Anche la necropoli di Vicus Alexandri, lungo la via Campana alla Magliana, ci racconta il tempo dei Severi ( immagine di copertina ).

Qui, sotto la moderna chiesina di Santa Passera, nel suo livello più basso, si trova l’Ipogeo di Dike, un piccolissimo sepolcro sotterraneo. Il sepolcro originario era probabilmente di un’epoca precedente: il vano ipogeo destinato al culto della dea Dike è probabilmente un’aggiunta, quando il riempimento degli spazi e il diritto di edificare “ab inferis ad cælum” spingeva i proprietari a scavare verso il basso o ad aggiungere piani verso l’alto, trasformando le tombe in torri precarie.

Per accedervi, oggi si scende nell’ipogeo per una stretta scaletta: il cubicolo misura meno di due metri di lunghezza e poco più di uno in larghezza, senza finestre né aerazione, un ambiente davvero terrificante per chi soffre di claustrofobia.

Le pareti sono intonacate di chiaro, incorniciate da fasce rosso porpora. La famiglia proprietaria resta fedele alla religione tradizionale: le immagini attingono tutte all’iconografia pagana. Sulla parete lunga, però, un ciclo pittorico raffigura una divinità insolita: la dea Dike, affiancata da un volatile e da un pugile, figure dense di colore, senza contorni netti.

La dea Dike dei greci, identificata con la latina Vergine Astrea, è la personificazione divina della giustizia: protegge chi subisce torti e punisce chi sfugge ai tribunali umani. Porta una bilancia per soppesare le colpe e una spada per punirle. Il suo culto si diffonde a Roma dal I secolo d.C. e richiama l’immaginario dell’Età dell’oro, un tempo mitico in cui dèi e mortali vivevano in armonia. Il poeta Ovidio, nelle Metamorfosi, ne descrive la partenza dal mondo corrotto degli uomini: “Victa iacet pietas et Virgo cædet madentes terras” (Metamorfosi I, 149): la pietà giace sconfitta e Dike abbandona una terra intrisa di sangue.

Pregare Dike, nell’ipogeo della Magliana al tempo dei Severi, è quasi una sfida al culto imperiale: la dea è un giudice inflessibile, che trascende poteri e stagioni politiche. Il suo ritorno significherebbe una nuova età dell’oro e la condanna di un ordine percepito come ingiusto, frutto dell’arbitrio. L’affresco di Vicus Alexandri la mostra come una vergine guerriera, con bilancia e spada; accanto, il volatile ad ali spiegate e il lottatore nudo compongono un motto implicito: “Riposa sereno / chi ha lottato / per la giustizia”. La decorazione è un sussurro contro le angherie del tempo dei Severi, una speranza affidata alle pareti che la Giustizia divina riporti equilibrio sulla bilancia del mondo.

Sulla parete opposta resiste la figuretta corrosa di una pecora, mentre sulla volta si riconoscono ancora stelle a sei o otto punte.

Poco distante dall’Ipogeo di Dike, in via Teodora alla base della medievale Torre del Giudizio, si trova un’altra tomba, probabilmente coeva, oggi non visibile: i restauri in programma lasciano intravedere la possibilità di restituire alla Magliana un ulteriore frammento del paesaggio funerario severiano.

Roma, 203 d.C. Nel cuore dell’Urbe, all’interno della Bibliotheca Pacis del Tempio della Pace, un gruppo di scalpellini lavora instancabile. Su una parete di diciotto metri per tredici prende forma una mappa che cambierà per sempre la conoscenza della città: la Forma Urbis Severiana. È Settimio Severo a volerla, una pianta monumentale di marmo in scala 1:240 che raffigura Roma in ogni dettaglio: templi, palazzi, insulae, persino i vicoli più stretti.

La mappa nasce dopo il grande incendio del 192, per aggiornare un’antica pianta flavia. È insieme un catasto di pietra e un atto politico: la rappresentazione ideale di un impero ordinato, compatto, eterno. Il potere mostra ciò che vuole far vedere – la Roma monumentale e trionfante – mentre i quartieri popolari scompaiono ai margini della scena ( Fig. 1 ).

Ipogeo di Dike con pitture funerarie e due visitatori alla luce delle lucerne.
FIG. 1 – DIKE NELL’IPOGEO DI VICUS ALEXANDRI. Due visitatori sostano in una piccola camera davanti a pitture che evocano giustizia e rinnovamento. La scena rende leggibile l’atmosfera del sepolcro senza trasformare in fatto una lettura politica delle immagini (ricostruzione AI generata con supervisione umana)

Caracalla completa la Forma Urbis e consegna Roma a una mappa marmorea

Nei secoli successivi la Forma Urbis si smonta e si frantuma; i frammenti finiscono anche murati in edifici medievali. Nel 1562, presso i Santi Cosma e Damiano, riemergono i primi pezzi; oggi ne conosciamo circa 1200, appena il 15% dell’originale. Dal 2002 l’Università di Stanford li cataloga e li digitalizza: il grande puzzle di marmo entra nell’era informatica. Dal 2024 i frammenti sono esposti nel Parco archeologico del Celio, disposti sulla Pianta di Nolli del 1748, che ne ricostruisce l’immagine complessiva.

Quando la mappa è completa, nel 211, Settimio Severo muore in Britannia, lasciando l’impero ai figli, Caracalla e Geta. Dietro la Roma perfetta incisa nel marmo si prepara la tragedia.

Caracalla, nel palazzo imperiale, chiama a sé il fratello. Davanti alla madre lo fa uccidere dalle guardie: così comincia un regno di terrore. Eppure questo imperatore spietato lascerà a Roma due eredità immense.

Nel 212 emana la Constitutio Antoniniana: tutti gli uomini liberi dell’Impero diventano cittadini romani. Una scelta fiscale – più cittadini, più tasse – ma anche politica e religiosa. Un solo popolo, una sola legge, un solo pantheon. Ma la riforma ha un effetto inatteso: mettendo in comunicazione province lontane, favorisce la diffusione del cristianesimo, la nuova fede che lentamente attecchisce nel cuore dell’Impero.

Tra il 212 e il 216 Caracalla costruisce un colosso di mattoni e marmi: le Thermæ Antoninianæ, le Terme di Caracalla. Tredici ettari di bellezza e ingegno tra Aventino e Celio, capaci di accogliere 1600 bagnanti contemporaneamente. Per realizzarle si sbanca un pendio intero, si crea la Via Nova Antoniniana e si devia un ramo dell’Acqua Marcia, l’Aqua Antoniniana, che scorre sopra l’Arco di Druso.

All’interno, mosaici, giardini, palestre, biblioteche: una città del benessere, aperta a ricchi e poveri. Nei sotterranei, un mitreo accoglie i culti segreti del dio Mitra. È un mondo che cambia, dove religioni orientali e fede cristiana cominciano a incrociarsi.

Sul Palatino, in quegli stessi anni, un giovane scolaro incide un graffito su una parete del Paedagogium della Domus Gelotiana: su una croce è appeso un uomo con la testa d’asino, e davanti un ragazzo prega. Sotto, la scritta in greco: “ΑΛΕΞΑΜΕΝΟϹ ϹΕΒΕΤΕ ΘΕΟΝ” (Alessameno venera il suo dio). L’errore grammaticale, “sebete” invece di “sébetai”, tradisce la mano inesperta di un ragazzo. È un insulto crudele: il “Cristo asino” è il simbolo della “onolatria”, l’accusa di adorare un dio mostruoso.

Scoperto nel 1857 e oggi conservato all’Antiquarium del Palatino, quel graffito ci restituisce l’immagine vivida di un cristiano deriso ma già presente nel cuore della Roma imperiale.

Un’eco di quel disprezzo sopravvive in un toponimo: Affogalasino. È il nome di un piccolo rio, oggi canalizzato sotto via del Trullo. Secondo lo studioso Tomassetti, ricorderebbe l’antica usanza di gettare in acqua i cristiani – chiamati “asini” – da un ponte di pietra, il Ponte di Foga l’asino. Il Ponte di Foga l’asino esistette fino al Medioevo.

Dal muro del Palatino al fiumiciattolo del Trullo corre lo stesso filo: l’insulto all’”asino” cristiano. Eppure, in queste tracce ostili, si nasconde il paradosso della storia. Nella derisione dei persecutori, Roma ha inciso per sempre, senza volerlo, la testimonianza della fede che finirà per conquistarla.

Il circuito di visita del Drugstore Museum comprende altri due settori della Necropoli Portuense: uno su via Riccardo Bianchi (Vigna Pia), nel giardino del ristorante La Carovana; e un altro al di sotto di uno stabile condominiale in via Ravizza, 12.

Il primo settore affiora nel luglio 1998, durante i sondaggi archeologici, propedeutici all’apertura di un cantiere per la realizzazione di un garage. Emerge per primo un grottone, cioè l’ingresso di un’antica cava di tufo. Poi, un esteso settore necropolare ( Fig. 2 ).

Scalpellini montano lastre della Forma Urbis nel Tempio della Pace.
FIG. 2 – LA FORMA URBIS PRENDE FORMA. Scalpellini e assistenti fissano lastre marmoree incise sulla parete di un’aula del Tempio della Pace, seguendo misure e disegni. La scena concentra in un unico cantiere la realizzazione della grande pianta severiana senza inventarne parti mancanti (ricostruzione AI supervisionata)

Vigna Pia e via Ravizza: sepolcri lungo la direttrice portuense

Gli scavi archeologici, iniziati nel 2000, si protraggono per un paio di anni, cui segue una fase di restauro delle pitture e l’istallazione di tettoie protettive (2006). L’area, a sua volta, si suddivide in due strutture: un sepolcro familiare quadrato e un grande colombario rettangolare, suddiviso in cinque stanze.

Il sepolcro familiare è delimitato per tre lati da un filare di laterizi, mentre sul quarto appoggia direttamente alla parete tufacea. Nelle pareti interne sono riconoscibili tre nicchie ad arcosolio, con rivestimento intonacato. Nella parete tufacea è presente un grande arcosolio, nel quale gli archeologi hanno rinvenuto due olle cinerarie intatte.

Il pavimento è decorato in mosaico, con tessere bianche e nere, con motivi a scacchiera incorniciati da una fascia nera e alcuni elementi figurativi. In un riquadro è presente il ritratto a mezzo busto della defunta Atilia Romana. Il suo nome, insieme a quello del coniuge Atilius Abascantus, ci sono consegnati da un’epigrafe.

Nel sepolcro sono presenti anche delle tombe a forma delimitate da muretti, realizzate in una fase successiva. Esternamente infine è presente una sepoltura isolata, con copertura a cappuccina e un tubulo per l’inserimento delle offerte votive.

Il colombario presenta dimensioni maggiori, rispetto al sepolcro familiare e si trova ad una quota inferiore di un metro circa. Anche il colombario, come il sepolcro familiare, presenta una delle pareti addossata direttamente al costone tufaceo.

Grazie al ritrovamento di una lastrina marmorea con epigrafe rubricata (di colore rosso), conosciamo di uno degli impresari funebri costruttori del colombario: Zithace. Il colombario, ci comunica la lastrina, è destinato “ai liberti e alle liberte, e alla loro discendenza”, cioè a schiavi che hanno acquisito la libertà.

La struttura, al suo interno, è suddivisa in cinque ambienti, tutti decorati con pavimenti a mosaico in tessere bianche e nere, di diversa fattura e temi: soggetti figurativi (elementi vegetali), geometrici o simbolici (il nodo di Salomone).

Le pareti, ad intonaco bianco, presentano fascioni e linee decorative di colore porpora. Le pareti presentano anche decorazioni affrescate con motivi floreali (roselline), oppure volatili, animali ultraterreni (ippocampi) e anche raffigurazioni simboliche di carattere dionisiaco (una maschera).

Gli archeologi hanno rilevato tracce di fumo su alcune pitture: esse denotano la presenza di una cucina funeraria, collegata alle libagioni in commemorazione dei defunti.

Ci spostiamo ora a via Giuseppe Ravizza, al civico 12. Entriamo in un condominio moderno, precisamente nell’autorimessa condominiale, e da una porticina in ferro ci ritroviamo dentro un sepolcro familiare del II secolo. È uno stanzone scavato nel tufo (metri 6,40 × 4,20), con volta a botte.

Il pavimento contiene fosse e banconi (sarcofagi a cassone) e le pareti sono organizzate a colombario, con le nicchiette disposte intorno al grande nicchione a arcosolio del pater familias.

La decorazione a fresco raffigura con grande cura quattro volatili in movimento – un airone, un pavone, una colomba e un’anatra – e tre cavalli marini.

I volatili rappresentano simbolicamente le anime dei defunti che, libere dai pesi terreni, sono finalmente pronte a levarsi in volo verso la dimensione ultraterrena. L’affresco più noto, posto alla destra dell’entrata, rappresenta un airone con tratti di grande realismo anatomico. Il volatile è rappresentato nell’atto di distendere le ali per alzarsi in volo, con colori di elegantissime tonalità che vanno dal grigio al rosa. L’animale afferra con le zampe un nastro flessuoso di color porpora ( Fig. 3 ).

Complesso funerario con tomba familiare, colombario e arcosoli lungo la Portuense.
FIG. 3 – SEPOLCRI LUNGO LA DIRETTRICE PORTUENSE. Un complesso funerario mostra nello stesso spazio una tomba familiare, un colombario e arcosoli mentre pochi visitatori compiono un rito di memoria. La scena richiama Vigna Pia e via Ravizza senza ricostruire una planimetria certa (ricostruzione AI supervisionata)

Proserpina e le stagioni: il mito entra nei mosaici funerari

Sopra la nicchia del pater familias si trova l’affresco di un pavone in movimento, a terra, con le ali ancora chiuse e la coda distesa. Sulla parete sinistra è presente una colomba già in volo che si abbevera in un vaso, sospesa in aria con un rapido batter di ali. Infine un quarto affresco raffigura un’anatra.

Compaiono anche tre piccoli affreschi di ippocampi o cavalli marini – animali fantastici dal corpo di serpenti e il busto di cavalli – con la funzione apotropaica di proteggere la tomba dagli spiriti dell’Ade. Due di essi si trovano nella nicchia del pater familias; un terzo è invece in una nicchia laterale. Nella tomba sono infine presenti altre decorazioni minori: un piattello da offerte, graziose roselline rosse sbocciate, una cesta con fiori, un candelabro, una maschera.

Poco distante, al di sotto della carreggiata stradale di via Ravizza, si trova un secondo sepolcro, non accessibile al pubblico, dedicato al defunto Epinico e a sua Moglie Primitiba. I loro nomi sono contenuti in un mosaico di buona fattura.

Un altro culto ci riporta al rimpianto dell’Età dell’oro: quello della dea Proserpina. Ce ne parla un grande mosaico, ritrovato nel 1885 sulla scarpata che affaccia sulla odierna piazza Meucci. Una cronaca del tempo attesta qui una necropoli rupestre: “Si veggono avanzi di sepolcri d’ogni maniera: ipogei ed arcosoli, cassettoni a capanna, sarcofagi fittili etc. Sono stati ritrovati pure alcuni selcioni della Via Campana. Si è rinvenuto e distrutto un colombario”. È proprio dal colombario che proviene il nostro mosaico, di pregiatissima fattura.

Il mosaico raffigura il malaugurato incontro tra la ninfa Proserpina e il dio infernale Plutone, barbuto e dalla folta capigliatura. Il dio con un braccio tiene le briglie del suo cocchio e con l’altro afferra al volo la ninfa, per farne la sua sposa e regina dell’Ade. Quattro cavalli neri trainano il cocchio infernale, mentre Mercurio con le ali ai piedi li precede e batte la via degli Inferi.

Quando la grande madre Cibele è informata del rapimento, va su tutte le furie. In rappresaglia invia sulla Terra il flagello Phthinóporon (l’Autunno, raffigurato come un giovane dal capo cinto da pampini d’uva), che porta con sé tre mesi di freddo e carestia. Segue un secondo flagello, Keimón (l’Inverno, un vecchio dalla corona di canne), con tre mesi di gelo mortale.

Costretto a scendere a patti, Plutone restituisce Proserpina alla madre Cibele, ma solo per sei mesi l’anno: negli altri sei invece Proserpina farà ritorno nelle profondità infernali, e così in un eterno alternarsi di cicli di luce e tenebre.

Cibele reagisce con risoluta fermezza. Nel tempo in cui le sarà concesso di rivedere la figlia, farà risvegliare e fiorire la terra, con i suoi emissari Eiar (la Primavera, una ragazza con una coroncina di germogli campestri) e Theros (l’Estate). Negli altri sei mesi torneranno invece gli implacabili Phthinoporon e Keimon.

Il mosaico, purtroppo, è danneggiato: durante le operazioni di asporto con la tecnica della colla a strappo, sono andate perdute le parti più preziose: Proserpina con le braccia tese in cerca di aiuto; la coraggiosa ninfa Ciane che prova senza successo a soccorrerla; l’emissario estivo Theros. Vale la pena a questo punto raccontare le vicissitudini successive del mosaico di Proserpina rapita da Plutone, dopo il rovinoso distacco dal pavimento che ne ha distrutto la parte più preziosa: la figura di Proserpina e lo stuolo delle altre ninfe. Il mosaico rotto, di cui rimase la sola raffigurazione di Plutone sul cocchio di cavalli neri, viene ceduto a buon prezzo a un nuovo museo, che si va allestendo in quegli anni: l’Antiquarium del Celio. L’Antiquarium – progettato dall’architetto Sneider su un’idea dell’archeologo Lanciani e inaugurato nel 1894 – in realtà non entra mai pienamente in servizio come museo, limitandosi a svolgere la più modesta ma pur necessaria funzione di “magazzino archeologico temporaneo”: è insomma un immenso parcheggio, per opere assai importanti ma non così perfette da poter essere esposte in un museo. La cosa durerà fino al 1939. Da qui in poi il mosaico di Proserpina sarà trasferito ai Musei Capitolini ed esposto nel Palazzo dei Conservatori. È solo di recente, nel 2016, che il mosaico di Proserpina (o ciò che ne resta) trova la sua collocazione definitiva nella Sala delle caldaie della Centrale Montemartini ( Fig. 4 ).

Camera funeraria con mosaico di Proserpina e pitture di volatili e ippocampi.
FIG. 4 – PROSERPINA E LE STAGIONI NEL MOSAICO. In una camera funeraria il mosaico di Proserpina occupa il centro del pavimento, circondato da sobrie pitture di volatili e ippocampi. L’immagine riunisce motivi attestati nel paesaggio sepolcrale senza colmare le parti perdute dell’opera (ricostruzione AI supervisionata)

In copertina:

Ingresso monumentale delle Terme di Caracalla con cittadini e addetti.
LE TERME DI CARACALLA, CITTÀ DEL BENESSERE. Cittadini e addetti attraversano l’ingresso del complesso termale fra murature in laterizio e acqua. La scena restituisce la dimensione pubblica e monumentale delle Thermæ Antoninianæ senza fondere ambienti o decorazioni di epoche diverse (ricostruzione AI supervisionata)


(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)