Ma il momento di splendore è destinato a durare davvero poco: meno di trent’anni dopo l’edificazione della basilica di superficie le campagne intorno a Roma si fanno insicure. All’inizio del V secolo la fragilità romana diventa evidente: le tribù gotiche cominciano a calare dal Nord, portando con sé morte, saccheggi e carestia. L’imperatore Onorio si è ormai insediato a Ravenna, protetta da paludi e flotta militare; Roma è lasciata indietro, una città dall’antico splendore che si sente sempre più sola ( immagine di copertina ).
Il barbarico condottiero Alarico assedia Roma in tre anni di fila: 408, 409 e 410. Nell’autunno del 408 i Visigoti guidati da Alarico circondano le mura romane. L’assedio blocca il rifornimento d’acqua e di viveri: il Tevere è controllato dai barbari, i depositi di grano vengono prosciugati. Le razioni alla popolazione sono ridotte della metà e poi a un terzo. Fame e malattie dilagano sotto il sole estivo, mentre i cadaveri lasciano i loro odori inestricabili nelle vie assolute.
Il panico cresce: i notabili romani cercano di implorare un aiuto militare, inviando ambascerie verso Ravenna, ma senza risultato. La disperazione è tale che alcuni consigliano addirittura di tornare ai riti pagani dei padri antichi, nel tentativo di placare i Celesti. Perfino papa Innocenzo, unico arbitro morale rimasto, acconsente cautamente che si compiano sacrifici privati agli dei della tradizione; ma i sacerdoti pagani replicano che i riti devono svolgersi pubblicamente in Foro. La proposta viene abbandonata: l’Urbe, ormai fedele al cristianesimo, non riesce più a recuperare pienamente i culti antichi e il decreto papale mantiene il divieto per gli atti di devozione che non siano rigorosamente privati.
Con il protrarsi dell’assedio Roma appare sull’orlo del collasso. Nel 409 la cura politica non viene dalle legioni, ma dai maggiordomi e dai concili ecclesiastici: una seconda ambasceria (inclusa la figura di papa Innocenzo I) è inviata a Ravenna per implorare aiuti e pace, ma Onorio resta inerte, preferendo dedicarsi alla difesa della sua residenza. L’Urbe in preda alla fame invia al condottiero visigoto tutto l’oro rimasto e promette munifiche clemenze, ma sa che ogni giorno perso potrebbe essere l’ultimo ( Fig. 1 ).

24 agosto 410: i Visigoti entrano nella Città santa
Finché poi i barbari arrivano per davvero. È il 24 agosto del 410. Approfittando del fatto che alcune porte cittadine sono state lasciate aperte o tradite dall’interno, Alarico e i suoi varcano la Porta Salaria. I Visigoti entrano in città e per tre giorni e tre notti saccheggiano senza requie. Case patrizie, botteghe e templi cadono vittima dei furori delle orde: beni antichi e tesori vengono portati via, e molti edifici sono dati alle fiamme. I mausolei di Augusto e di Adriano, dimore degli imperatori defunti, sono forzati dai saccheggiatori.
Sorprendentemente, Alarico mantiene una forma di pietà militare: ordina ai suoi di non toccare le chiese, proclamando i luoghi di culto – in particolare San Pietro e San Paolo – santuari inviolabili dove nessuno può essere ucciso. Questo rispetto per la cristianità contribuisce a contenere i danni materiali. Tuttavia la strage più feroce non è direttamente opera dei Goti, bensì dei numerosi ex schiavi liberati l’anno precedente, assetati di vendetta dopo lo sterminio delle loro famiglie: costoro compiono violenze e incendi casuali nelle aree periferiche della città. Alla fine di tre lunghissimi giorni i Visigoti lasciano Roma quasi intatta nelle sue strutture portanti, ma impoverita e irriconoscibile.
In realtà il Territorio Portuense non ne viene neppure lambito, ma il Sacco di Roma, avvenuto il 24 agosto dell’anno 410, viene percepito dalla società romana intera come una cesura epocale, un evento millenaristico: la Città santa è stata violata, e la sua gloria non sembra più eterna.
La società romana percepisce questo sacco di Roma come una cesura epocale, un evento millenaristico. È il primo sacco di Roma in quasi ottocento anni: il ricordo di Brenno e dei Galli sembra riaffiorare dai secoli. In tutto l’Impero si diffonde un senso di scoramento e terrore; gli scrittori cristiani, come Girolamo e soprattutto Agostino, interpretano l’evento come segno dei tempi ultimi. I Romani iniziano quasi un countdown verso la fine.
Nel 410 l’Urbe è ridotta, nell’immaginario dei contemporanei, a un cimitero di pietre fumanti. Le vestigia del sacco di Alarico sembrano ovunque: dal Foro desolato al Tevere ristagnante, Roma appare come “caput orbis” ridotta a cenere di se stessa. Il vescovo Innocenzo si affaccia su questa desolazione con il cuore in subbuglio. Appena scampato alla carneficina, egli organizza un’azione di soccorso senza precedenti: apre chiese e magioni ecclesiastiche come rifugio per poveri e profughi, distribuisce sacchi di grano e veste i senza tetto nelle basiliche. In mezzo alle macerie, le basiliche degli apostoli – risparmiate dall’incendio – diventano ospedali, granai, dormitori: piccole arene di salvezza dentro una città ferita ( Fig. 2 ).

Agostino legge il sacco di Roma nel De civitate Dei
Il gesto di Innocenzo mostra come Roma provi a rialzarsi dal colpo: lungo le pietre bruciate sorgono nuove costruzioni, le mura cadenti vengono riparate, e soprattutto si ricostituisce una rete caritativa con assistenza medica e alimentare. Ma il vescovo non è solo un amministratore di aiuti: interviene anche come legislatore spirituale. In un’Europa sconvolta dalle eresie consolida il primato romano, dà voce a vescovi europei e africani, emette decretali e convoca concili; a suo nome si stabiliscono i primi robusti canoni sull’elezione episcopale e sulla disciplina clericale, definendo che l’autorità del vescovo di Roma è semisacra e universale. In questo modo la Chiesa si struttura proprio mentre l’Impero vacilla.
Intanto, lontano da Roma, Agostino d’Ippona medita sul dramma capitolino nella sua grande opera De civitate Dei. Il teologo scrive il De Civitate Dei proprio per rispondere a chi accusava il cristianesimo di aver indebolito l’Impero: agli occhi di Agostino, la caduta di Roma non è la fine del mondo, ma un segnale che ricolloca la storia umana dentro il progetto di Dio. Egli coglie il profondo significato del “miracolo nelle tragedie”: osserva che, per un nuovo corso degli eventi, spaziose basiliche sono state designate per essere riempite di cittadini da risparmiare, e in esse nessuno doveva essere ucciso. Gli arredi sacri di Roma, salvati dall’incendio, custodiscono vite umane scampate alla violenza.
Agostino aggiunge che questo “misericordiosissimo Padre” ha voluto correggere con lo spavento più che punire: rispetto a Sodoma, Roma non viene annientata, e così la città riconquista qualche traccia del suo antico splendore, pur mutato nel silenzio delle basiliche intatte e nell’eco di una riflessione che guarda oltre la storia. Il Sacco diventa allora prova generale della fine dei tempi: non tanto perché la catastrofe sia imminente, quanto perché i credenti imparano a leggere la storia alla luce dell’Apocalisse ( Fig. 3 ).

Portus e Ostia nel Tardo Antico: insabbiamento, paura e memoria
In questo clima da finimondo, tra paura degli invasori e attesa del giudizio, i cristiani di Roma e del suburbio portuense iniziano a raffigurare i loro martiri proprio come protagonisti della scena finale della storia: non più solo testimoni di un passato di persecuzione, ma figure che “marceranno” accanto a Cristo-giudice alla fine dei tempi. È in questo orizzonte mentale che nasce l’affresco della Coronatio Martyrum nella catacomba di Generosa.
408 – Insabbiamento di Portus e saccheggi
Il complesso voluto dall’imperatore Claudio si insabbia definitivamente nel IV secolo. Porto invece subì distruzioni negli attacchi di Alarico I nel 408 e dei Vandali di Genserico nel 455, risollevandosi; Cassiodoro la descrive con molte navi ormeggiate alle banchine ed anche Procopio di Cesarea, nel VI secolo, la descrive come una città fiorente. A decretarne la fine è l’invasione dei Goti di Vitige, nel 537, durante le fasi iniziali della Guerra Gotica. Da quel momento l’insediamento va spopolandosi, a vantaggio dell’Episcopio di Porto e di altri centri minori nei dintorni, che offrivano maggior protezione rispetto ai pericoli provenienti dalla costa.
Tardo Antico – Sant’Agostino a Ostia
Alla fine del IV secolo Ostia registra un illustre visitatore: è Sant’Agostino d’Ippona, che vi soggiorna in attesa di imbarcarsi per fare ritorno in Africa, insieme a sua madre Monica. Alcuni passi di Agostino testimoniano ormai di una città alle prese con il suo ineosorabile declino.
Persino le mura cittadine sono ormai in abbandono. Si cominciano a registrare attacchi di predoni, e il Teatro di Agrippa viene trasformato in una sorta di fortino, dove la popolazione rimasta si rifugia in caso di attacco. Nel V secolo Ostia è senza acqua potabile, perché l’acquedotto è caduto.
Per comprendere l’Ostia che entra nel Tardo Antico occorre guardare anche agli assetti ereditati dai secoli precedenti. Nel III secolo per Ostia incomincia il declino: le attività economiche e le fonti di sussistenza si sono ormai definitivamente trasferite a Portus. La popolazione cala progressivamente e col tempo le magistrature locali perdono d’importanza: Ostia torna così sotto l’autorità del Prefetto dell’Annona.
Il foro proseguiva poco distante in una seconda piazza, il Foro della Statua eroica, disposta più a sud. Nel IV secolo questa piazza viene dotata di portici e ingloba alcuni complessi edilizi: il Tempio rotondo, del III secolo, e le Terme pubbliche del tempo di Antonino Pio.
L’area del porto fluviale ha un’appendice più interna, la Regio II. La Regio II si caratterizza per la concentrazione di edifici ad uso pubblico sin dall’epoca repubblicana: la caserma dei Vigiles, un’area sacra con quattro templi del II secolo a.C. e un complesso termale intitolato a Nettuno. Nel teatro di Agrippa subì il martirio il vescovo Ciriaco e lì sorse un luogo di culto cristiano, frequentato anche nell’Alto Medioevo.
La Regio III, a ovest, includeva il fronte marino e la spiaggia e aveva una destinazione prevalentemente residenziale. Sono presenti edifici di pregio, case a giardino e caseggiati più grandi, come quelli del Serapide e degli Aurighi. Sulla spiaggia è presente un lussuoso edificio con decorazioni in opus sectile parietale, realizzato nel Tardo Antico riutilizzando strutture preesistenti.
Esternamente alla Regio VI si trovava l’estesa Necropoli di Pianabella, in uso fino al IV secolo. L’area, di circa cinquanta ettari, era paludosa e di scarso utilizzo; gli archeologi vi hanno rinvenuto cinque dossi perpendicolari, probabilmente indizio di un reticolo di altrettante strade di servizio ( Fig. 4 ).

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(articolo aggiornato il 9 Settembre 2026)



