Alla metà del Duecento per la chiesina di Papaciro arrivano nuove trasformazioni edilizie. La chiesa superiore (originariamente a pianta quadrata) raddoppia la sua superficie: si conserva intatta la facciata rivolta al Tevere, mentre viene demolita la parete di fondo e sono prolungate le due pareti laterali, disegnando ora una navata unica rettangolare. Sulla nuova parete di fondo viene realizzata la curva absidale, in cui si apre una graziosa finestra bifora, affacciata sull’attuale via della Magliana.
Le ristrutturazioni di metà Duecento
La nostra storia incomincia a metà del XIII secolo, al risveglio dal lungo sonno altomedievale. Alla metà del Duecento la chiesina sulla riva del Tevere viene investita da alcune trasformazioni edilizie. Deve esserci stato un incremento demografico, e la cappellina – che allora è a pianta quadrata, molto più piccola di oggi – non bastava più, al punto che si decide di allargarla. Si intervenne sulla chiesa superiore, cioè il piano più alto dei tre livelli su cui si articola la millenaria chiesina, anche perché i due livelli sottostanti sono finiti interrati a causa delle piene del Tevere. Della chiesa superiore viene conservata la facciata, rivolta verso il fiume, e le due pareti laterali. Le due pareti laterali però vengono anche prolungate, fin quasi a raddoppiarne la lunghezza e modificando la pianta della chiesa, da quadrata a rettangolare a navata unica. Sulla parete di fondo viene realizzata ex novo una curva ad abside, che avvolge il piano rialzato del presbiterio, cioè lo spazio dove il sacerdote celebra le funzioni.
L’abside prendeva luce da una graziosa finestra bifora, ancora oggi presente sebbene nel tempo sia stata chiusa con delle tamponature. Inoltre, tutte le pareti perimetrali vengono innalzate, realizzando a copertura un nuovo soffitto a capriate lignee a doppia falda. Viene infine sistemata, sulla parete di destra, la porta che dà accesso ai locali della sacrestia e, dal piano sottostante la sacrestia, vengono sistemati anche gli accessi alla chiesa inferiore e alla cripta, entrambi sotterranei.
Nuovi spazi preparano il santuario dipinto
Nella chiesina adesso, terminati gli ampliamenti, si abbelliscono i nuovi spazi con nuovi affreschi. La realizzazione del compendio pittorico impiegherà quasi un secolo.
La parete dell’abside, tuttavia, è la superficie che presenta le decorazioni più suggestive.
Nella conca absidale viene realizzato il ciclo pittorico di Cristo tra i Santi e gli Apostoli. Su un fondale azzurro è centrale la figura del Cristo Salvatore, circondato da due palme. Al suo fianco compaiono l’evangelista Giovanni, gli apostoli Pietro e Paolo e il profeta Giovanni Battista.
Poco sotto, nella curva dell’abside, è presente un secondo ciclo di pitture: Cristo tra i Martiri e gli Altri Santi. Sul lato sinistro compaiono Sant’Antonio da Padova e San Giacomo. Sant’Antonio è un santo quasi contemporaneo agli affreschi (è proclamato santo nel 1232) ed è ben riconoscibile per il saio, il taglio dei capelli con la tonsura e la Regola dell’Ordine Francescano in mano. Potrebbe però, secondo altre interpretazioni, trattarsi dello stesso San Francesco. Anche l’apostolo Giacomo – il santo dei viandanti con il bastone e la conchiglia – è un elemento che richiama l’attualità del Due-Trecento, attestando la chiesina come meta di pellegrinaggi medievali.
Alla base delle due figure sono raffigurati, in minor dimensione, un uomo e una donna in abiti del tempo: si tratta probabilmente dei generosi committenti.
La sezione centrale è quella di più difficile lettura, in quanto le due figure accanto alla finestrella bifora saranno nel tempo sovradipinte più volte. Anche la bifora viene chiusa con un tamponamento in mattoni, ampliando lo spazio a disposizione per la scena pittorica. Nella conformazione attuale, di quattro secoli successiva e risalente a metà Seicento, compaiono una Vergine in trono con in braccio il Bambin Gesù e accanto l’arcangelo Michele dalle ampie ali. Con un po’ di fantasia possiamo immaginare che nella versione duecentesca siano state presenti le due sante titolari, Prassede e Pudenziana.
Su lato destro sono presenti gli altri due santi titolari: Papaciro con la borsa medica e il discepolo Giovanni con la spada; e in mezzo tra i due compare Cristo in trono. Con una mano benedice i credenti e la Magliana, e con l’altra regge il Rotolo della Legge.
Infine, nella parete piana che circonda l’abside, su campitura azzurra, compare centralmente un Agnus Dei, l’agnello di Dio, con a fianco le allegorie alate degli evangelisti: un bue per Luca, l’angelo per Matteo, un’aquila per Giovanni e il leone per Marco (quest’ultimo rovinato). In posizione mediana e in basso compaiono nuovamente Papaciro, Giovanni, Prassede e Pudenziana.
Chiesa inferiore e cripta ricevono nuovi affreschi
In quello scorcio tra Due e Trecento si interviene anche sui due livelli sotterranei. Nella chiesa inferiore vengono realizzate delle figure a fresco, di cui rimangono oggi solo labili tracce. Si tratta di cinque figure con la mitra, il copricapo vescovile. In una figura barbuta potrebbe riconoscersi San Papaciro.
Anche nella cripta vengono realizzate delle pitture a fresco, con le raffigurazioni di Papaciro, Giovanni, Prassede e probabilmente Pudenziana, in seguito sovradipinta con una Vergine con Bambino. Nel 1969 mani sacrileghe ruberanno questi affreschi.
La struttura stessa del complesso favorisce questa stratificazione. Santa Passera si articola su più livelli sovrapposti: sotto la chiesa superiore rimangono l’oratorio medievale e, più in basso, la cripta ipogea. Gli ambienti inferiori non vengono quindi sostituiti dall’ampliamento duecentesco, ma continuano a essere frequentati e decorati. La nuova stagione pittorica lega così in verticale le diverse età del santuario: il piano alto si rinnova, mentre i vani sotterranei conservano la memoria più antica di Ciro e Giovanni e vengono aggiornati con nuove immagini devozionali.
Prassede, Papaciro e Giovanni convivono nella chiesa trasformata
In questo secolo S. Passera, pur essendo una chiesina extra-urbana, conosce ancora una discreta notorietà come meta di pellegrinaggio: basti pensare che è in questa epoca che il monaco Gualtiero trascrive la leggenda, risalente a ben 8 secoli prima, della traslazione nella chiesina delle reliquie di due martiri orientali, Ciro e Giovanni, avvenuta nell’anno 407 d.C.
La chiesina a metà del Duecento, deve essere conosciuta quindi con ben quattro intitolazioni, quanti cioè sono i santi titolari a quel tempo: ci sono Santa Prassede e sua sorella Santa Pudenziana, che sono le due sante titolari originarie, il cui culto affonda indietro fino al III secolo d.C.; e ci sono poi i nuovi San Ciro con il suo discepolo Giovanni, le cui reliquie giacevano lì in realtà dall’anno 407, ma che dalla metà del Duecento conobbero una rinnovata popolarità. Siamo anche autorizzati a pensare che, tra i quattro, Pudenziana e Giovanni avessero un ruolo secondario, in quanto sono rispettivamente la sorella e il discepolo di due santi molto noti. Già da allora insomma possiamo ipotizzare che la chiesina venisse ricordata non con tutti e quattro i nomi, ma semplicemente nel nome di Prassede e Ciro, assai conosciuti.
La coesistenza di più intitolazioni non è un dettaglio secondario. Nei documenti medievali il santuario continua a essere legato a Ciro e Giovanni, mentre la memoria di Prassede resta attiva nella devozione locale. La chiesa ampliata diventa così un contenitore capace di sovrapporre culti diversi senza cancellare quelli precedenti: il taumaturgo orientale Ciro, il compagno Giovanni e la martire romana Prassede convivono nello stesso edificio e nelle sue immagini. Proprio questa lunga sovrapposizione di nomi e figure prepara, nel secolo successivo, il terreno sul quale nascerà il nome popolare di Santa Passera.
(articolo aggiornato il 11 Settembre 2026)



