Siamo alla fine degli anni Venti dell’Ottocento. Roma vive gli ultimi anni di Leone XII e lo Stato pontificio sembra un gigante stanco che prova a resistere alle scosse dell’Europa moderna. Nel 1828 il papa, severo e moralista, concentra le energie su due fronti: risanare i conti e stringere il controllo sulla città. Con il motu proprio del 21 dicembre istituisce la congregazione di Revisione dei conti, che passa al setaccio i bilanci della Camera apostolica e degli uffici cittadini.

Leone XII rafforza le opere di beneficenza, inquadra mendicità e povertà dentro una fitta rete di commissioni e sussidi, moltiplica divieti e sorveglianze su teatri, osterie, feste popolari e soprattutto sul ghetto. L’aristocrazia mormora, i ceti colti si irritano: la Roma delle carrozze e dei salotti sente il morso di un potere che vuole vedere e registrare tutto. Il 10 febbraio 1829 Leone XII muore in Vaticano; i funerali solenni in San Pietro chiudono un pontificato che la città riassume in un epitaffio pasquinesco, a metà fra devozione e sarcasmo.

Gli succede Pio VIII (1829–1830), transizione brevissima che non cambia la linea di fondo. Lo Stato pontificio resta diffidente verso ogni innovazione politica, chiuso alle pressioni che arrivano dall’Europa e dalle sue stesse province. Intanto, fuori dalle mura, il mondo ribolle: nel 1830 a Parigi esplode una nuova rivoluzione e nasce una monarchia costituzionale; in Belgio la rivolta porta all’indipendenza dal Regno dei Paesi Bassi. Le notizie viaggiano lungo le strade consolari, si commentano nei caffè e nelle osterie; anche sulla Portuense i viandanti parlano dei “moti di libertà” che sembrano riaprire la stagione del 1789.

Nel 1831 l’onda arriva alle Legazioni pontificie: Bologna, la Romagna, le Marche si sollevano, sorgono governi provvisori, sventolano bandiere tricolori, si chiedono Costituzioni, partecipazione politica, riforme amministrative. Mentre nelle campagne e nelle borgate il fermento corre di bocca in bocca, a Roma si apre il conclave al Quirinale: Pio VIII è morto, i cardinali si riuniscono in una città attraversata da voci di rivolta e dalle pressioni dei grandi imperi, soprattutto dell’Austria.

È in questo clima che entra in scena Bartolomeo Alberto Cappellari. Nato a Belluno nel 1765, figlio di un avvocato veneto, entra giovanissimo tra i camaldolesi con il nome di Mauro. Si forma a Padova e a Roma, guida Propaganda Fide, matura una visione fortemente gerarchica della Chiesa e una diffidenza istintiva verso le rivoluzioni: l’ordine, per lui, scende dall’alto, non nasce dalla piazza. Nel febbraio 1831, anche per le pressioni di Vienna, i cardinali lo scelgono papa: nasce Gregorio XVI.

Il nuovo pontefice, monaco colto e rigoroso, vede nei moti un attentato al potere temporale “com’era prima”. Quasi subito chiama le truppe imperiali per soffocare le insurrezioni nelle Legazioni: gli austriaci scendono nella penisola, reprimono le rivolte, rimettono in piedi le strutture del potere pontificio. A Roma circola un’espressione amara: “governo delle baionette straniere”. Nel 1832 Gregorio XVI condanna il liberalismo con l’enciclica Mirari vos, che diventa il manifesto della sua linea antiliberale.

Tra il 1828 e il 1833 il quadro dello Stato pontificio si chiarisce: da un lato il controllo dei conti, della povertà e dei costumi inaugurato da Leone XII, dall’altro la restaurazione armata di Gregorio XVI contro i moti e le idee nuove. Roma resta il centro immobile di questo sistema: palazzi cardinalizi, congregazioni, archivi pieni di dispacci. Ma sotto la superficie, nelle città, nelle campagne, lungo strade come la Portuense, le domande di cambiamento restano lì, sospese, pronte a riaffacciarsi.

Se usciamo da Roma lungo la Via Portuense, lasciamo alle spalle le cupole e imbocchiamo un paesaggio diverso: campi ondulati, filari di viti, casali isolati. Sul fondo, come una lama d’acqua color piombo, scorre il Tevere. Qui si stende la tenuta di Pian Due Torri, un pianoro affacciato sul fiume, abbastanza lontano dal centro da garantire discrezione, abbastanza vicino da essere raggiunto in carrozza in poche ore.

Negli ultimi anni Venti la tenuta passa di mano: viene venduta all’anziano conte Filippo Cini, desideroso di regalare alla giovane moglie, la contessa Giulia (Giulia Prosperi-Buzi, 1811–1872), un luogo in cui poter correre a cavallo lontana da occhi indiscreti. La contessa è infatti chiacchieratissima. Ama i cavalli, le cavalcate veloci, le conversazioni brillanti; Roma, come sempre, mormora.

Cini non nasce conte. Ex falegname, poi ricco negoziante, si arricchisce col commercio di legname e di botti, accumula denaro e influenza fino a comprarsi titolo e status e a rimaneggiare con orgoglio un palazzo barocco affacciato su piazza di Pietra, a pochi passi dai resti del tempio di Adriano. Erede della castellania di Piansano, siede nelle commissioni della Provincia Romana, controlla la Direzione generale delle Dogane pontificie. Il suo vero gioiello è la combinazione di quei due luoghi: il palazzo urbano e la tenuta fluviale. La scena perfetta per una storia complicata.

Pian Due Torri: Giulia, Filippo e Stendhal entrano nella stessa storia

Nel 1833, nella casa di piazza di Pietra, compare l’ospite destinato a cambiarle la vita: Marie-Henri Beyle, console di Francia a Civitavecchia, che il mondo conosce come Stendhal (1783–1842). La relazione scabrosa si intrattiene almeno dal 1833, quando il conte Cini, novello sposo, incomincia a ospitare come habitué lo scrittore Stendhal nella sua casa romana. Stendhal entra subito in sintonia con Giulia. In alcune corrispondenze la definisce “languissante” (languida) e dotata di “ésprit naturel” (una naturale allegria). Per proteggerla dagli occhi indiscreti, le scrive anche lettere assai più ardite, in cui copre il nome del destinatario scrivendo sulla busta “À Sandre”. Sandre è un gioco di parole, dal francese “cendre” (cenere), che in latino si dice “cinis”, cioè Cini.

Stendhal, a sua volta, introduce in casa Cini il suo protégé, il giovane Filippo Caetani (1805–1864), cadetto della grande famiglia di Sermoneta: aristocratico brillante, formato alla scuola del pittore Tommaso Minardi, con taccuini pieni di acquerelli e caricature della società romana. Quando varca la soglia di casa Cini, il piccolo teatro è completo: il conte, la contessa, lo scrittore e il giovane artista. Tra Roma e Pian Due Torri prende forma uno strano ménage à quatre: Giulia si muove fra il palazzo urbano e la campagna portuense come se la vita fosse una corsa al galoppo; a Pian Due Torri il Tevere scorre lento, nascosto dietro la foschia; i prati diventano sfondo ideale per cavalcate e incontri che sfuggono al calendario ufficiale di ricevimenti e messe solenni.

Il conte, in realtà, è tutt’altro che tranquillo. Stendhal non è infatti l’unico amante della contessa Giulia: c’è un terzo incomodo, l’aitante Don Filippo Caetani. Appena Stendhal si distrae, il suo protégé gliela fa sotto il naso. Giulia ne è perdutamente innamorata. La situazione si fa esplosiva quando il 9 maggio 1834 nasce il primo figlio dei Cini, Giuseppe. Nel suo diario Stendhal annota le parole del conte davanti alla culla: “È orribilmente brutto. Decisamente, non è mio”.

Il rimorso accompagna Stendhal fino al gesto teatrale che la tradizione, raccolta da memorie romane, gli attribuisce. Il conoscitore di cose romane Claudio Rendina riporta un aneddoto: Stendhal, spinto dal rimorso verso il suo amico conte Cini, decide di confessargli il tradimento. Il conte Cini, con aplomb da nobile, gli risponde: “È naturale, è una donna splendida. Sarete a cena a casa nostra stasera?” Una frase che riassume un mondo intero: l’onore nobiliare, il cinismo elegante, e la consapevolezza che certi equilibri – per quanto scandalosi – reggono meglio se non vengono dichiarati infranti. Intanto, sull’altra sponda del Tevere, lo Stato pontificio continua a irrigidirsi.

Negli anni centrali del pontificato di Gregorio XVI, tra il 1834 e il 1839, lo Stato pontificio si chiude a riccio. Il papa monaco consolida un regime che guarda con sospetto qualunque modernizzazione politica: ogni richiesta di riforma è una minaccia, ogni apertura un cedimento. Roma è inquieta, ma dalle stanze del Vaticano la modernità appare soprattutto come qualcosa da tenere a distanza.

Se torniamo sulla Via Portuense entriamo in un altro mondo. Il Territorio Portuense è una campagna di poderi isolati e casali che faticano a reggere le annate cattive. I braccianti vivono sul filo della sussistenza, alternando giornate nei campi a piccoli traffici e a un banditismo minore che segue la strada verso il Tevere e l’entroterra. È la versione rurale delle tensioni che agitano lo Stato: scorci quasi idilliaci e miseria ostinata si tengono per mano.

A Roma, intanto, la macchina del potere si perfeziona. I tribunali speciali lavorano senza sosta, la polizia controlla conventi, caffè, tipografie; annota nomi, segue conversazioni, registra sospetti. La censura blocca giornali, libri, perfino opuscoli devoti se odorano di “novità”. Nel 1834 l’enciclica Singulari nos colpisce apertamente il cattolicesimo liberale di Lamennais: un segnale chiaro che dal Vaticano non arriverà alcuna apertura al mondo che sta cambiando.

Nelle Legazioni del Nord la presenza austriaca è quotidiana: guarnigioni, ufficiali, accordi militari. A Bologna, Ferrara e nelle città emiliane i delegati romani convivono con le truppe imperiali in un doppio presidio che mantiene l’ordine ma allontana sempre più popolazioni e governo pontificio. La rivolta di piazza lascia il posto alle trame segrete; il malcontento scivola nel complotto e, talvolta, nel brigantaggio. Chi sogna cambiamento spesso è costretto a scegliere fra cospirare o emigrare.

Gregorio XVI governa tra colera, immobilità e paure moderne

Nel 1837 il colera raggiunge Roma. Le strade si svuotano, i lazzaretti si riempiono, il Tevere diventa al tempo stesso risorsa e minaccia. Gregorio XVI reagisce nel solco della tradizione: processioni, elemosine, nuovi cimiteri extraurbani per allontanare i morti dal tessuto urbano. Rifiuta però di trasformare l’emergenza in occasione per una vera riforma sanitaria: ospedali moderni, fognature, prevenzione restano temi marginali, relegati alle memorie di qualche medico più intraprendente.

Sul piano delle infrastrutture il ritardo è evidente. Le strade sono maltenute, i ponti insufficienti, i porti faticano a competere con quelli dei vicini. Quando in Europa si parla ormai da anni di ferrovie, nello Stato pontificio molti le guardano con diffidenza. A Gregorio XVI viene attribuita la famosa battuta, probabilmente apocrifa ma efficace, “chemin de fer, chemin d’enfer”, strada ferrata, strada dell’inferno: l’idea che il treno possa sconvolgere l’ordine tradizionale del tempo e dello spazio.

Così il Territorio Portuense rimane ai margini, attraversato da una via consolare antica ma privo di quelle opere che altrove trasformano le campagne in distretti produttivi. Mentre a nord dell’Appennino scompaiono le diligenze e arrivano le locomotive, qui il tempo continua a scandirsi sulle ruote dei carri, sugli orologi rurali come quello di Vigna Jacobini, sulle giornate lente dei fittavoli.

Eppure, sotto la crosta dell’immobilismo, qualcosa si muove. Tra il clero e i laici più colti si formano i primi nuclei di pensiero cattolico-liberale: uomini che provano a tenere insieme fede e libertà, tradizione e riforme, religione e Costituzione. All’estero, governi e opinione pubblica europei guardano con crescente perplessità al mancato aggiornamento dello Stato pontificio: il papa resta un sovrano temporale d’Antico Regime su un continente che sta cambiando volto.

Nel 1839 Gregorio XVI autorizza la nascita di istituti di risparmio locali e condanna la tratta degli schiavi con il breve In supremo apostolatus: segnali di un’attenzione selettiva ai problemi sociali e morali del tempo. Ma il centro del potere resta chiuso, serrato attorno a censura, polizia e congregazioni. E mentre lo Stato pontificio tenta di fermare l’Ottocento alle porte di Roma, nelle stanze di piazza di Pietra e nei campi di Pian Due Torri le vite di Giulia, di Cini, di Caetani e di Stendhal continuano a intrecciarsi.

Stendhal, console di Francia a Civitavecchia, scende spesso a Roma. Ufficialmente per affari, in realtà per respirare quella miscela di antichità e pettegolezzi che lo affascina. Si definisce un turista sentimentale: raccoglie lapidi e storie, consulta archivi e guide antiquarie, ascolta le chiacchiere dei salotti. La Roma papalina lo irrita e lo seduce: lenta, teatrale, ipocrita, ma perfetta come laboratorio di caratteri estremi. Il suo osservatorio privilegiato è la casa Cini in piazza di Pietra. Da lì Stendhal guarda la città e, al tempo stesso, si guarda vivere.

Intorno a loro gravita don Filippo Caetani, sempre più presenza fissa della casa e della tenuta di Pian Due Torri. L’aitante aristocratico, allievo di Minardi, riempie gli album di acquerelli e caricature dell’aristocrazia romana; la contessa, intanto, se ne innamora perdutamente. Stendhal capisce lentamente di non essere l’unico protagonista della storia che sta vivendo, ma fatica ad accettarlo.

Lo strano quartetto – conte e contessa, Don Filippo e Stendhal – partecipa a un ricevimento, il Ballo inglese dell’8 febbraio 1836, in cui gli animi si surriscaldano. Sotto i lampadari di cristallo e tra le uniformi scintillanti volano parole grosse tra Stendhal e il giovane Filippo: il ménage à quatre non regge più. Alla fine, Stendhal scrive a Giulia un bigliettino: “Contessa Sandre, fara un sacrificio”. In altre trascrizioni la resa suona così: “Contessa Sandre, farò un sacrificio”. Si farà da parte. Il 26 marzo 1836 ritorna a Parigi, portando con sé taccuini, ricordi e un groviglio di ferite nell’orgoglio.

Due anni dopo, quelle memorie romane riaffiorano dove lui sa dominarle: nella scrittura. Nel 1839 Stendhal pubblica La Certosa di Parma, il romanzo che molti considerano il suo capolavoro. Il protagonista, il conte Mosca, è l’alter ego di Stendhal. Il giovane Fabrice Del Dongo è Don Filippo Caetani. E la contessa Giulia è la protagonista femminile, la contessa di Pietra nera. Nera, come la cenere: è un altro gioco di parole. Questa almeno è l’ipotesi avanzata dal saggista Pier Paolo Trompeo, nel suo Le orme di Stendhal: “di Pietra” come la piazza romana e “nera” come la cenere, nuovo gioco sul tema di cendre e cinis.

La Certosa di Parma restituisce in letteratura una Roma inquieta

Così Stendhal descrive la sua eroina: “Giovane, brillante, leggiadra come un usignolo, ha 25 anni appena. La bellezza è il minore dei suoi fascini: è impossibile trovare un’anima più sincera e priva di ogni prudenza, che si libra nella sua interezza nel vivere l’attimo”. Dietro queste righe sembra affacciarsi, appena velata, la Giulia che cavalca tra gli argini fangosi di Pian Due Torri e brilla sotto i lampadari dei palazzi romani.

Nel 1842, a Parigi, Stendhal muore per un attacco apoplettico. Sulla tomba si fa scrivere un epitaffio in italiano di sole tre parole: “Scrisse. Amò. Visse”. Giulia avrà altri amori. Continua la relazione con don Filippo Caetani fino alla morte di lui, nel 1864; alla lettura del testamento risulta che tutti e quattro i figli della contessa sono suoi eredi. Don Filippo, raffinato acquerellista, lascia album pieni di caricature dell’aristocrazia romana tra Gregorio XVI e Pio IX: volti allungati, profili taglienti, un piccolo teatro figurato di quella società che Stendhal ha già trasformato in letteratura.

Se oggi immaginiamo di affacciarci sul fiume all’altezza di Pian Due Torri, facciamo fatica a riconoscere i prati e i casali di allora. Ma il paesaggio sonnolento della campagna portuense, le carrozze sulla Via Portuense, le galoppate della contessa Giulia restano incastonati nelle pagine della Certosa di Parma: dietro le corti emiliane e i cieli di Parma, continua a battere il cuore di una Roma papalina che si specchia nel Tevere, tra storia grande e storie segrete.

Vigna Consorti è un borghetto agrario ottocentesco, residuo della vasta tenuta della famiglia Consorti, oggi appartenente alle Pie Discepole del Divin Maestro. La consistenza attuale si limita a una porzione di terreno agricolo in abbandono, all’omonimo viale fiancheggiato da pini che da via del Trullo risale verso la Portuense, e a quattro piccoli caseggiati: la Casa, il Casaletto, il Rudere e l’Oratorio. La Casa (abitazione rurale) è il maggiore e meglio conservato: riconoscibile per il colore bianco degli intonaci, la presenza di una grande palma e, tra i quattro, le migliori condizioni di conservazione. Il Casaletto, riconoscibile per il colore rosso dei vecchi intonaci a calce e la posizione leggermente distaccata, risale ad inizio Ottocento: è un corpo unico a due piani su pianta rettangolare, con tetto a due falde e manto di tegole ancora in posa; murature in laterizio, tufo e pietre; nelle immediate vicinanze un corpo edilizio più piccolo oggi crollato (forse un magazzino). Nel 2005 è stato catalogato dalle Belle Arti; appartiene alla Congregazione ecclesiastica delle Pie Discepole del Divin Maestro. Il Rudere è il casaletto con maggiori elementi di degrado; è segnalata la presenza di un vicino annesso agricolo (Magazzino al Divin Maestro), studiato dalla Soprintendenza. L’Oratorio del Divin Maestro, oggi luogo di ritrovo e preghiera delle Pie Discepole, era storicamente un piccolo ricovero agricolo o magazzino: fabbricato a doppio corpo con copertura a doppia falda, ad unico piano, distinguibile per il colore rosso degli intonaci. L’accesso moderno è dal civico 739 di via Portuense (Centro religioso delle Pie Discepole) o da vicolo Clementi; l’ingresso storico è dal viale di Vigna Consorti presso l’attuale via del Trullo. L’Oratorio è stato studiato dalla Soprintendenza. Nello stesso contesto si colloca la Casa rurale al Divin Maestro, edificio rurale di inizio Ottocento in via Portuense, 739, al Trullo: per quanto noto, proprietà di ente ecclesiastico e funzionale; non è visitabile, non è visibile da strada; studiata dalla Soprintendenza.

Casa Pantalei risulta censita due volte negli archivi delle Belle Arti: come edificio rurale (Casa Pantalei) e come arco monumentale (Portale Pantalei) che precede l’edificio. La casa è visibile già dal catasto del 1819, in via delle Vigne, 100, al Trullo: proprietà privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada; studiata dalla Soprintendenza. Il Portale di via delle Vigne (civico 100) è un ingresso monumentale anch’esso visibile dal catasto del 1819: per quanto noto, proprietà privata e funzionale; è visitabile, è visibile da strada; studiato dalla Soprintendenza.


(articolo aggiornato il 6 Settembre 2026)