Nel 249, pochi anni dopo Gordiano, la crisi imperiale torna a stringere Roma: le frontiere sono sotto pressione, le usurpazioni si moltiplicano, intere province sfuggono al controllo. Decio Traiano, soldato di carriera, risponde anche sul terreno religioso. Per lui la tenuta dell’Impero passa dal ripristino dei culti pubblici: sacrificare agli dèi significa esibire, davanti alla comunità e allo Stato, la propria appartenenza all’ordine romano ( immagine di copertina ).

Nel 250 il sacrificio assume così la forma di una procedura controllata su scala imperiale. Il testo dell’editto di Decio non è sopravvissuto, ma i libelli conservati su papiro, soprattutto in Egitto, ne mostrano il funzionamento concreto: il dichiarante compare davanti ai commissari, attesta di avere sacrificato e versato una libagione, talvolta di avere assaggiato le offerte, e riceve una verifica datata. Un gesto religioso diventa un atto amministrativamente registrabile. Per i cristiani la frattura è immediata: alcuni rifiutano e affrontano il martirio, altri cedono, altri cercano di ottenere il certificato senza compiere davvero il rito. Alla violenza della persecuzione si aggiunge così la questione dei lapsi, destinata a lacerare a lungo le comunità.

Il regno di Decio dura appena due anni, ma nel gennaio 2023 un possibile riflesso del suo volto riemerge in modo inatteso al Parco Scott, lungo l’Appia Antica. Durante la bonifica di un vecchio collettore fognario viene recuperata una statua marmorea a grandezza naturale: un personaggio eminente porta la clava e la leontè, la pelle del leone di Nemea, e si presenta nelle sembianze di Ercole. Il reperto, gettato in un terreno di riporto durante lavori novecenteschi, aveva ormai perduto il proprio contesto originario.

Il confronto con monete e ritratti imperiali ha fatto emergere il nome di Decio: il volto severo, le rughe profonde, la fisionomia quasi repubblicana concordano con l’immagine ufficiale di un sovrano che richiama Roma agli antichi culti. La pubblicazione scientifica del 2024 preferisce la definizione più prudente di statua-ritratto in formam Herculis, cioè un personaggio di rango rappresentato come Ercole. L’identità resta aperta; il messaggio dell’immagine è invece chiarissimo. Autorità politica, virtù militare e linguaggio religioso potevano fondersi nello stesso corpo di marmo, proprio mentre l’Impero chiedeva ai suoi abitanti di rendere pubblica la fedeltà agli dèi ( Fig. 1 ).

Un cittadino compie il sacrificio richiesto sotto Decio davanti ai commissari.
FIG. 1 – IL SACRIFICIO DI DECIO. Nel 250 d.C. un cittadino compie il sacrificio pubblico davanti ai commissari, mentre uno scriba registra l’adempimento. La scena visualizza il carattere amministrato della misura deciana: un rito religioso diventa anche una. (ricostruzione AI generata con supervisione umana)

Abdon e Sennen: due martiri fra storia, culto e Passio

Abdon e Sennen entrano nella storia soprattutto attraverso la solidità del loro culto. La Depositio martyrum conservata nel Cronografo del 354 li registra il 30 luglio in Pontiani, nel cimitero di Ponziano ad ursum pileatum sulla Via Portuensis. È un dato antico e concreto: due nomi dalla marcata coloritura orientale, una data, un luogo di venerazione. Intorno a questo nucleo essenziale, nei secoli, la memoria costruirà una biografia molto più ricca.

La Passio li trasforma in nobili persiani condotti prigionieri a Roma da Decio. Davanti all’imperatore rifiutano il sacrificio, vengono esposti nell’anfiteatro alle belve, che secondo il racconto non li toccano, e infine messi a morte. La scena possiede la forza di un dramma pubblico: due stranieri oppongono la fede all’autorità imperiale e attraversano indenni il linguaggio spettacolare della pena romana. La cronologia deciana e i dettagli del supplizio appartengono alla costruzione agiografica; più saldo e più antico è il fatto che Roma venerasse Abdon e Sennen e li legasse a Ponziano.

Già nel IV secolo il loro anniversario è fissato a quel luogo, e gli itinerari dei pellegrini ne confermano la fortuna. Le pitture tardoantiche li rendono poi riconoscibili come santi orientali: copricapo e vesti ne accentuano l’origine persiana, mentre Cristo consegna loro la corona del martirio. La leggenda offre ai due nomi una patria, una corte imperiale, un supplizio; la catacomba offre una topografia, una data e un culto. È nell’incrocio fra queste due memorie che Abdon e Sennen diventano una presenza stabile della Monteverde cristiana.

A Ponziano il ricordo prende anche forma nello spazio. Accanto ai due martiri compaiono figure come Milix e Vincenzo, inserite nello stesso orizzonte figurativo e devozionale. Chi scende nell’ipogeo non incontra soltanto nomi fissati in un calendario: attraversa immagini, tombe, passaggi e luoghi venerati che compongono una geografia della memoria. La collina di Monteverde acquista così il profilo di un santuario riconoscibile, dove il racconto agiografico si ancora alla materia delle sepolture ( Fig. 2 ).

Pittori decorano una camera venerata della catacomba di Ponziano con Abdon e Sennen.
FIG. 2 – ABDON E SENNEN A PONZIANO. Tra IV e V secolo pittori e assistenti decorano una camera venerata nella catacomba di Ponziano, mentre alcuni fedeli attendono nel passaggio vicino. Il culto di Abdon e Sennen si lega così a un luogo, a immagini e a pratiche di memoria più. (ricostruzione AI supervisionata)

Gallieno apre la tregua, Ponziano prende forma

A pochi anni di distanza Gallieno imbocca una strada diversa. Dopo la cattura del padre Valeriano da parte dei Persiani, intorno al 260 restituisce ai vescovi la disponibilità dei luoghi di culto e dei beni confiscati e interrompe la pressione sistematica sulle comunità cristiane. È una tregua, non una moderna libertà religiosa, ma dura abbastanza da cambiare il paesaggio: le comunità possono consolidare organizzazione, patrimonio, sepolture e memoria dei propri martiri.

Dentro questa stagione prende forma anche Ponziano. Il nome antico completo, cimitero di Ponziano ad ursum pileatum, lega il complesso alla Via Portuensis e alla collina di Monteverde. Panvinio lo riconduceva al papa Ponziano; Marucchi ricordò che quel pontefice fu invece deposto nel cimitero di Callisto, mentre Bosio e molta archeologia successiva pensarono al proprietario del fondo. Tomassetti conserva entrambe le piste, e proprio la loro convivenza racconta quanto lunga e stratificata sia stata l’identificazione del luogo.

Le fonti antiche associano al cimitero Abdon e Sennen insieme ad altri martiri. Il nucleo venerato si organizza entro una trama di cubicoli e passaggi; una fenestella permette al fedele di avvicinarsi allo spazio sacro senza trasformare l’intero ipogeo in una vasta basilica sotterranea. Le gallerie penetrano su più livelli nel banco tufaceo e arenario, mentre tombe, arcosoli e camere funerarie si addensano nel tempo. Sotto la città dei vivi nasce così un paesaggio cristiano fatto di sepoltura, prossimità e culto.

Nei secoli successivi quel paesaggio continua a trasformarsi. Tra V e VI secolo un ambiente viene dotato di una piscina battesimale: la memoria dei morti diventa anche soglia d’ingresso dei vivi nella comunità cristiana. La tradizione attribuisce a un Ponziano il ritrovamento e la deposizione delle reliquie, mentre gallerie, tombe e nuove funzioni liturgiche raccontano un’evoluzione più lenta, costruita per strati. La necropoli raccolta attorno alle sepolture venerate diventa anche luogo di pellegrinaggio e liturgia senza perdere il proprio centro martiriale.

Gli itinerari altomedievali allargano ancora la costellazione. Tomassetti trascrive il De locis sancti martyrum, che lungo la Portuense associa Abdon e Sennen a Milex, Vincenzo, Polion, Pymeon e ad altri nomi; il catalogo dei cimiteri distingue il coemeterium Pontiani ad Ursum Pileatum dal vicino cimitero di Felice. Valentini e Zucchetti, Wilpert e il Liber Pontificalis seguono poi la fortuna di queste memorie fino ai restauri altomedievali. Perfino un documento sul Mons Aureus colloca un casale iuxta sanctos Abdon et Sennen: il culto non orienta più soltanto il pellegrino, ma diventa un riferimento topografico della collina gianicolense ( Fig. 3 ).

Fossori e famiglie ampliano le gallerie funerarie di Ponziano nel III secolo.
FIG. 3 – PONZIANO DOPO GALLIENO. Dopo la tregua aperta da Gallieno, fossori e famiglie ampliano le gallerie di Ponziano e preparano nuovi loculi attorno alle sepolture venerate. Il lavoro nel banco tufaceo rende visibile una comunità che consolida spazi funerari, patrimonio e. (ricostruzione AI supervisionata)

Da Bosio agli scavi di Monteverde: Ponziano diventa un archivio

La riscoperta moderna del cimitero comincia molto prima degli sterri novecenteschi. Tomassetti richiama Boldetti, che aveva collocato il sito sul colle Rosato, e soprattutto Antonio Bosio. Lanciani, citando la Roma sotterranea, torna all’esplorazione del luglio 1618: Bosio entra da una grotta arenaria, scende in una cavità inferiore e raggiunge il cimitero attraverso un cunicolo rivestito di travertino, a guisa di acquedotto. La pianta rilevata con Gaspare Berti e Francesco Contini fissa per la prima volta una trama riconoscibile e diventa un riferimento destinato a guidare gli archeologi per secoli.

Tra Ottocento e Novecento la conoscenza cambia scala e metodo. Nel 1896 Lamberto De Marchi, direttore del distretto minerario di Roma, descrive il rapporto fra la catacomba e le cave di ghiaia di Monteverde; De Angelis d’Ossat userà quei dati per escludere un collegamento sotterraneo con San Pancrazio, incompatibile con geologia, distanza e profondità degli ipogei. Le stesse osservazioni mostrano la fragilità della rena gialla e i distacchi favoriti dall’allargamento delle gallerie. Ponziano emerge così insieme come monumento cristiano, struttura scavata e problema di conservazione.

Attorno al complesso monumentale affiora intanto un’archeologia più minuta. Attraverso Fea e gli Atti di Camerlengato, Tomassetti registra nelle vigne del settore pavimenti a mosaico, materiali antichi e iscrizioni; con Boldetti ricorda perfino i fossori, evocati da un’epigrafe con il nome Ipolytus. Sono frammenti di provenienza e significato diversi, ma proprio questa dispersione restituisce il contesto nel quale il cimitero fu riconosciuto: non un’isola sotterranea separata dal paesaggio, bensì un nodo dentro una collina a lungo scavata, coltivata e trasformata.

Gli sterri del 1913, del 1917 e degli anni successivi ampliano ancora il quadro. Mancini segnala sepolcri a formae e un frammento d’iscrizione cimiteriale cristiana; Fornari documenta presso il nuovo monastero di Monteverde una vasta regione sopraterra, con formae sovrapposte, iscrizioni, laterizi bollati e resti monumentali. In via Anton Giulio Barrili altri scavi intercettano recinti funerari, arcosoli dipinti, sarcofagi e pavimenti musivi. Tomassetti segue puntualmente questa crescita documentaria e rinvia a Fornari, Mancini, Manna, Silvagni e De Angelis d’Ossat: Ponziano non torna alla luce in un solo momento, ma attraverso una lunga successione di scoperte, rilievi e interpretazioni.

Anche le iscrizioni allargano la scena oltre i martiri celebri. Silvagni raccoglie la bibliografia epigrafica; Wilpert pubblica l’iscrizione di Sabinius Santias, la cui professione viene discussa da Armellini e Marucchi e poi riletta da De Angelis d’Ossat come quella di un lapicida specializzato nella selenite. Dietro le formule funerarie ricompare così la vita concreta di una comunità fatta anche di mestieri. Il battistero tardoantico e le pitture con Abdon e Sennen, Milix e Vincenzo restano il vertice visibile del culto; intorno, sepolture, cave, restauri, iscrizioni e riletture archeologiche compongono il grande archivio cristiano di Monteverde ( Fig. 4 ).

Antonio Bosio esplora la catacomba di Ponziano nel 1618 alla luce delle lampade.
FIG. 4 – BOSIO NELLA CATACOMBA. Nel luglio 1618 Antonio Bosio e i suoi collaboratori scendono nelle arenarie di Monteverde con lampade, strumenti di misura e taccuini. L’esplorazione ricompone passaggi e camere del cimitero di Ponziano e inaugura una lunga stagione di letture. (ricostruzione AI supervisionata)

In copertina:

Una comunità cristiana cura le sepolture nella catacomba di Ponziano.
PONZIANO E LA MEMORIA DEI MARTIRI. Nella tarda età del III secolo una piccola comunità cristiana cura le sepolture nelle gallerie di Ponziano, attorno a un nucleo venerato illuminato da lampade. Loculi, passaggi scavati e gesti funerari mostrano come la memoria dei martiri. (ricostruzione AI supervisionata)


(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)