La nuova civitas vive di uomini, istituzioni e raccolti. La tradizione attribuisce a Romolo anche il gesto che salda il potere alla fertilità dei campi: Roma può diventare forte soltanto se la terra continua a nutrirla.
Plinio il Vecchio fa risalire al fondatore i sacerdoti dei campi e racconta che Romolo si sarebbe aggiunto come dodicesimo fratello agli undici figli di Acca Larentia (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XVIII-6). È una memoria d’origine; la documentazione storicamente controllabile dei Fratres Arvales appartiene a secoli molto più tardi.
La distanza temporale accresce il valore del racconto. I Romani vogliono gli Arvali antichissimi perché affidano loro un’idea essenziale: il grano, i confini e la prosperità della comunità meritano una protezione religiosa tanto antica quanto la città.
Quando la vita di Romolo si chiude, il mito lo sottrae agli uomini. Una tempesta nel Campo Marzio lo porta fra gli dèi come Quirino; un’altra tradizione immagina invece una congiura senatoria. Scompare il fondatore, resta l’ordine sacro che Roma proietta sulle proprie origini.
Il numero dodici salda famiglia, regalità e sacerdozio. Acca riappare appena, come un’eco: la donna che aveva accolto i gemelli diventa nella memoria la madre simbolica di una fraternità religiosa. La cesta, la lupa e la capanna possono ormai restare alle spalle.
Anche Marte cambia volto. Accanto al dio delle armi emerge la potenza invocata contro ciò che devasta il raccolto. Difendere il territorio e difendere il grano diventano gesti vicini. Da questa doppia esigenza prende forma il linguaggio che, molti secoli dopo, risuonerà ancora nel Carmen Arvale.

Nel Lucus Deae Diae: la Magliana diventa paesaggio sacro
Il cuore territoriale degli Arvali si trova sulla riva destra del Tevere, nell’area dell’odierna Magliana Vecchia, lungo la direttrice della Via Campana. Qui gli scavi hanno riconosciuto il santuario di Dea Dia. Dopo la genealogia mitica, il terreno restituisce finalmente un luogo reale.
Il santuario è un paesaggio prima ancora che un insieme di edifici. Antelucum, Lucus, Clivus e altri spazi scandiscono l’avvicinamento al bosco sacro; il Tevere e la viabilità della riva destra lo collegano alla città. La numerazione esatta del miglio può restare prudente: la Magliana come sede del culto è il dato che conta.
Scavi e iscrizioni mostrano un complesso trasformato più volte nei secoli. La stratificazione gli dà forza: il luogo viene riconosciuto, ampliato e riscritto mentre il bosco conserva la propria centralità rituale.
Gli Acta Fratrum Arvalium, rinvenuti in larga parte nell’area del santuario, aprono una finestra sulla fase storicamente visibile del collegio. Cerimonie, cariche e calendario emergono con precisione soprattutto in età imperiale. La tradizione romulea resta sullo sfondo, il Lucus entra nella storia documentaria.
Nel complesso compaiono l’Aedes Diae, il Tetrastylum e altri spazi ricostruiti attraverso archeologia ed epigrafia. La loro cronologia appartiene a fasi diverse. Insieme costruiscono però un’esperienza coerente: si lascia la viabilità ordinaria, si risale verso il santuario, ci si avvicina al bosco.
Dea Dia rimane una figura sfuggente. Il nome richiama la forza generatrice della terra; le immagini più tarde insistono sulla fertilità e sulle spighe. Nel Lucus il sacro aderisce al paesaggio: bosco, campo, percorso e confine diventano parte del rito.
Dal Tevere alla Magliana il movimento prepara l’incontro con la dea. Il luogo rende concreta una memoria che, fino a poco prima, viveva soprattutto nelle genealogie. Ora resta da dare un ritmo a questa geografia sacra: dopo lo spazio viene il tempo.

Numa ordina il tempo: calendario civile e ritmo degli Arvali
Dopo Romolo, la tradizione sceglie Numa Pompilio, re sabino di Cures, come sovrano della pace e dell’ordine religioso. A lui attribuisce il tempio di Giano, riforme sacerdotali e un nuovo governo del calendario (Livio, Ab Urbe condita, I-18–21). Numa diventa così il re che prova a mettere ordine perfino nel tempo.
Il tempo della città incontra quello dei campi. Le attestazioni storiche degli Arvali, molto più tarde di Numa, mostrano celebrazioni concentrate in maggio e una scansione rituale regolata. Fra il re della tradizione e il collegio documentato manca una linea probatoria continua. Sul piano culturale emerge lo stesso bisogno di accordare il calendario umano alle stagioni.
Pontefici, Salii e altre istituzioni religiose vengono raccolti dalla memoria attorno alla figura di Numa. Più che una serie di decreti databili, formano il ritratto di una città che affida il sacro alla ripetizione, al calcolo e alla trasmissione.
L’ancile e le processioni dei Salii appartengono allo stesso linguaggio. Il trascorrere dell’anno acquista suoni, gesti, oggetti, giorni speciali. Le stagioni smettono di essere soltanto fenomeni naturali e diventano tempo pubblico.
Anche gennaio, febbraio e le intercalazioni entrano nella riforma calendariale attribuita a Numa. La tradizione è stratificata e la cronologia precisa resta discussa. L’immagine, però, è potente: governare Roma significa tentare di governare il ritmo con cui la città ricorda, celebra e attende.
Il grano segue leggi proprie, ma la religione può accompagnarne la maturazione. Numa ordina simbolicamente il tempo civico; gli Arvali, nelle testimonianze più tarde, lo fanno risuonare nella campagna. Quando arriva maggio, quel ritmo smette di essere un’idea e diventa corpo.

Ambarvalia e Carmen Arvale: il rito prende corpo alla Magliana
A maggio i Fratres Arvales raggiungono il santuario della Magliana. Il calendario prende la forma di un viaggio: si lascia il centro, si attraversa la riva destra, si entra nel territorio che deve essere protetto e reso fertile.
La lustratio agri, la purificazione rituale dei campi mediante un percorso attorno alla terra, offre un parallelo prezioso. Catone descrive il suovetaurilia e conserva l’invocazione a Marte Padre perché protegga casa, famiglia, raccolti e bestiame (Catone, De agri cultura, 141). Il rito agricolo di Catone illumina il paesaggio religioso senza coincidere in ogni dettaglio con la cerimonia arvale.
Anche le Ambarvalia appartengono a questo orizzonte di purificazione dei campi. Il termine è latino e la sua equivalenza perfetta con la festa di Dea Dia rimane discussa. Come confronto, però, aiuta a vedere la stessa idea in movimento: delimitare, percorrere, proteggere.
Poi arriva la voce. Nel cuore della memoria arvale risuona Enos Lases iuvate. La copia epigrafica conservata è tarda, mentre la lingua del canto appare molto più antica. Il contrasto è vertiginoso: parole remote continuano a vivere dentro un rituale che conosciamo soprattutto attraverso documentazione imperiale.
Il Carmen conduce al tripudium, la danza rituale, e concentra parola, movimento e territorio. Lases, Semunes e Marmar appartengono a una lingua che già i Romani di età imperiale comprendevano con fatica. Il canto conserva così l’impressione di qualcosa che viene da molto lontano.
Anche i sacerdoti diventano parte della scena: vesti chiare, vittae, corone di spighe. Sono dettagli attestati soprattutto nelle fasi storiche più tarde, sufficienti però a restituire la fisicità del rito: corpi che camminano, cantano, danzano e occupano uno spazio sacro.
La lustratio di Catone e la festa arvale restano cerimonie distinte. Condividono però un lessico di protezione, percorso e fertilità. Nello stesso paesaggio religioso la città e la campagna possono così toccarsi senza bisogno di inventare una continuità perfetta.
Marmar, forma arcaica di Marte, acquista un volto diverso dal conquistatore armato. È la potenza chiamata a fermare malattie, tempeste e devastazioni prima che entrino nei campi. La formula vale proprio perché viene ripetuta: il rito conserva parole che il tempo ha reso oscure.
La tradizione chiude il lungo regno di Numa nel 673 a.C. e gli attribuisce ancora Flamini, Vestali e norme sacre. Roma possiede ormai un ordine religioso capace di unire centro e campagna, calendario e raccolto. Ma il Tevere ha due rive. Dall’altra parte cresce da tempo una città che guarda allo stesso fiume, alle stesse saline e allo stesso mare.

In copertina:
TERRA, BOSCO E CALENDARIO. Campi coltivati, margine boschivo e un piccolo gesto rituale costruiscono un paesaggio religioso privo di monumentalità. La copertina tiene distinti la memoria di Romolo e Numa e il collegio arvale documentato, unendoli soltanto sul piano narrativo (ricostruzione AI supervisionata).
(articolo aggiornato il 29 Agosto 2026)



