Nell’autunno del 384 la Curia elegge Siricio come successore. L’imperatore Valentiniano II conferma la scelta con una lettera al prefetto urbano, spegnendo possibili contestazioni. Siricio mostra subito grande senso organizzativo: il 10 febbraio 385 risponde a un vescovo iberico con una decretale che impone il celibato ecclesiastico come regola per vescovi, presbiteri e diaconi ( immagine di copertina ).

Il 6 gennaio 386 convoca un sinodo che ribadisce in nove canoni la disciplina della Chiesa, le modalità di ordinazione, l’obbligo del celibato, i criteri di elezione. Le decisioni sono inviate a tutte le province occidentali con l’ordine di uniformarsi: è la conferma del primato della sede di Roma. Le lettere e i canoni del pontificato di Siricio organizzano la vita dei fedeli e del clero secondo modelli quasi amministrativi. L’impero politico è indebolito, ma la Chiesa romana esce rafforzata: le sue misure gettano le basi di una burocrazia ecclesiastica destinata a durare nei secoli successivi.

Tra i reperti che De Rossi rinviene nello scavo di superficie ve n’è uno ritenuto la chiave di lettura dell’intero complesso cimiteriale: un blocco di marmo con una breve epigrafe incompleta, “-stino Viatrici”. I caratteri sono elegantissimi, con sottili volute a ricciolo alle estremità delle lettere: De Rossi riconosce senza esitazioni la mano di Furio Dionisio Filocalo, l’incisore di fiducia di Papa Damaso.

L’archeologo interpreta il frammento come parte dell’iscrizione dedicatoria dell’oratorio, la scritta di facciata che indica a chi è intitolato l’edificio. Scorrendo i martirologi alla ricerca di martiri dal luogo di sepoltura ignoto, collega la formula “-stino Viatrici” ai quattro Martiri Portuensi – Simplicio, Faustino, Beatrice e Rufiniano – i cui corpi, secondo la tradizione, erano stati traslati “super Filippi”. La ricostruzione è quasi obbligata: (Fau)stino e Viatrici sono due nomi propri al dativo, Faustinus e ViatrixFig. 1 ).

Siricio detta una decretale a chierici della Chiesa romana.
FIG. 1 – SIRICIO E LA DISCIPLINA ROMANA. Alla fine del IV secolo, il vescovo di Roma detta una lettera mentre chierici consultano testi e registri. La scena richiama decretali e sinodi con cui Siricio uniforma la disciplina ecclesiastica e rafforza la sede romana: ricostruzione AI generata con supervisione umana

La basilica diventa il nuovo cimitero di superficie della comunità

De Rossi propone di sciogliere il testo in: “Sanctis Martyribus Simplicio Faustino Viatrici et Rufiniano Damasus Episcopus fecit”. Il frammento consente così di identificare il complesso dell’Oratorio e delle Catacombe con il Cœmeterium Generoses super Filippi, luogo della primitiva sepoltura dei Martiri Portuensi, lungamente ricercato sulla riva destra del Tevere.

In un primo momento De Rossi immagina che il blocco provenisse dall’architrave del lato corto della basilica, secondo lo schema consueto di altre chiese paleocristiane. Un secolo più tardi, però, gli scavi diretti da Philippe Pergola rivelano l’ingresso principale sul lato lungo orientale, rivolto verso il Tevere, con un avancorpo in muratura lungo 2,70 metri e rialzato di un metro rispetto al pavimento: probabilmente il supporto dell’architrave con l’epigrafe.

Le lastre che pavimentano la basilica sono state attentamente esaminate per individuare eventuali tabulæ arvaliche di reimpiego, incise su un lato con un’epigrafe cristiana e sull’altro con gli Acta fratrum Arvalium. Molte mostrano questa doppia vita e sono state trasferite nei musei. Le lastre con iscrizioni esclusivamente cristiane sono invece state ricoverate nella catacomba; le trascrizioni si leggono nell’Inscriptiones christianæ Urbis Romæ. Si tratta per lo più di testi brevi, in caratteri spesso rozzi, che associano il nome del defunto a formule di pace (“in pace”, “requiescit”) e alla speranza di resurrezione ( Fig. 2 ).

Un frammento epigrafico viene studiato presso la basilica di Generosa.
FIG. 2 – L’EPIGRAFE CHE IDENTIFICA GENEROSA. Un frammento marmoreo viene esaminato davanti alla basilica, richiamando la scoperta che De Rossi collegò ai Martiri Portuensi. La scena mette al centro il lavoro archeologico e il valore interpretativo di un testo frammentario (ricostruzione AI supervisionata)

Olimpio, Eutichio e Vincenza: le lapidi raccontano la comunità rurale

Fra tutte spicca l’epitaffio di Elio Olimpio, definito “benemerenti”, cioè benefattore delle opere della basilica. Il grande lastrone di marmo è stato ritrovato in frammenti ai piedi dei gradini del presbiterio, sotto l’altare: il posto d’onore. L’iscrizione ricorda che Elio Olimpio “riposa in pace” e menziona anche la figlia Elia Mallonia, sepolta nello stesso luogo pochi anni più tardi. L’epigrafe, databile fra 382 e 397, è la più antica del complesso e De Rossi la interpreta come il sepolcro del principale finanziatore della basilica, collocato mentre l’edificio è ancora in costruzione, proprio negli anni in cui il bosco degli Arvali viene confiscato.

Un’altra epigrafe celebre è quella di Aurelio Eutichio, morto a 85 anni, sette mesi e quattro giorni: un’età notevole per l’epoca. Il testo ricorda che Aurelio ha eretto la tomba per sé e per la moglie Ermione, definita “incomparabile e generosa”, e si distingue per l’eleganza dei caratteri, segno di una committenza agiata.

Davanti all’arcosolio di Generosa De Rossi rinviene l’epitaffio di una certa Vincenza, che “visse più o meno ottant’anni” e morì l’11 dicembre del 394 al tempo dei consoli Recemede e Clearco. Quel “più o meno”, inciso in latino come plus minus, rivela bene il tono ingenuo di questa comunità rurale, dove non sempre si conserva memoria precisa della data di nascita ( Fig. 3 ).

Lapidi funerarie raccontano la comunità rurale di Generosa.
FIG. 3 – LE LAPIDI DELLA COMUNITÀ RURALE. Nel santuario di Generosa, lastre funerarie ricordano Olimpio, Eutichio, Vincenza e altre vite. L’immagine evoca famiglie, età e formule epigrafiche che ricostruiscono il profilo sociale della comunità fra fine IV e inizio V secolo (ricostruzione AI supervisionata)

394: le epigrafi chiudono il secolo della Roma cristiana

Singolare è poi l’epigrafe di Flavio Verissimo, dettata dalla vedova Volusia Martina. Sulla lastra, decorata da foglioline d’edera e palme stilizzate, la moglie ricorda i dodici anni di matrimonio “nullam querellam”, senza una sola lite: un piccolo monumento alla concordia coniugale.

Nella catacomba è documentata anche una lapide ricordata da Marucchi, dedicata a Giulio Timoteo “che visse circa ventotto anni di vita innocentissima”, sorpreso dai briganti insieme con i suoi allievi, da parte della moglie Otacilia Narcisa. Il defunto doveva essere un possidente o comunque una figura di rilievo della zona, caduto in un’imboscata della malavita locale.

Dallo studio di queste epigrafi emerge il profilo di una comunità rurale con alcuni longevi, in un’epoca di vita media molto bassa. Le formule stereotipate (“in pace”, “nullam querellam”, “vitæ innocentissimæ”) lasciano intravedere affetti concreti, paure terrene – compreso il rischio di finire “decepto a latronibus” – e un cristianesimo semplice, che affida alla pietra di una lapide l’unica, tenace biografia di queste esistenze ( Fig. 4 ).

Una lapide datata 394 viene letta nella catacomba di Generosa.
FIG. 4 – 394, UNA DATA NELLA PIETRA. Una lapide viene letta nella catacomba, mentre altre iscrizioni mostrano formule di pace e memoria familiare. La scena prende il 394 di Vincenza come punto cronologico per raccontare un cristianesimo rurale affidato a epigrafi dense di biografia (ricostruzione AI supervisionata)

In copertina:

Siricio e la comunità rurale di Generosa nella Roma cristiana.
ROMA ORGANIZZA LA CHIESA, GENEROSA CONSERVA LE VITE. Dopo Damaso, Siricio rafforza la disciplina romana mentre nel santuario portuense si accumulano epigrafi, sepolture e memorie familiari. La scena accosta il centro ecclesiastico e la comunità rurale in un’unica sintesi narrativa (ricostruzione AI supervisionata)


(articolo aggiornato il 8 Settembre 2026)