalico.
All’Età severiana si riferisce un’iscrizione datata 29 maggio 218 d.C., rinvenuta nel 1778 in Vaticano. La sua importanza è fondamentale, poiché essa ci tramanda il testo del Carmen arvale così come riproposto da Augusto (CIL VI, 32388).
Ma al tempo dei Severi, tuttavia, il santuario arvalico sta vivendo i suoi ultimi momenti di gloria. Nel 222 d.C., sotto Alessandro Severo, viene messo in cantiere l’ultimo grande edificio del santuario: un balneum, piccolo impianto termale privato a uso dei sacerdoti arvali.
Il balneum misura circa 600 m², con lato maggiore di 35 metri, articolato in 15 vani e 6 piscine mosaicate. Il percorso segue la “liturgia” consolidata delle terme romane: vestibolo con tre aulette e latrine collettive, sala conviviale absidata con nicchie e colonne marmoree, frigidarium con due piscine a mosaico, piccolo tepidarium con destrictarium e laconicum, due vani di calidarium con vasche a diversa temperatura e, infine, un tepidarium di transizione per il ritorno alla temperatura ambiente e l’uscita ( Fig. 3 ).

Vigna Jacobini e le necropoli perdute della Via Campana
Dal cancello n. 31 della Via Portuense (oggi scomparso) si accede a un terreno di proprietà di un vignajuolo di nome Antonio Jacobini. Nella sua vigna, tra il 1882 e il 1887, vennero scavati vari sepolcri, tra cui il principale è il colombario di Trebio Primo. Vigna Jacobini ha inoltre una percorrenza interna, chiamata nuova strada verso le cave di tufo, che portava al costone roccioso affacciato su via della Magliana antica: possiamo supporre che i ritrovamenti siano avvenuti a ridosso di questa strada. Il primo ritrovamento nella vigna risale al 1882. Le Notizie degli scavi dell’Accademia dei Lincei riferiscono che per prima affiora una cella sepolcrale quadrata di metri 4,95 di lato, con pareti in laterizio intonacate con stucco bianco. La cella viene rinvenuta completamente spoglia, per cui i rozzi scavatori in cerca di tesori cominciano a devastare il pavimento fino alle fondamenta, alla ricerca dei corredi funerari dei defunti inumati: sotto il pavimento in effetti trovano “quattro sarcofagi di marmo e molte suppellettili, di arte scadente ma di eccellente conservazione”. è insomma un magro bottino.
Un altro piccolo ritrovamento avvenne nel 1886. Ne parla il Bullettino comunale: “Vigna Jacobini, iscrizione sepolcrale scorniciata pertinente ad un colombario”. La parola scorniciata sta ad indicare che l’epigrafe che conteneva il nome del defunto è racchiusa in una cornice con modanatura. Poco dopo di epigrafi ne affiorano altre, secondo quanto ci riferiscono le Notizie dell’Accademia dei Lincei del 1887. Le escavazioni nella Vigna Jacobini in quegli anni procedono infatti alacremente: “Proseguendo gli scavi, seguitano a scoprirsi resti di muri in laterizio e in opera reticolata appartenenti alle tombe che fiancheggiano la Via Campana; diverse epigrafi sepolcrali”. In quello stesso anno 1887 il Bullettino comunale riporta nella vigna la notizia ancora di altri ritrovamenti:
Altri ritrovamenti avvennero nella proprietà con accesso dal cancello n. 44 della via Portuense. Di questo terreno non si conosce il proprietario e si sa che il terreno non è coltivato ma adibito a cava e confinante con la Polveriera di Monte Verde. In questo terreno vennero rinvenute “sepolture doppie e multiple”, di una tipologia fino ad allora sconosciuta. Riporta il Bullettino comunale del 1888:
Il cancello n. 45 dava accesso alla proprietà Moroni, indicata anche come Cava dei fratelli Moroni e confinante anch’essa con la Polveriera. Qui viene rinvenuta una porzione di necropoli rupestre. Le Notizie degli scavi dell’Accademia dei Lincei riportano che nel 1885 viene identificata una “antica cava di tufo compatto e durissimo, con molte gallerie a cielo aperto parallele, larghe dai tre ai sei metri”, nella quale “furono stabiliti dei sepolcri a cassettone, protetti di embrici a cappuccina”.
La stagione dei ritrovamenti di Vigna Pia ha purtroppo termine in una data precisa: il terribile giovedì 23 aprile 1891, giorno dell’esplosione della Polveriera di Monte Verde. L’esplosione fa franare a valle un intero versante del costone di Vigna Pia. I sepolcri di Vigna Pia scomparvero tutti insieme in quel giorno.
Ritrovamenti alla Salita di S. Carlo (secondo colombario e ossario). Grazie agli studi di Paolo Imperatori conosciamo oggi l’esistenza di un secondo colombario, andato perduto, che si trovava proprio di fronte al Drugstore, sul lato opposto della Via Portuensis. La notizia di ritrovamento è contenuta nel Bullettino archeologico comunale del 1884, che attesta il ritrovamento “al piede della Salita di Monte Verde”, corrispondente oggi alla via della Salita di San Carlo. In questo colombario, “costruito con ricorsi in tegoloni e tufo”, vennero ritrovate allora “diverse iscrizioni sepolcrali”. Alle spalle del colombario viene rinvenuto inoltre un grande ossario comune ( Fig. 4 ):

In copertina:

(articolo aggiornato il 6 Settembre 2026)



