“La nostra cappella portuense, come si è accennato, è la più antica di tutte quelle che sono dedicate ai due celebri martiri alessandrini Ciro e Giovanni, ed è l’unica superstite in Roma” ( immagine di copertina ).

“Allorquando il nome dei due santi si cambia nell’inaudito di Passera, e si credette che sotto questo si nascondesse quello di Prassede, si comincia a celebrare in questa chiesa anche la festa di S. Prassede, e al 21 di luglio, giorno natalizio di detta santa, in cui però accadde la riposizione delle reliquie dei due eponimi della chiesolina, il popolo romano concorreva in folla a questo luogo”.

Sull’origine dell’attuale nome ‘Passera’, l’ipotesi più probabile, come intuì fra i primi il Tomassetti, è che esso sia il risultato di una distorsione fonetica popolare. Partendo dalla denominazione iniziale di Abba Cyrus (padre Ciro) con il passare del tempo si sono affermare progressivamente alcune varianti quali Abbaciro, Appaciro, Appacero, Pacero, Pacera ed infine ‘Passera’.

La forza di questa lettura sta nella continuità dei passaggi, più che in una singola trasformazione improvvisa. Il nome liturgico di Ciro entra nella pronuncia quotidiana e perde progressivamente la propria trasparenza, finché Pacera e Passera non vengono più percepiti come varianti dello stesso titolo. Armellini e Tomassetti lavorano quindi come archeologi delle parole: confrontano documenti, intitolazioni e pronunce per risalire dalla forma moderna alle forme medievali. Il risultato non produce una biografia della santa, perché quella biografia non esiste; ricostruisce invece la storia concreta di un nome, mostrando come lingua, devozione e memoria locale possano creare una nuova identità cultuale senza un vero atto di fondazione ( Fig. 1 ).

All’inizio del Novecento uno studioso confronta volumi e note collegati alle ricerche di Armellini e Tomassetti.
FIG. 1 – ARMELLINI E TOMASSETTI SULLA CORRUTTELA DEL NOME. All’inizio del Novecento uno studioso confronta volumi e note dei due autori, valutando la sequenza da Abbas Cirus a Passera. La scena rappresenta il confronto storiografico senza testi leggibili o pannelli. ricostruzione AI generata con supervisione umana

Bolland e la critica agiografica mettono alla prova la santa

I bollandisti

Un gesuita belga, Jean Bolland, nel 1643 inizia una monumentale raccolta di vite di santi (agiografie), cercando in maniera critica di separare gli elementi fiabeschi dalle notizie storicamente verificabili. Il religioso ne conclude così che molti santi, soprattutto i primi martiri e molti santi medievali, sono in realtà delle figure immaginarie, frutto della fervida devozione popolare. La sua opera viene nel tempo proseguita dai “bollandisti”, e culmina nel 1969 con il motu proprio Misterii Paschalis, con cui Papa Paolo VI tolse dal calendario ben 31 santi immaginari, declassa a culto locale altri 33 santi patroni incerti e introdusse la memoria facoltativa per altri 95 santi dubbi.

Per quanto ciò possa apparire incomprensibile ad occhi moderni, la disputa su Prassede e Pudenziana ce la siamo trascinata avanti fino a tempi recenti, quando nel 1969 la Chiesa intervenne per chiudere definitivamente la vicenda. Con una soluzione salomonica, valida ancora oggi, la Chiesa stabilì che Prassede e Pudenziana mantengono il titolo di sante e martiri, ma dal 1969 non sono più ricordate in alcun giorno del calendario.

Vittime illustri di questa riforma sono due sante martiri, le sorelle Prassede e Pudenziana, che in precedenza sono festeggiate il 21 luglio e il 19 maggio.

Gli ultimi secoli della storia di Santa Passera sono però contrassegnati dal progressivo abbandono e impoverimento. È un processo che si accompagna al graduale e inarrestabile decadimento e spopolamento della campagna circostante, che dopo un rilancio economico avvenuto nel periodo rinascimentale, precipita in una crisi sempre più grande ( Fig. 2 ).

Nel Seicento un gesuita esamina criticamente manoscritti e vite di santi secondo il metodo agiografico dei bollandisti.
FIG. 2 – BOLLAND E LA CRITICA AGIOGRAFICA. Nel Seicento un gesuita esamina antichi manoscritti e vite di santi. La ricostruzione mette al centro il metodo critico dei bollandisti, che separa tradizione devozionale e verificabilità storica senza immagini soprannaturali. (ricostruzione AI supervisionata)

Vicolo di Pietra Papa ricuce Portuense e Tevere

Le strade dei Papareschi

Ad Andrea Di Mario si deve anche di aver studiato l’antica viabilità stradale della Piana di Pietra Papa, oggi sorprendentemente simile a quella antica, nonostante gli stravolgimenti occorsi durante il fascismo con la creazione di viale Marconi.

L’antica viabilità del Piano di Pietra Papa – oltre a quella principale rappresentata dalla Via Portuense e via della Magliana, allora esistenti – consisteva in un certo numero di strade minori, che hanno origine dalla Via Portuense e che raggiungevano una strada che costeggiava la riva del Tevere: si tratta di una sorta di antenato dell’attuale lungotevere.

La più importante tra queste vie è il vicolo di Pietra Papa. Questo vicono, che esiste ancora oggi, iniziava dalla Via Portuense e ha tre diramazioni. La prima, che corrisponde all’attuale via dei Papareschi, raggiungeva il Tevere con un percorso pressoché rettilineo. La seconda, con continui cambi di direzione, raggiungeva anch’essa il Tevere, ma un po’più a valle della precedente. Di tale percorso sopravvivono oggi alcuni spezzoni come l’odierno omonimo vicolo di Pietra Papa e la parte terminale di via Pietro Blaserna presso il Tevere. La terza diramazione, a differenza delle altre due, non raggiungeva le rive tiberine ma si fermava nei pressi di un canale di irrigazione dalle parti dell’odierna via Antonio Roiti (della parte iniziale di questa terza diramazione resta oggi traccia nella via dei Prati dei Papa e in via Carlo Sereni) ( Fig. 3 ).

Nel tardo Medioevo un vicolo di Pietra Papa attraversa campi verso il Tevere, percorso da viandanti e animali da soma.
FIG. 3 – VICOLO DI PIETRA PAPA VERSO IL TEVERE. Nel paesaggio rurale tardo-medievale una strada attraversa campi e proprietà, percorsa da viandanti e animali da soma; in lontananza compare il piccolo santuario. La scena restituisce il collegamento fisico fra Portuense e fiume. (ricostruzione AI supervisionata)

Pozzo Pantaleo e le strade minori disegnano la piana

Altra strada di una certa importanza presente nella Piana è l’antico vicolo di Pozzo Pantaleo. Esso si staccava dalla Via Portuense nel punto in cui oggi sorge l’oratorio della parrocchia Gesù Divino Lavoratore ma buona parte dell’antico percorso è stato cancellato dai moderni edifici. Solo il percorso dell’attuale via Vincenzo Brunacci conserva la memoria della parte terminale del vicolo, quella verso il Tevere, che nei primi anni del Novecento ha però cessato di chiamarsi vicolo di Pozzo Pantaleo ed è diventata parte della più recente via di Vigna Corsetti.

Il resto della antica viabilità del Piano di Pietra Papa consisteva in un esiguo numero di strade minori. Il percorso di tali vicoli è influenzato dai confini degli appezzamenti che hanno il compito di raggiungere; ne risulta una serie di sentieri con andamento sinuoso e non di rado con brusche svolte a angolo retto, stretti tra i muri di confine delle proprietà.

Questa viabilità minore è preziosa perché restituisce la forma del paesaggio prima dell’urbanizzazione novecentesca. I vicoli non seguono una maglia regolare: piegano lungo i confini dei fondi, raggiungono pozzi, vigne, casali e approdi, poi si ricongiungono alle grandi direttrici della Portuense e della Magliana. Il vicolo di Pozzo Pantaleo appartiene a questa rete di servizio rurale e mostra come la piana fosse organizzata da percorsi locali molto più antichi delle strade moderne. Anche quando il tracciato viene cancellato dagli edifici, alcuni segmenti sopravvivono nella toponomastica e permettono di ricostruire il rapporto fra proprietà agricole, Tevere e vie consolari ( Fig. 4 ).

Nel tardo Medioevo sentieri sterrati attraversano campi, un pozzo e proprietà sparse nella piana del Tevere.
FIG. 4 – POZZO PANTALEO E LA RETE DELLA PIANA. Nel tardo Medioevo sentieri sterrati attraversano campi, un pozzo e proprietà sparse nella piana del Tevere. La ricostruzione chiude il quaderno sul reticolo di percorsi rurali che organizzava il territorio prima dell’urbanizzazione. (ricostruzione AI supervisionata)

In copertina:

Alla fine dell’Ottocento uno studioso osserva la chiesa di Santa Passera e il paesaggio rurale del Tevere.
SANTA PASSERA, UN PROBLEMA DI STORIA E DI LINGUA. Alla fine dell’Ottocento uno studioso osserva la chiesa nel paesaggio ancora rurale del Tevere e confronta edificio e terreno con appunti non leggibili. Il santuario diventa così il centro concreto delle diverse ipotesi sul nome. (ricostruzione AI supervisionata)


(articolo aggiornato il 16 Settembre 2026)