Dopo la caduta di Troia, racconta la tradizione, Enea lascia la città in fiamme con Anchise, suo padre, il figlio Ascanio e i Penati, le divinità protettrici della casa e della stirpe. Attraversa il Mediterraneo e raggiunge il Lazio, dove incontra Latino, la figlia Lavinia e Turno, il rivale che gli contende matrimonio e territorio.
Dopo il conflitto con Turno, la stessa tradizione racconta che Enea ha fondato Lavinium, chiamandola così in onore di Lavinia. Qui la memoria troiana mette radici: i Penati vengono custoditi nella nuova città e da Ascanio parte la genealogia che raggiunge Alba Longa. (Fig. 1)
Poi il paesaggio risponde. Presso l’odierna Pratica di Mare è esistita davvero Lavinium. Gli scavi hanno restituito il santuario dei Tredici Altari, che rende visibile la forza cultuale della città. Enea entra qui attraverso la memoria che nei secoli ha legato il luogo all’eroe troiano: davanti agli altari la religione diventa pietra e gesto ripetuto da generazioni (Oxford Classical Dictionary, s.v. Lavinium).
Poco lontano, una tomba del VII sec. a.C. è stata monumentalizzata ed è diventata ciò che la tradizione archeologica chiama heroon di Enea, un monumento dedicato alla memoria di un eroe. Il nome del defunto è perduto; il luogo ha continuato a vivere, trasformandosi in un punto capace di richiamare Enea e una memoria condivisa (Oxford Classical Dictionary, s.v. Lavinium).
A Lavinium il mito si appoggia a pietre, altari e sepolcri. La città ha scelto di riconoscersi anche attraverso Enea, e il racconto è diventato parte dei suoi culti e della sua memoria.
Da Lavinium il racconto si sposta verso i Colli Albani. Ascanio fonda Alba Longa, ma davanti non c’è una città identificata in un solo punto: ci sono alture, necropoli e luoghi sacri nei quali il nome di Alba continua a essere cercato. (nell’immagine di copertina)

Alba Longa: la città madre perduta nei Colli Albani
Nel Latium Vetus, il Lazio delle antiche comunità latine, Alba Longa occupa il centro della genealogia delle origini. Ascanio lascia Lavinium per fondarla sui Colli Albani; da lui discende la stirpe dei Silvii, la dinastia che la tradizione colloca fra Enea e i futuri re legati alle origini di Roma.
Alba, però, sfugge a un solo punto sulla carta. Le ricerche guardano soprattutto al settore occidentale del Lago Albano, dove necropoli e tracce protostoriche mostrano un territorio densamente vissuto. Castel Gandolfo pesa in alcune ricostruzioni, mentre il nome della città continua a muoversi fra più luoghi possibili (Coarelli 2008).
Forse Alba Longa è stata un centro dominante; forse il suo nome ha raccolto la memoria di più comunità. In entrambi i casi emerge lo stesso paesaggio: villaggi e necropoli attorno al lago, percorsi che salgono verso la montagna, comunità diverse dentro un orizzonte comune. (Fig. 2)
Sul Monte Albano entra Iuppiter Latiaris, Giove Laziale: la forma di Giove venerata dalle comunità latine sulla montagna. È il dio che sovrasta il loro incontro religioso e offre un riferimento sacro comune a città politicamente distinte.
Sul medesimo monte si celebrano le Feriæ Latinæ, la grande festa religiosa delle comunità latine. Delegazioni provenienti da città diverse salgono alla montagna, partecipano al sacrificio e condividono il banchetto rituale. Strade, salita, vittima e pasto comune trasformano l’altura in un luogo di riconoscimento collettivo (Dubbini 2022).
Questa forza religiosa spiega perché i Colli Albani abbiano custodito la memoria della città madre. I Silvii danno nomi e successioni; montagne, necropoli e culti danno alla genealogia un territorio.
Alba Longa rimane una città cercata dentro un paesaggio reale. Più a valle il Tevere offre tracce concrete: presso il futuro Foro Boario il terreno conserva frequentazioni e scambi anteriori alla Roma urbana.

Dal Tiberis al Foro Boario: il fiume diventa crocevia
La tradizione latina affida a Tiberino Silvio, uno dei re di Alba Longa, l’origine del nome del Tevere. Il sovrano muore nelle sue acque e il fiume, fino ad allora chiamato Albula, prende da lui il nome di Tiberis. È un racconto eziologico, nato per spiegare un nome, e concentra nel fiume tre funzioni che torneranno continuamente: confine, strada e luogo d’incontro.
Nel settore di Sant’Omobono, presso il futuro Foro Boario, carotaggi, cioè prelievi in profondità, e indagini stratigrafiche hanno individuato livelli di attività umana del tardo II millennio a.C. Altri materiali del Bronzo medio e tardo confermano una frequentazione antica della riva (Brock e Terrenato 2016; Sant’Omobono Project).
La valle favorisce un approdo e un attraversamento subito a sud dell’Isola Tiberina. Si possono quasi seguire uomini che conducono animali, carichi portati a spalla, piccole imbarcazioni e merci che cambiano sponda. Fango, acqua bassa e sentieri convergono verso lo stesso passaggio (Brock, Motta e Terrenato 2021). (Fig. 3)
Il Tevere collega interno, costa tirrenica ed Etruria. Vie del sale, bestiame, metalli e altri beni convergono verso il fiume: è l’intreccio spesso riassunto nell’espressione asse Salaro-Campano, il sistema di direttrici fra entroterra, Tevere e costa.
Con la prima età del Ferro, soprattutto nell’VIII sec. a.C., questo spazio diventerà ancora più leggibile. Nel Foro Boario compariranno contatti interregionali e mediterranei, testimoniati anche da ceramiche greche, mentre il luogo acquisterà funzioni commerciali e cultuali durature (Patterson 2015).
Qui entra Caco. Nella tradizione romana è il predone mostruoso che vive nei pressi dell’Aventino e ruba parte della mandria condotta da Ercole. È la forza bruta del paesaggio selvaggio: violenza, furto e paura concentrati in una figura che l’eroe deve affrontare.
Ercole gli si oppone come eroe civilizzatore. Viaggiatore, custode di mandrie e vincitore di mostri, attraversa territori dominati dalla forza e li riconduce a un ordine di percorsi, scambi, culto e regole. La lotta contro Caco diventa il passaggio simbolico dal selvaggio a uno spazio abitabile. Presso l’attraversamento la sua memoria si lega all’Ara Maxima Herculis, il grande altare di Ercole.
Macrobio, autore tardoantico fra IV e V sec. d.C., conserva qui una leggenda singolare. Acca entra da protagonista: è una meretrice latina legata al santuario di Ercole, una prostituta sacra che accoglie i pellegrini e offre loro la propria compagnia ristoratrice. Chi esce dal tempio si sente come rigenerato e lascia al custode un obolo generoso. Acca vive dentro questo rito di accoglienza, ma non ne controlla le regole.
Il custode è un uomo rozzo, abituato a vivere di quel passaggio di pellegrini. Una sera arriva un forestiero misterioso e chiede di visitare il tempio. È tardi: il custode gli chiude l’accesso per quella notte, ma lo invita a fermarsi e a entrare nel santuario l’indomani.
La sera i due giocano a dadi. Il forestiero è fortunato; il custode perde una partita dopo l’altra. Quando arriva il momento di saldare il debito, l’uomo non offre denaro: offre al vincitore la compagnia di Acca. La donna viene chiamata e attraversa la porta senza sapere chi abbia davanti.
Il forestiero la tratta con rispetto. Nessuna costrizione, nessuna brutalità. Acca sceglie di restare, e i due trascorrono la notte insieme per comune volontà. Per alcune ore il santuario tace e il mistero rimane chiuso nella stanza.
Al mattino il forestiero rivela la propria identità. È Ercole in persona, venuto a visitare il suo tempio. Il dio scaccia il custode corrotto e affranca Acca dalla condizione di prostituta sacra. Per la donna è una seconda nascita: esce dal ruolo che altri avevano disposto per lei. Ercole le lascia infine un ordine: “Esci di qui e segui ciecamente il primo uomo che incontrerai”.
Acca varca la porta del santuario da donna libera. Il primo uomo che incontrerà appartiene alla parte successiva della leggenda; per ora la vediamo allontanarsi, sola, con le parole di Ercole ancora addosso e una vita nuova davanti.

Palatino e Decima: capanne, tombe e nuove élite
Fra il IX e l’VIII sec. a.C. la valle del Tevere cambia scala. Sulle alture vivono comunità stabili; lungo il fiume aumentano contatti e scambi. Alcuni abitati diventano più densi e le differenze sociali più visibili.
Sul Palatino, nel settore del Cèrmalo, gli scavi hanno documentato capanne della prima età del Ferro. Tracce nel tufo e fori di palo restituiscono un abitato precedente alla Roma urbana. Una struttura è nota come Capanna Romulea. Basta il nome per accendere il sogno: fra quelle impronte sembra quasi di cercare il mondo di Romolo. Le capanne sono reali; il racconto può avvicinarsi senza spegnere l’immaginazione (Puglisi 1950).
L’archeologo Andrea Carandini ha proposto una lettura più ambiziosa. Alcuni livelli di bruciato e altre trasformazioni dell’VIII sec. a.C. potrebbero raccontare un incendio rituale del vecchio villaggio mentre prende forma un nuovo centro, la Roma delle origini. Per un momento il Palatino si accende davvero: fiamme sulle capanne, il vecchio abitato consegnato al fuoco, un nuovo ordine che nasce sulle sue tracce. È l’ipotesi di Carandini, discussa ma capace di tenere vivo quel passaggio possibile e di far intravedere una fondazione dietro il deposito archeologico (Ziółkowski 2003).
Più a sud, a Castel di Decima nel Municipio IX, le campagne archeologiche del 1971-1975 hanno portato alla luce circa 300 sepolture e hanno restituito un quadro eccezionale delle comunità della prima età del Ferro (Cataldi Dini, Bartoloni e Zevi 1975).
Nel 1991 una tomba ha restituito un volto. La Tomba 359 custodiva una giovane donna di circa 18-24 anni, deposta verso il 730 a.C. dentro un tronco scavato, con ricchi ornamenti e un servizio da banchetto. Per un momento la necropoli smette di essere una serie di numeri: compaiono una persona, il rango della sua famiglia e il rito con cui la comunità l’ha accompagnata nella morte (Capanna e Verger 2023). (Fig. 4)
Palatino e Castel di Decima mostrano due aspetti della stessa trasformazione: abitati che si consolidano ed élite che acquistano visibilità attraverso tombe e corredi. Da qui in avanti sarà la donna latina Acca, e il misterioso incontro con un pastore etrusco, a entrare nel paesaggio e nella leggenda di Roma.

In copertina:
DAL MARE AL FIUME, VERSO ROMA. Costa, alture e Tevere convivono in un paesaggio protostorico fatto di piccoli nuclei, percorsi e presenze umane discrete. La copertina riunisce mito e archeologia senza confonderli: luoghi reali raccolgono memorie che accompagneranno la nascita di Roma (ricostruzione AI supervisionata)
(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)



