Da vicecancelliere, Ottoboni trasforma il Palazzo della Cancelleria in qualcosa di più di una residenza prestigiosa. Vi trasferisce la biblioteca e le collezioni del prozio, rilancia l’Accademia dei Disuniti e raccoglie libri e manoscritti provenienti anche dalla regina Cristina di Svezia e dalla famiglia Altemps. Intorno a lui lavorano l’erudito Francesco Bianchini, bibliotecario, e il letterato Lodovico Sergardi, segretario. Governo, erudizione e arti convivono nello stesso sistema di relazioni.
L’Arcadia offre a quel sistema un linguaggio. Il movimento reagisce agli eccessi del barocco proponendo una semplicità pastorale ispirata al mondo antico; gli aderenti assumono nomi pastorali e costruiscono un codice di eleganza controllata. Per Ottoboni non si tratta di un semplice passatempo letterario. Il nuovo gusto consente di trasformare la magnificenza in regia culturale: il potere continua a essere visibile, ma preferisce apparire ordinato, colto, capace di selezionare forme e talenti.
Intanto la campagna resta un mosaico di responsabilità patrimoniali. Le grandi proprietà sono seguite attraverso successioni, rendite, imposte e confinanti; la Magliana continua a essere affidata a cardinali e commendatari, tra i quali compaiono Ottavio Acquaviva d’Aragona nel 1674, Philip Thomas Howard di Norfolk nel 1679, Giambattista Spinola nel 1696 e, per pochi mesi nello stesso anno, Celestino Sfondrato. La stessa società che nei palazzi parla il linguaggio dell’Arcadia governa fuori le mura attraverso registri, canoni e amministratori.
Alla morte di Pietro Santi Bartoli, nel 1700, la contraddizione è ormai evidente. Il Portuense viene misurato, disegnato e documentato con precisione crescente, ma resta povero, fragile e disponibile a spoliazioni, abbandoni e usi opportunistici. La corte di Ottoboni non cancella questa distanza: la rende anzi più visibile. Quanto più la campagna ideale acquista eleganza nelle sale della Cancelleria, tanto più quella reale mostra la fatica necessaria per essere governata.
I registri patrimoniali rendono concreta questa distanza. La vigna valutata nel 1680 comprende 21 pezze e un quarto vignate e 6 pezze e tre quarti a canneto; i confini chiamano in causa Francesco vignarolo, Paolo Pastore, i Petroni, Giovanni Vannini, Gregorio Vanni, Giovanni Belletti e altri canneti di particolari. Il documento del 1693 sulle Due Torri aggiunge alla misura fiscale una geografia di istituzioni e famiglie. Dietro l’ordine delle carte resta dunque una campagna frammentata fra molti poteri, che deve essere ricomposta ogni volta attraverso atti, confinanti e responsabilità.
1700–1709: musica e teatro diventano strumenti di prestigio
Nelle sale della Cancelleria Ottoboni costruisce una delle più influenti macchine culturali della Roma fra Sei e Settecento. Comprende che il gusto sta cambiando e attenua l’enfasi barocca a favore di un linguaggio più sobrio e pastorale. Il palazzo diventa insieme corte, teatro, sala da concerto, galleria e luogo di incontro. La cultura non è un ornamento laterale del potere: è uno dei modi con cui il cardinale lo esercita.
Arcangelo Corelli guida l’orchestra nelle accademie del lunedì; Alessandro Scarlatti porta le sue opere; un giovane Georg Friedrich Händel dirige “La Resurrezione” davanti a un pubblico scelto. Pietro Metastasio affina in quell’ambiente il proprio teatro musicale, mentre Filippo Juvarra progetta scenografie e spazi di rappresentanza. La Cancelleria concentra talenti diversi e li inserisce in un sistema stabile di committenza.
Dal 1700 almeno Corelli è al servizio di Ottoboni come primo violino e direttore dei concerti. Nel 1709 Juvarra entra ufficialmente nella sua corte e realizza il teatro di rappresentanza. Ottoboni interviene anche nelle arti figurative, favorisce il neovenetismo e raccoglie una vasta quantità di dipinti, fra i quali numerosi paesaggi di Gaspard Dughet. Il paesaggio dipinto, disciplinato e armonico, offre quasi il rovescio ideale della campagna portuense, dove acqua, fango e distanza continuano a imporre le proprie regole.
La spesa è enorme e alimenta l’immagine del gran signore dissipatore, ma la logica è più complessa. Denaro e committenza servono a modellare un ambiente, produrre prestigio, costruire consenso e proporre un’idea di Roma. La stessa capacità di organizzare uomini, spazi e risorse che si manifesta nella cultura tornerà, molti anni dopo, quando il cardinale dovrà governare non più una corte ma una diocesi rurale.
Anche San Lorenzo in Damaso partecipa a questa costruzione. Ottoboni resta legato alla propria chiesa titolare, promuove restauri, sostiene cappelle e istituisce una farmacia per i poveri. Il mecenatismo mostra così un doppio volto: da una parte produce spettacolo e collezioni, dall’altra servizi e devozione. Non è ancora il governo territoriale di Porto, ma ne anticipa il metodo: unire rappresentazione, organizzazione materiale e cura di una comunità.
1709–1718: l’Arcadia matura, la frontiera rurale resta dura
Negli anni Dieci la rete ottoboniana raggiunge la piena maturità. Dal 1712 la Cancelleria ospita anche l’incontro natalizio dell’Arcadia; le accademie, gli spettacoli e le collezioni non sono più episodi, ma un’infrastruttura culturale che organizza artisti, spazi, appuntamenti e pubblico. Ottoboni resta legato anche a San Lorenzo in Damaso, dove restaura cappelle, istituisce una farmacia per i poveri e affida lavori a maestranze di alto livello. Magnificenza privata, devozione e servizio vengono presentati come parti dello stesso programma.
Fuori dalle mura, però, il programma dell’ordine incontra un territorio che continua a resistere. Le zone basse restano malsane, la boscaglia offre riparo ai briganti, molte terre producono poco. Il Portuense è più leggibile di mezzo secolo prima, ma non necessariamente più sicuro. Proprietari, affittuari, braccianti e butteri si muovono lungo una rete economica che collega i mercati cittadini ai pascoli di Ponte Galeria, mentre la distanza dai centri abitati amplifica ogni rischio.
Questa distanza fra Arcadia letteraria e campagna reale è il vero controcampo della corte ottoboniana. Nei saloni il pastore è figura poetica; lungo la Portuense è un lavoratore esposto alle piene, alla malaria, alla violenza e alla precarietà. La trasformazione amministrativa non ha abolito la frontiera rurale: l’ha soltanto resa più visibile e, soprattutto, più raggiungibile dagli strumenti dello Stato.
Nel 1718 un episodio di cronaca nera a Ponte Galeria porta questa contraddizione al limite. La vicenda non appartiene direttamente alla biografia di Ottoboni, ma appartiene al mondo che il cardinale, ormai figura centrale della Roma arcadica, finirà per incontrare come vescovo. È il punto in cui le due Arcadie smettono di essere immagini lontane e cominciano ad avvicinarsi.
La campagna, inoltre, non è immobile. Affittuari cittadini tengono bestiame nelle tenute; braccianti forestieri si spostano da un casale all’altro; merci e animali seguono la Portuense verso Roma. Proprio questa mobilità spiega perché il territorio, pur rarefatto, non sia separato dalla città. La frontiera rurale è una periferia connessa: la sua vulnerabilità nasce dalla distanza, ma il suo controllo dipende dalle reti che la attraversano.
1718: Menicuccio e Anastasio nella campagna di Ponte Galeria
Nel 1718 la tenuta di Ponte Galeria, spesso chiamata Pontegalera, è una campagna dura. Le strade sono dissestate, i casali lontani l’uno dall’altro, i pascoli avari e le paludi onnipresenti. In questo paesaggio vive Menicuccio, macellatore di carni con bottega in via della Pace a Roma e affittuario della tenuta. Tiene qui il bestiame destinato alla macellazione e conduce una vita sospesa fra mercato cittadino e lavoro rurale.
La vicenda è tramandata dal Diario della Confraternita degli Agonizzanti. Un bracciante trentenne originario di Terni, Carlo Antonio Anastasio, chiede ospitalità per una notte. Sa che il padrone di casa possiede denaro e prepara una rapina. Il Diario conserva la voce asciutta della testimonianza: “Saputo che il buttero possedeva denari, gli disse se per quella sera gli voleva dare alloggio”. Menicuccio accetta. Nel sonno Anastasio lo colpisce alla testa con un bastone; l’uomo riesce appena a domandare: “Che mi fai amico?”. L’aggressore continua fino a ucciderlo. Gli Agonizzanti, che assistono moribondi e condannati a morte, registrano il fatto con la concretezza di chi deve accompagnare le ultime ore degli uomini, non costruire una leggenda.
Poi rovista nella casa e trova soltanto quindici pavoli. Il Diario annota: “Cercò delli denari, e non trovò che 15 pavoli, li quali presi scappò”. Il pavolo, o paolo, vale dieci baiocchi; dieci paoli formano uno scudo. Una tariffa annonaria dell’epoca consente di stimare che quindici paoli corrispondano grosso modo al prezzo di una trentina di chilogrammi di pane. La sproporzione fra bottino e delitto rende l’episodio ancora più feroce.
Il caso lascia intravedere l’economia quotidiana della frontiera portuense. Anastasio è un bracciante forestiero; Menicuccio collega la bottega urbana ai pascoli di Ponte Galeria; bestiame, lavoro salariato, ospitalità e denaro circolano lungo la stessa rete. Il casale non è fuori dal sistema economico, ma ne è uno dei nodi più esposti. L’Arcadia reale termina qui, per un momento, nel sangue e nel fango. Da questo margine violento emerge una domanda concreta: fino a che punto la giustizia pontificia e la cura ecclesiastica riescono davvero a raggiungere una periferia tanto distante dalla città?
(articolo aggiornato il 15 Settembre 2026)



