Dopo l’omicidio di Menicuccio, Anastasio scompare. Il Diario annota che “per molti mesi non si seppe dove fosse capitato”. La dispersione delle tenute e le distanze sembrano proteggerlo. A tradirlo è però la stessa rete del lavoro agricolo: tornato a lavorare non lontano da Ponte Galeria, viene riconosciuto da braccianti che lo avevano conosciuto, segnalato all’autorità e catturato. La mobilità fra una tenuta e l’altra, che gli aveva consentito di sparire, diventa la causa dell’arresto.

Condotto a Roma, Anastasio nega le accuse. Entra allora in scena la giustizia pontificia con uno dei suoi strumenti più temuti: la corda. Le mani dell’imputato vengono legate dietro la schiena e il corpo viene sollevato mediante una carrucola; tratto, squasso, scossa e saccata indicano diverse gradazioni del supplizio. Il verbale registra l’esito: l’uomo “confessa e ratifica”. La campagna remota viene ricondotta dentro un procedimento urbano formalizzato, nel quale interrogatorio e sentenza convivono con l’uso legittimato della violenza fisica.

La pena è esemplare. Anastasio viene impiccato a Ponte Sant’Angelo e il cadavere viene poi squartato. Il gesto mostra che il braccio dello Stato pontificio può raggiungere anche i casali dispersi fra mandrie e paludi. La vicenda iniziata in un’abitazione solitaria termina nel cuore monumentale di Roma. Proprietari, braccianti, bargelli e tribunali appartengono ormai alla stessa catena di controllo: il Portuense resta periferico, ma non è più irraggiungibile.

Negli stessi anni il percorso di Ottoboni cambia natura. Nel 1724 viene ordinato sacerdote. È un passaggio decisivo: il mecenate, il vicecancelliere e il “pastore” letterario si prepara a esercitare una responsabilità pastorale in senso proprio. Dopo una vita trascorsa a organizzare ambienti culturali, comincia una fase nella quale dovrà amministrare comunità, strutture ecclesiastiche e territori reali.

Il parallelismo con Ponte Galeria acquista così un significato preciso. La giustizia ha dimostrato di poter inseguire un uomo dalla campagna fino a Roma; la Chiesa, negli anni successivi, farà il percorso inverso, portando dalla città verso le tenute visite, assistenza e presidi. Il controllo del territorio non coincide più soltanto con la punizione: comprende progressivamente anche cura e organizzazione.

1724–1734: il pastore dell’Arcadia diventa vescovo

Quando Ottoboni si avvicina al governo episcopale, Porto possiede già una fitta storia amministrativa che ne prepara il terreno. Documenti del 1704 e una conferma del condominio del 26 marzo 1718 mostrano una tenuta regolata da diritti condivisi; nello stesso quadro compare anche un incendio nella macchia di Tumoleto. Il 13 dicembre 1720 una sentenza definisce i diritti di taglio della legna e di pesca nel lago Traiano, ripartendoli in sette parti al vescovo portuense e cinque al Capitolo di San Pietro. Porto emerge dunque, prima ancora dell’arrivo di Ottoboni, come territorio governato attraverso quote, usi, conflitti e decisioni formali: la futura cura pastorale si innesterà su un sistema patrimoniale ed ecclesiastico già articolato.

Dopo l’ordinazione Ottoboni entra nella fase episcopale della sua carriera. Dal 1725 al 1730 regge la sede suburbicaria di Sabina e dal 1730 al 1734 quella di Frascati. L’esperienza gli offre un apprendistato concreto di governo ecclesiastico: visite, capitoli, edifici, assistenza e amministrazione. Quando nel 1734 accetta Porto e Santa Rufina, dunque, non si tratta di un semplice ritiro ornamentale, ma dell’approdo di un percorso ormai maturo.

Il 15 dicembre 1734 lascia il Palazzo della Cancelleria per prendere possesso della diocesi. La carrozza esce da Porta Portese e segue la Via Portuense; gli orti e le vigne lasciano spazio a una campagna più aperta, a Ponte Galeria il fondo stradale peggiora, le ruote affondano nel fango e intorno compaiono casali isolati, torri, pascoli e zone paludose. Il paesaggio della vicenda di Menicuccio diventa ora il territorio affidato alla responsabilità del cardinale.

Giunto all’Episcopio, Ottoboni entra nella cattedrale dedicata ai santi Ippolito e Lucia, recita la professione di fede, incontra il capitolo e prende possesso del palazzo episcopale. Resta vicecancelliere della Chiesa, arciprete del Laterano e titolare di San Lorenzo in Damaso: la sua vita continua a essere legata a Roma. Ma da quel momento le sue responsabilità comprendono anche casali, comunità sparse e strutture religiose del Portuense.

Il significato narrativo del passaggio è netto. L’Arcadia, per Ottoboni, smette di essere soltanto un programma estetico. Il grande mecenate che aveva costruito teatri, concerti e collezioni deve confrontarsi con ospedali poveri, strade difficili e contadini privi di luoghi di culto adeguati. Il “pastore dell’Arcadia” diventa, letteralmente, pastore di anime in una delle campagne più difficili intorno a Roma.

Porto e Santa Rufina sono una diocesi vasta e rarefatta. La responsabilità non si concentra in un unico centro urbano, ma si distribuisce fra borgo episcopale, casali, strade e comunità sparse. È il tipo di territorio che il catasto aveva imparato a descrivere settant’anni prima e che ora chiede un governo capace di raggiungere persone lontane fra loro. Ottoboni entra dunque nella fase in cui la misura amministrativa deve trasformarsi in presenza.

1735: la Chiesuola trasforma un bisogno in presidio

Nella seconda metà del 1735 Ottoboni visita le comunità dell’Agro e incontra una popolazione dispersa in casupole povere, lontana dalle grandi chiese cittadine. A Ponte Galeria manca una vera chiesa capace di servire stabilmente i lavoratori. I contadini hanno però già trovato una soluzione minima: una grotticella scavata nel tufo, adattata alla preghiera con un altare improvvisato e poche candele.

La grotticella non nasce con il cardinale. La tradizione locale ricorda che i bifolchi la usano per ascoltare la messa da almeno un secolo. Ottoboni non cancella questa pratica e non la sostituisce con un gesto monumentale: la riconosce, la rende decorosa e la inserisce in una forma ecclesiastica più stabile. Davanti all’imboccatura viene realizzato un piccolo avancorpo in muratura, con copertura a doppia falda e un lucernario circolare; sul fronte compare lo stemma Ottoboni.

La cappella prende il nome di Chiesuola della Santissima Eucaristia. È una struttura modesta, e proprio in questa modestia sta il suo valore. Nel Portuense delle grandi tenute, dove gli abitanti vivono dispersi e i collegamenti sono difficili, una piccola chiesa diventa punto di riferimento stabile: raccoglie la comunità, scandisce il calendario religioso e inserisce un luogo periferico dentro la rete ecclesiastica. La diocesi consolida un presidio nato dal bisogno dei lavoratori.

L’edificio-grotta sopravvive ancora, sebbene sconsacrato e chiuso al pubblico. La tradizione ricorda tracce di pitture settecentesche e una Natività in terracotta; elementi marmorei dell’altare sono stati trasferiti nella moderna chiesa di Santa Maria Madre della Divina Grazia. Dopo il catasto e le tasse, dopo la giustizia che ha raggiunto Ponte Galeria, arriva così una presenza ecclesiastica ordinaria. È la forma più concreta del governo ottoboniano della campagna.

La scelta è coerente con tutta la parabola del cardinale ma ne rovescia la scala. Alla Cancelleria Ottoboni aveva organizzato grandi artisti e spettacoli; a Ponte Galeria lavora invece su un presidio minimo, nato dal basso e già usato dai bifolchi. Lo stemma sulla facciata non cancella l’origine popolare della grotta: la riconosce e la incorpora nell’istituzione. Il governo della campagna passa qui attraverso una piccola architettura che rende stabile ciò che prima dipendeva soltanto dalla consuetudine.

1736–1740: Porto, l’Episcopio e la fine di una stagione

Nel 1736 Ottoboni visita l’ospedale collegato all’Episcopio e lo trova in condizioni precarie, privo di medici e medicine. Più che un luogo di cura è un cronicario, nel quale i malati attendono la morte senza assistenza adeguata. Il cardinale decide di chiuderlo e trasferire gli ammalati a Roma, dove possono ricevere cure effettive. Anche qui il governo pastorale prende una forma amministrativa: non conservare una struttura inefficiente per rispetto dell’abitudine, ma riorganizzare il servizio.

L’ospedale occupava probabilmente il settore nord del borgo fortificato, addossato alle mura. Entrando dal portale settecentesco verso Roma, sulla destra si trovavano una casa ad uso di osteria e un edificio quattrocentesco; più a ovest sorge oggi un ex edificio scolastico. La topografia minuta dell’Episcopio mostra quanto il governo di Porto sia fatto di strutture concrete, spazi di servizio e funzioni da redistribuire.

Ottoboni interviene poi sulla cattedrale e sul palazzo episcopale. Ludovico Rusconi Sassi avvia il rinnovamento e la cappella del Santissimo Sacramento; dopo la sua morte, nel 1736, Domenico Gregorini assume il ruolo di architetto del cardinale e con Pietro Passalacqua completa fra il 1735 e il 1737 la ristrutturazione, compresi scaloni e nuova facciata. A Bartolomeo Pincellotti sono affidate targhe dedicate a Benedetto XIII e ad Alessandro VIII. Maestranze romane trasferiscono così a Porto linguaggi e tecniche della capitale.

Il risultato non è soltanto estetico. Cappella, percorsi di rappresentanza, assistenza e sistemazioni del palazzo trasformano l’Episcopio in un centro più ordinato di governo religioso. Nel 1735 Ottoboni dona inoltre ai Musei Capitolini un nucleo delle proprie antichità: sculture, iscrizioni e frammenti raccolti negli anni. Il gesto sembra chiudere simbolicamente una parte della vita di collezionista proprio mentre il cardinale investe energie nella diocesi. La cultura della raccolta e della rappresentazione cede terreno alla manutenzione di uomini e luoghi.

Nel 1738 Ottoboni assume l’incarico di vescovo di Ostia e Velletri. Al conclave del 1740 è decano del Sacro Collegio; si ammala dopo pochi giorni, lascia il conclave ancora in corso e muore a Roma alla fine del mese. Viene sepolto nella cappella del Sacramento di San Lorenzo in Damaso. Con lui si chiude la parabola che ha portato l’Arcadia dalla Cancelleria alle paludi di Porto. Nel 1740 il Portuense è ormai una campagna misurata, suddivisa in proprietà, attraversata da amministrazioni, presidi religiosi e forme più stabili di controllo. Dopo Ottoboni si apre un’altra stagione: Galeria, le feste aristocratiche e la futura Parrocchietta appartengono all’orizzonte che comincia oltre questa cesura.

QUADERNO 38. La Parrocchietta

(articolo aggiornato il 15 Settembre 2026)