L’elezione di Innocenzo X cambia immediatamente la posizione di Donna Olimpia. Già prima del conclave alcuni osservatori avevano temuto che, con Giovanni Battista papa, la cognata potesse avere “gran mano” nel governo. I primi gesti alimentano quella percezione. Il 24 settembre 1644, pochi giorni dopo l’elezione, Innocenzo X redige un testamento che lega a Olimpia i propri beni personali; Camillo viene creato cardinal nipote e altri membri della famiglia ricevono incarichi e alleanze. La casa Pamphilj entra nel pieno dei privilegi tradizionalmente concessi ai parenti del pontefice. Il nuovo pontefice affida però gli affari esteri all’esperto Giovanni Giacomo Panciroli: fin dall’inizio il potere familiare convive quindi con una macchina curiale che conserva competenze proprie e impedisce di ridurre il governo della Chiesa alla sola influenza della cognata.
La novità è il posto occupato da una donna dentro quel sistema. Olimpia frequenta gli appartamenti papali, mantiene un canale diretto con il cognato e compare con evidenza nelle cerimonie pubbliche. Non governa la politica europea della Santa Sede, che resta nelle mani del papa, del segretario di Stato e degli organismi curiali; il suo terreno è diverso e molto concreto. Donativi, cariche di palazzo, suppliche, relazioni con le aristocrazie italiane e accesso personale al pontefice passano spesso attraverso di lei. È qui che il soprannome di “Papessa” trova un fondamento politico, oltre la caricatura.
Il potere di Olimpia è quindi soprattutto patronage: la capacità di far arrivare una persona davanti al papa, sostenere una richiesta, indirizzare una grazia, proteggere un cliente o rafforzare una famiglia alleata. I contemporanei sono colpiti anche dal suo presenzialismo. La visita del viceré di Napoli nel 1646 e, più tardi, le cerimonie del Giubileo mostrano una cognata del papa che pretende un posto visibile, non appartato. Il busto scolpito da Alessandro Algardi nel 1646 traduce in immagine la stessa volontà di autoaffermazione che Roma avverte nei palazzi.
Il 1645 allarga il raggio della famiglia. In autunno San Martino al Cimino viene ceduto ai Pamphilj dal Capitolo vaticano, aprendo a Olimpia un nuovo spazio nel Viterbese. Non è ancora il principato formalmente costituito negli anni successivi, ma è già un possesso sul quale impostare un programma di trasformazione. Nello stesso tempo piazza Navona e la proprietà di Monteverde cominciano a essere ripensate su scala monumentale. La Papessa non possiede un ministero: possiede una rete, e quella rete si sta traducendo in palazzi, terre, titoli e accessi.
Villa Pamphilj e San Martino: il potere diventa territorio
Il grande programma edilizio dei Pamphilj prende forma subito dopo l’elezione di Innocenzo X. Fuori Porta San Pancrazio il nucleo acquistato nel 1630 viene ampliato e trasformato; tra il 1644 e il 1652 nasce la villa suburbana del Bel Respiro. Il Casino nuovo, destinato anche a esporre la collezione di sculture della famiglia, lega il nome di Alessandro Algardi e Giovanni Francesco Grimaldi alla nuova magnificenza pamphiliana. La Villa Vecchia resta il nucleo precedente, ma attorno a essa il paesaggio cambia scala e funzione.
La regia familiare non coincide con la leggenda personale costruita attorno a Olimpia. La Maidalchini partecipa alla politica delle acquisizioni e della rappresentanza, mentre la supervisione dei principali cantieri coinvolge figure come padre Virgilio Spada e, nella villa, il figlio Camillo. Sono documentati comunque interventi diretti di Olimpia in alcune scelte artistiche, come nella grande sala del palazzo di piazza Navona. La sua influenza emerge soprattutto nel modo in cui la rete familiare trasforma il patrimonio in uno strumento di prestigio, capace di legare palazzo urbano, villa suburbana e feudo.
San Martino al Cimino rende il progetto ancora più evidente. Tra il 1648 e il 1654 il borgo viene sottoposto a un riassetto urbanistico profondo; Marcantonio De Rossi lavora come architetto e Virgilio Spada segue l’impresa. Il palazzo baronale, le mura e la sistemazione del centro mirano a dare alla famiglia una presenza signorile riconoscibile. Il 10 dicembre 1653, dopo la visita compiuta da Innocenzo X nel Viterbese, San Martino viene eretto formalmente in principato. Olimpia raggiunge così il rango territoriale che la sua ascesa romana aveva preparato. L’intervento non si limita a un edificio isolato: il rapporto fra abbazia, palazzo e borgo viene ripensato come un insieme, con l’ambizione di dare a San Martino l’ordine scenografico di una piccola città principesca.
Villa Pamphilj e San Martino sono due risposte alla stessa esigenza. A Monteverde la famiglia costruisce una corte suburbana a pochi passi da Roma; nel Viterbese crea un piccolo centro principesco, con un linguaggio quasi feudale. In mezzo resta piazza Navona, cuore politico e dinastico. La geografia della Papessa non è quindi una somma di proprietà: è un sistema di rappresentazione. Proprio per questo le crisi familiari che iniziano nel 1647 e le oscillazioni del favore papale colpiranno Olimpia non soltanto negli affetti, ma nella capacità di tenere insieme questi luoghi come segni coerenti del proprio potere.
1647–1655: Giubileo, scandali e morte del papa
Il primo strappo arriva dal figlio Camillo. Il 7 gennaio 1647 rinuncia al cappello cardinalizio e il 10 febbraio sposa Olimpia Aldobrandini, erede di un patrimonio enorme. Il matrimonio apre una crisi perché sottrae Camillo al ruolo ecclesiastico previsto per lui e mette accanto alla madre una nuora poco disposta ad accettarne la tutela. Nell’ottobre dello stesso anno viene creato cardinale il diciassettenne Francesco Maidalchini, nipote di Olimpia: una soluzione dinastica debole, contestata perfino da alcuni membri della famiglia Pamphilj. La Papessa conserva accesso al pontefice, ma il sistema comincia a mostrare crepe.
Nel 1650, durante il Giubileo, Olimpia è ancora in primo piano e compare nelle cerimonie accanto al papa. Proprio quell’anno, però, si apre una vera eclisse. Innocenzo X sceglie Camillo Astalli come nuovo cardinal nipote adottivo e limita la capacità della cognata di disporre dei beni familiari; Olimpia si ritira per un periodo dalla vita pubblica. La sua potenza non procede quindi in linea retta. Il decennio innocenziano alterna accesso e allontanamento, mentre la Curia reagisce all’anomalia di una donna capace di intervenire nel patronage senza occupare una carica formale.
Lo scandalo del sottodatario Francesco Canonici, detto Mascambruno, esplode nel 1652 attorno a falsi brevi e corruzione nella Dataria. La leggenda successiva ne farà uno dei grandi capi d’accusa contro Olimpia, ma le ricostruzioni più caute mostrano che la vicenda la sfiora senza identificarla con il sistema criminale. Nel marzo 1653 la famiglia si riconcilia; in giugno il matrimonio fra Olimpia Giustiniani e Maffeo Barberini suggella la pace fra i due casati. In ottobre Innocenzo X visita Viterbo e San Martino e in dicembre il feudo viene elevato a principato: è il momento dell’ultima apoteosi della Maidalchini.
Nel 1654 il favore sembra pienamente recuperato. Astalli viene allontanato, Innocenzo e Olimpia correggono i testamenti nominandosi reciprocamente eredi e la cognata torna a frequentare il papa con assiduità. Ma il pontefice è ormai malato. In dicembre si aggrava definitivamente e Olimpia tenta ancora di ottenere grazie per la famiglia, mentre alcuni cardinali le impediscono l’accesso agli appartamenti. Innocenzo X muore il 7 gennaio 1655. Le storie delle casse d’oro e del funerale abbandonato alimenteranno la leggenda nera; il fatto politico è più semplice: con la morte del cognato scompare l’istituzione personale sulla quale poggiava il potere della Papessa.
1655–1657: esilio, peste e morte di Donna Olimpia
Il conclave del 1655 chiude rapidamente lo spazio che Olimpia sperava ancora di conservare. Il 7 aprile viene eletto Fabio Chigi, già segretario di Stato di Innocenzo X e uomo con il quale la Maidalchini aveva avuto rapporti difficili. Alessandro VII impone una netta discontinuità e la allontana da Roma. Olimpia si ritira prima a Orvieto e poi nei possedimenti viterbesi, fino a San Martino al Cimino. Il movimento della sua vita si rovescia: la donna che era salita da Viterbo a piazza Navona torna verso la provincia, portando con sé ricchezze e il peso di un decennio di ostilità accumulata.
Nel 1656 la peste trasforma anche la geografia romana che aveva accompagnato la sua ascesa. Trastevere viene sottoposto a cordoni e controlli, l’Isola Tiberina funziona come centro sanitario e molte porte vengono chiuse o sorvegliate. Sul margine occidentale gli spurghi toccano l’area di Villa Pamphilj e, più a sud, Tor di Valle davanti alla Magliana. Pian Due Torri e la riva verso Valco San Paolo entrano nel sistema delle sepolture d’emergenza; anche Pratorotondo è legato alle sepolture degli ebrei durante il contagio. I luoghi del patrimonio e delle strade diventano luoghi di isolamento, transito sanitario e morte. Le porte rimaste aperte diventano filtri sorvegliati, e la viabilità che per decenni aveva favorito scambi e accessi viene reinterpretata come possibile veicolo del morbo.
La peste rende irrilevante il linguaggio politico che aveva fatto grande Olimpia. Non ci sono più udienze da mediare o cerimonie nelle quali imporsi: Roma è una città che riduce gli spostamenti, controlla le case e teme ogni contatto. All’inizio del 1657 la capitale crede di essere uscita dall’emergenza e il 7 aprile celebra un Te Deum. Ma nel Viterbese il contagio continua e raggiunge San Martino al Cimino, proprio il centro che negli anni precedenti era stato trasformato nel monumento più ambizioso della sua dignità principesca.
Olimpia si trova infine a San Martino, il feudo divenuto principato nel 1653. Qui la peste la raggiunge e la parabola iniziata a Viterbo torna nel Viterbese. Donna Olimpia Maidalchini muore a San Martino al Cimino il 26 settembre 1657.
(articolo aggiornato il 13 Settembre 2026)



