Il Balneum è ancora in uso nel 238, l’“anno dei sei imperatori”. I sacerdoti arvali lo frequentano mentre a Roma Massimino il Trace, Gordiano I, Gordiano II, Balbino, Pupieno e Gordiano III si contendono il trono con le armi. Alla fine prevale l’ultimo dei sei pretendenti: Gordiano III. Proprio sotto il giovane imperatore il Balneum viene verosimilmente completato ( immagine di copertina ).
La crisi si apre tre anni prima, quando l’esercito innalza al trono Massimino il Trace dopo l’uccisione di Alessandro Severo. Il nuovo principe ha rapporti difficili con il Senato e governa soprattutto attraverso l’esercito e una fiscalità molto pesante. Nel 238 la rivolta scoppia in Africa: il proconsole Gordiano I, ormai anziano, viene acclamato imperatore insieme al figlio Gordiano II e ottiene rapidamente il riconoscimento del Senato. L’esperimento dura poche settimane. Capeliano, governatore della Numidia rimasto fedele a Massimino, muove contro Cartagine; Gordiano II cade nello scontro e il padre, ricevuta la notizia, si toglie la vita.
A Roma il Senato, ormai compromesso nella ribellione, non può tornare indietro. Elegge Pupieno e Balbino come Augusti, ma la folla impone che accanto a loro sia elevato al rango di Cesare il giovanissimo nipote di Gordiano I. È Marcus Antonius Gordianus, nato a Roma nel 225 o 226, figlio di Mæcia Faustina e quindi erede del nome dei Gordiani per linea materna. Mentre Massimino marcia sull’Italia, Aquileia gli chiude le porte: l’assedio si logora, la disciplina cede e lo stesso imperatore viene ucciso dai suoi soldati. Poco dopo, a Roma, anche Pupieno e Balbino cadono per mano dei pretoriani. Gordiano III resta così solo sul trono a circa tredici anni, ultimo sopravvissuto di una successione politica durata pochi mesi.
Il celebre conteggio dei “sei imperatori” non indica quindi sei sovrani contemporanei, ma una catena vertiginosa di proclamazioni, collegi imperiali e cadute: nel giro di pochi mesi il potere passa dall’autocrazia militare di Massimino a una rivolta africana, poi a una soluzione senatoriale e infine a un adolescente.
La documentazione arvalica lega direttamente Gordiano III (238-244), detto Gordiano il Pio, alla Magliana: il giovane principe compare nel Balneum, esercita la carica di magister degli Arvali e presiede le celebrazioni per la dea Dia. È l’ultimo imperatore-arvale attestato nella grande serie del Lucus ( Fig. 1 ).

Gordiano III entra nel Lucus: è l’ultimo imperatore degli Arvali
Gli Acta consentono di seguire quasi anno per anno questa fase estrema del collegio. Il contrasto con il 238 appena trascorso è netto: dopo mesi di crolli rapidissimi, il giovane Gordiano, rimasto unico Augusto, inaugura una fase relativamente più stabile. A tredici anni il governo resta inizialmente nelle mani del gruppo senatorio e di corte che lo ha sostenuto; l’immagine pubblica dell’imperatore insiste però sulla continuità dinastica, sulla pietas e sul ritorno a una normalità che il regime di Massimino aveva spezzato.
Nel 239 Gordiano assume il suo primo consolato, accanto a M. Acilius Aviola. Nello stesso anno la vita rituale degli Arvali continua a lasciare tracce. Nel 1911, in una vigna posta in località La Magliana, viene alla luce un nuovo frammento del tempo di Gordiano III, e precisamente dell’anno 239 (cfr. O. MARUCCHI, in BAC., 1911, p. 129 sgg.). È una testimonianza minuta, ma importante: mostra che, dopo la tempesta del 238, la sequenza documentaria del collegio non si interrompe e che il Lucus resta ancora inserito nella vita religiosa ufficiale dell’Impero.
L’anno successivo è attestato da una “tavola arvalica”, una lastra di marmo iscritta del tempo dell’imperatore Gordiano III e precisamente dell’anno 240, estratta nel 1914 dal pavimento di un sotterraneo di S. Grisogono in Trastevere, durante lavori di sistemazione. Tomassetti la considera una delle ultime tavole e collega questa fase al progressivo abbandono della consuetudine di incidere nel marmo gli atti del collegio sacerdotale. L’iscrizione viene studiata dal Marucchi nell’articolo Breve notizia sulla scoperta di una importante iscrizione arvalica (in BAC., 1914, p. 34 sgg.).
Anche il 240 non è un anno privo di tensioni. In Africa il proconsole Sabiniano tenta una nuova usurpazione, quasi a riaccendere la crisi da cui due anni prima era partita la rivolta dei Gordiani. Questa volta l’insurrezione rimane isolata e viene rapidamente repressa dalle forze fedeli all’imperatore. Per Gordiano III è un successo politico: il regime del ragazzo-imperatore supera una prova che avrebbe potuto riaccendere la guerra civile. Per gli Arvali, intanto, la sequenza 239-240 restituisce l’immagine opposta a quella della crisi: un collegio che continua a registrare i propri atti mentre tutto intorno l’Impero cerca faticosamente di ricomporsi ( Fig. 2 ).

241, l’ultimo atto certo degli Arvali alla Magliana
Il Cæsareum è sicuramente in uso fino al tempo di Gordiano III, a metà del III secolo d.C. Non è un edificio marginale: appartiene al settore monumentale del santuario e lega direttamente il culto della dea Dia alla presenza sacrale degli imperatori divinizzati. Gli Acta Fratrum Arvalium riferiscono che in onore dell’imperatore si svolgeva “ante Cæsareum” l’immolazione rituale di un “taurum aureatum”, un toro dorato.
All’interno del Cæsareum si trovano inoltre nove effigi di imperatori arvali, che il Peruzzi descrive così: “Statue numero nove, di imperatori incoronati di spiche di grano […]. Ciascuna havea uno epitaphio e in nel fine dello epitaphio vi è ‘Frati Arvalì ed sono nove epitaphi correspondenti alle nove statue insino a Gordiano”.
Il 241 lega in modo particolarmente stretto la storia personale di Gordiano e quella degli Arvali. L’imperatore assume il secondo consolato e sposa Furia Sabinia Tranquillina, figlia di Gaio Furio Sabinio Aquila Timesiteo, che nello stesso periodo diventa prefetto del pretorio e la figura decisiva del governo. Il protocollo arvalico dell’anno registra i vota, i voti rituali connessi al matrimonio: i fratelli si riuniscono in Campidoglio perché Gordiano ha preso in moglie Tranquillina “liberorum creandorum causa”, e lo stesso documento prosegue con le cerimonie per la dea Dia (CIL VI, 2114; J. Scheid, Commentarii fratrum arvalium qui supersunt, Roma, 1998, n. 115). Il collegio appare quindi ancora pienamente intrecciato alla vita dinastica dell’Impero.
È del 241 anche l’ultima attestazione sicura delle attività del sodalizio alla Magliana. Non sappiamo se il successivo silenzio corrisponda a un atto formale di soppressione del collegio: quell’anno resta l’ultimo punto fermo offerto dalla grande serie degli Acta arvalici conservati nel santuario. La documentazione epigrafica nota segue le riunioni del sodalizio dall’età augustea fino al III secolo e mostra quanto la confraternita fosse legata alla presenza dell’imperatore e dell’aristocrazia senatoria. Quando la serie del Lucus tace, nel pieno della crisi politica e militare del secolo, viene meno soprattutto quella continuità documentaria che per oltre duecento anni aveva reso la Magliana un luogo eccezionalmente leggibile.
La vita di Gordiano prosegue invece lontano dal Lucus. Nel 242 parte per l’Oriente contro i Sasanidi; nel 243 i Romani vincono a Resaina, ma muore Timesiteo e il suo posto viene preso da Filippo. All’inizio del 244 Gordiano muore durante la campagna mesopotamica, a meno di vent’anni e in circostanze sulle quali le fonti antiche divergono ( Fig. 3 ).

Il Lucus scompare e riemerge: la memoria lunga degli Arvali
Il silenzio della Magliana dopo il 241 non equivale alla scomparsa immediata dei Fratres Arvales. La documentazione tarda è molto più frammentaria e cambia geografia, ma il collegio lascia ancora tracce nell’Urbe. Un’epigrafe del 285 appartiene alle ultime testimonianze arvaliche datate note alla tradizione degli studi; il corpus epigrafico oggi disponibile, tuttavia, arriva almeno al 304. Un frammento degli Acta di quell’anno mostra che la confraternita sopravvive ben oltre Gordiano III e obbliga a distinguere due fenomeni diversi: la fine della grande serie monumentale del Lucus e la fine effettiva del collegio. La prima è leggibile nel III secolo; la seconda non può essere fissata con la stessa precisione.
Il culto di Dia si spegne dunque lentamente, mentre l’Impero attraversa guerre civili, usurpazioni, invasioni e profonde trasformazioni religiose. La Magliana perde il ruolo di teatro privilegiato della vita arvalica, ma gli edifici del santuario non scompaiono all’improvviso. Gli strati di frequentazione del Balneum permettono di datare la chiusura del santuario intorno al 340; nel V secolo uno degli ambienti viene riutilizzato come fornace e, più tardi, il complesso è adattato a casale rustico. Anche le lastre marmoree degli Acta conoscono una seconda vita: in età tardoantica alcuni frammenti vengono reimpiegati in contesti funerari cristiani dell’area, segno materiale di un paesaggio sacro che cambia funzione senza cancellare del tutto le proprie tracce.
Mentre il sodalizio scompare dalle fonti e gli edifici cambiano uso, anche la localizzazione del Lucus perde progressivamente nitidezza. La memoria del santuario, tuttavia, non si cancella del tutto. Già nel 1570 Fabrizio Galletti trova antichità nella vigna che sarà poi di Pietro Ceccarelli e degli Iacobini, indicando la zona con il nome della contrada di Affoga l’asino. Altre testimonianze affiorano dalle memorie degli antiquari: Flaminio Vacca ricorda il ritrovamento, sotto Gregorio XIII, di figure marmoree di consoli accompagnate da piedistalli iscritti; nel 1858 Giovanni Battista de Rossi pubblica inoltre notizie ricavate da un manoscritto cinquecentesco di Pirro Ligorio conservato a Torino.
La svolta arriva nel 1865. Nella vigna di Pietro Ceccarelli, non lontano dalla ferrovia, uno scavo sistematico riporta alla luce nuovi resti del complesso arvalico. Angelo Pellegrini ne dà subito conto nell’opuscolo Gli edifici del collegio dei Fratelli Arvali nel Luco della dea Dia, pubblicato a Roma nello stesso anno. Gli scavi, ai quali secondo Tomassetti contribuì anche la corte reale di Prussia, restituiscono l’immagine di un santuario articolato: il Circo, il Cæsareum dedicato ai Cesari, il tempio della dea Dia, ambienti termali e strutture riferite al Tetrastylon. Alcune identificazioni saranno successivamente discusse o corrette, ma il paesaggio monumentale del Lucus torna ormai concretamente visibile.
Le ricerche proseguono e tra il 1866 e il 1871 gli scavi diretti da Wilhelm Henzen recuperano numerosi frammenti degli Acta e trasformano quelle scoperte in una ricostruzione sistematica della confraternita. Il paradosso degli Arvali diventa così evidente: un collegio scomparso per secoli può essere ricostruito soprattutto perché aveva affidato al marmo i verbali delle proprie cerimonie.
Nel Novecento e nel nuovo millennio la ricerca completa il quadro. Le campagne dell’École française de Rome e della Soprintendenza riportano in luce settori del complesso, compreso il Balneum, e gli studi di John Scheid ricompongono la serie epigrafica su scala secolare. La nuova edizione dei Commentarii fratrum arvalium, pubblicata dall’École française de Rome, segue oggi i protocolli dal 21 a.C. fino al 304 d.C. Il Lucus, scomparso come luogo di culto, torna così leggibile come uno degli archivi religiosi più straordinari del mondo romano ( Fig. 4 ).

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(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)



