— Il Catasto Alessandrino misura poderi e confini della Tenuta Mattei
Antica proprietà ecclesiastica, la tenuta passa nel 1527 a Pietro Antonio Mattei. Sotto la nobile famiglia portuense la tenuta produce scarsissimo reddito, alternando vallette insalubri e boscaglia, nella quale i soli che trovano conveniente insediarsi sono i briganti.
Nota . Torniamo ora ad occuparci della tenuta, per conoscere la sua estensione, la sua articolazione interna, la sua diversa utilizzazione nel corso del tempo. In questo risulta per noi di grande aiuto l’iniziativa del papa Alessandro Vll che, con lo scopo di trovare le risorse fiscali utili a contribuire alla manutenzione delle strade consolari, promuove nel XVII secolo la redazione di un catasto dell’Agro Romano, per un’estensione territoriale corrispondente circa alla superficie dell’attuale Comune di Roma e che da lui prende il nome di Catasto Alessandrino. Tutti i proprietari di terre sono costretti ad attivarsi subito per consegnare i rilievi e la misura delle loro proprietà, in conformità a quanto disposto dal pontefice.
In quella circostanza l’agrimensore M. A. Qualeatto è incaricato dal nobiluomo Muzio Mattei e dai suoi fratelli, Giovanni e Francesco, di rilevare, in ottemperanza al bando per la raccolta degli elaborati catastali, la “Misura e Pianta della tenuta della Casetta Mattei”, Incarico che il tecnico porta a termine in tempo utile il 15 aprile del 1660.
La bellissima pianta a colori della tenuta, che l’agrimensore disegna con la dovuta abilità e competenza, è oggi conservata presso l’Archivio di Stato di Roma (Presidenza delle Strade, t. 433 bis, f. 6). Nella catalogazione dell’ASR – a conferma della sua pregevole fattura e della ricchezza di particolari – è definita: “Pianta acquerellata con disegno del casale, torre, fontanili, peschiem, ruderi, arborei, pmti, vigna, macchia e cippi di confine”.
Grazie a questo prezioso elaborato veniamo a sapere che la tenuta ha in quegli anni una estensione di rubbia 685 e due quarte. Poiché un rubbio nello Stato Pontificio equivaleva a mq. 18.484 ed una quarta di rubbio è conseguentemente pari a mq. 4.621, se ne deduce che l’estensione della tenuta nel 1660 è pari a circa 1267 ettari. Un’estensione considerevole se, ad esempio, confrontata con alcune delle Riserve Naturali regionali oggi esistenti attorno e dentro Roma: Tenuta dei Massimi (774 ha), Valle dei Casal i (466 ha), Insugherara (740 ha).
— Pietro Ottoboni porta musica e Arcadia nella Roma barocca
Il racconto si sposta adesso nel Palazzo della Cancelleria, tra gli odierni Corso Vittorio e via del Pallegrino: uno dei centri nevralgici del potere papale a Roma.
Qui, nei primi anni del Settecento prende forma una delle “macchine dello splendore” più influenti del tempo. Ad animarla c’è il cardinale Pietro Ottoboni.
Ottoboni nasce a Venezia il 2 luglio 1667, in una famiglia nobile ma economicamente dissestata: il padre, giocatore incallito, dilapida il patrimonio, e la famiglia finisce in miseria. A sostenere il piccolo Pietro interviene il prozio cardinale, che si chiama anche lui Pietro Ottoboni. Il prozio ha davanti a sé un destino importante: di lì a poco diventerà papa, con il nome di Alessandro VIII.
Nel 1681 il giovane Pietro lascia dunque la laguna e si trasferisce a Roma. Qui studia diritto, come conviene a un ecclesiastico in carriera, ma il suo vero interesse è per la poesia, la musica e il teatro. Intorno al 1688 fonda l’Accademia dei Disuniti, luogo in cui letteratura, musica e scena teatrale si intrecciano, in serate che fanno parlare la città.
L’anno di svolta è il 1689, quando Pietro ha solo 22 anni. In quell’anno, il 6 ottobre, l’illustre prozio è eletto papa. In quel momento per il nipote Pietro cambia tutto: c’era infatti allora nella Chiesa l’influente figura del “Cardinal nipote”, un parente fidato a cui il sommo pontefice delega importanti compiti di governo e di rappresentanza. Così il giovane Pietro, che stava allora pianificando il suo matrimonio, rinuncia alle nozze, accetta di buon grado la nomina a cardinale e, il 7 novembre 1689, diventa vicecancelliere di Santa Romana Chiesa, con il titolo di cardinale di San Lorenzo in Damaso e residenza proprio nel palazzo della Cancelleria.
Pietro Ottoboni fa armi e bagali e, nel palazzo della Cancelleria, trasferisce l’intera biblioteca e le collezioni d’arte del prozio. Non perde tempo e rilancia l’Accademia dei Disuniti – che diventano “Accademia Ottoboniana” – e si iscrive al circolo letterario dell’Arcadia.
Ma cos’è l’Arcadia? L’Arcadia è un movimento letterario nuovo, contrapposto all’ampollosità del barocco e orientato al recupero della semplicità pastorale del mondo antico. Ogni aderente desce scegliersi un nome nuovo, e come “nome pastorale” Ottoboni si fa chiamare Crateo.
— Ottoboni trasforma il mecenatismo in governo della cultura
Ottoboni intuisce che il gusto artistico sta cambiando: attenua gli eccessi barocchi, cerca un’eleganza più sobria, “pastorale”, e trasforma il proprio potere in un palcoscenico per le nuove arti. Ottoboni non sa di essere un pioniere di una nuova cultura.
Nelle sale della Cancelleria Ottoboni orchestra un microcosmo, che rende Roma uno dei cuori del gusto europeo del primo Settecento. Ottoboni è il mecenate di un mondo nuovo. Arcangelo Corelli guida l’orchestra cardinalizia nelle accademie del lunedì; Alessandro Scarlatti porta le sue opere; più tardi si aggiunge un giovanissimo Georg Friedrich Händel, che dirige “La Resurrezione” davanti a un pubblico scelto. Pietro Metastasio affina qui il suo teatro musicale; Filippo Juvarra disegna scenografie e un teatro di rappresentanza che sembra una piccola macchina di meraviglie, incastonata nel palazzo.
In pittura Ottoboni promuove il “neovenetismo”, una corrente figurativa romana che porta sulla tela gli stessi principi di semplicità dell’Arcadia: fa arrivare a Roma uno stuolo di pittori e trasforma la Cancelleria in una galleria privata, con un centinaio di paesaggi di Gaspard Dughet e molte altre tele.
Mentre Ottoboni sostiene artisti e architetti, il cardinale si prende cura anche della sua chiesa titolare, San Lorenzo in Damaso: restaura cappelle, istituisce una farmacia per i poveri, affida lavori a maestranze d’eccellenza.
Ottoboni spende così fortune in feste e rappresentazioni, tutto a spese delle casse pubbliche. Ma non è uno sperpero, è un investimento: dietro la facciata del gran signore dissipatore Ottoboni usa il mecenatismo per modellare una Roma colta e “nuova”.
Un altro anno di svolta, nella vita di Ottoboni, è il 1734. È l’anno del “buen retiro”, il pensionamento. Ottoboni ha scalato le gerarchie del potere ed è giunto all’apice della magnificenza. Ha fatto tutto ciò che una vita felice può sperare di dare. Nel 1734 accetta così un incarico apparentemente marginale, quello di vescovo, nella diocesi suburbicaria di Porto e Santa Rufina. Il “pastore dell’Arcadia” Ottoboni ha scelto l’Agro Portuense, per trascorrervi la vecchiaia, e farsi così “pastore di anime”.
— Delitto e castigo a Ponte Galeria tra nobili e braccianti
L’Agro Portuense di allora è una landa desolata, dove si vive in condizioni quasi estreme. Nella memoria collettiva è ancora vivido il ricordo di un fattaccio di “cronaca nera”, avvenuto qualche anno prima.
Nel 1718 la tenuta di Ponte Galeria – o di “Pontegalera”, come era chiamata allora – è una campagna durissima: strade fangose e dissestate, casali isolati nella campagna, pascoli avari, paludi ovunque. È una frontiera dove il lavoro dei campi convive con la violenza quotidiana.
La storia “nera” si svolge in una casa sperduta tra i pascoli. A tramandarci questa storia è il “Diario della Confraternita degli Agonizzanti”, l’arciconfraternita che assiste i condannati a morte e i moribondi negli ospedali e nelle carceri romane.
In quella casa è da poco morto un uomo dalla vita semplice: Macellaro Menicuccio, un macellatore di carni con bottega in via della Pace a Roma, nonché affittuario della tenuta di Pontegalera, dove tiene al pascolo le bestie che poi macella e rivende a Roma. Menicuccio vive in un casale isolato, al centro di un paesaggio quasi vuoto, segnato solo dalle nebbie delle paludi.
Un giorno bussa alla sua porta un bracciante trentenne originario di Terni, di nome Carlo Antonio Atanasio. Atanasio chiede a Menicuccio ospitalità per una notte. Ma Atanasio ha in mente un torbido piano: “Saputo che il buttero possedeva denari, [il bracciante] gli disse se per quella sera gli voleva dare alloggio”. E Menicuccio acconsente: “Il buon uomo gliel’accordò”.
Il Diario degli Agonizzanti registra la nuda cronaca di quanto avviene dopo: “Nel meglio del sonno, con un bastone, gli diede in testa”. Un’unica, energica e letale bastonata al capo. Macellaro Menicuccio fa appena in tempo a destarsi, incredulo e dolorante: “Che mi fai amico?”.
E a quel punto il bracciante Atanasio decide di finirlo: “Eppure non desisté, anzi gliene replicò due altre, sino che l’uccise”.
Atanasio rovista nella casa: “Cercò delli denari, e non trovò che 15 pavoli, li quali presi scappò”.
Un “pavolo” (un “paolo”) è un’unità monetaria del tempo e aveva come sottomultiplo il baiocco (1 paolo = 10 baiocchi) e come multiplo lo scudo (1 scudo = 10 paoli). Ci è pervenuta una tariffa annonaria del tempo, da cui desumiamo che con 15 pauli si compravano una trentina di chili di pane.
La vita di un uomo per 30 kg di pane: una somma minima che rende la rapina ancora più feroce. Ottoboni arriva così alla diocesi suburbicaria di Porto: sapendo che la vita di un uomo vale soltanto 15 pavoli.
(articolo aggiornato il 6 Settembre 2026)



