Sull’altra riva il paesaggio cambia prospettiva. Mentre sul Palatino prende forma la nuova città latina, Veio è già uno dei grandi centri dell’Etruria meridionale, con reti, aristocrazie e collegamenti rivolti al Tevere, alle saline e al mare.
Roma e Veio si osservano attraverso lo stesso fiume prima che lo scontro diventi aperto. Guadi, approdi, traffici e risorse favoriscono incontri e competizione. Il Tevere separa le comunità e, nello stesso gesto, le costringe a condividere nodi vitali.
Sulla riva destra la presenza veiente assume forme diverse. Quarto della Vipera e Pantano di Grano-Monte Rondone restituiscono materiali e corredi inseriti nei circuiti dell’Etruria meridionale e del basso Tevere (De Cristofaro-Piergrossi 2015-2016). Presenza, influenza economica e dominio politico restano livelli distinti.
Questi siti valgono soprattutto come indizi di un territorio connesso. Ceramiche, corredi e forme dell’abitare mostrano relazioni ampie; la carta dei confini rimane molto più difficile da disegnare. La frontiera arcaica somiglia a una fascia attraversata da uomini e merci più che a una linea moderna.
Roma cresce rapidamente; Veio parte da una posizione più consolidata. L’asimmetria restituisce alla città etrusca il proprio peso: un sistema territoriale autonomo che condivide con Roma il basso Tevere e guarda verso il mare.
Il Gianicolo domina questa relazione. Frequentazione, presenza aristocratica, influenza economica e controllo politico possono sovrapporsi senza coincidere. La sua posizione lo rende una soglia naturale fra il fiume e la riva destra, aperta tanto agli scambi quanto alla competizione.
Roma nasce dunque davanti a un territorio già abitato e connesso. Fra le due città scorre lo stesso Tevere; verso occidente le attende la stessa risorsa strategica: il sale.

Epta Pagoi: sette distretti nella memoria della frontiera
La tradizione antica conserva un nome enigmatico: Septem Pagi, i “Sette Pagi”. Dionigi di Alicarnasso li collega al territorio ceduto dai Veienti dopo la guerra con Romolo e alle saline presso la foce (Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, II-55). La fonte tramanda una memoria territoriale, non la mappa archeologica di sette insediamenti identificati.
Proprio qui comincia il fascino degli Epta Pagoi. La riva destra, il Gianicolo e le direttrici verso il mare costruiscono un quadro plausibile; forma, posizione e funzione dei singoli pagi restano aperte. De Cristofaro e Piergrossi hanno mostrato quanto la Ripa Veientana richieda di tenere insieme letteratura, archeologia e prudenza topografica (De Cristofaro-Piergrossi 2015-2016).
Il Gianicolo continua a essere un nodo decisivo, ma la sua forza nasce dalla posizione prima che da un confine ricostruito. Presenze aristocratiche, scambi e frequentazioni raccontano rapporti intensi fra Veio, Roma e la riva destra; una strategia unitaria di sette avamposti rimane invece una possibilità.
Il sale offre il filo più resistente. Dionigi lega i Septem Pagi alle saline, e il basso Tevere acquista così il profilo di uno spazio conteso perché utile. Approdi, comunità e percorsi possono avere avuto densità diverse, senza bisogno di immaginare sette empori identici.
Le foci dei corsi minori, dal Galeria alla Magliana, funzionano geograficamente come porte verso l’interno. È facile immaginare uomini e merci che risalgono questi corridoi. La geografia rende possibile la scena; l’archeologia dovrà, caso per caso, darle un nome più preciso.
Gli Epta Pagoi restano allora sospesi fra memoria e territorio. Il loro numero appartiene alla tradizione, la loro relazione con il sale dà consistenza al quadro, la localizzazione puntuale continua a sfuggire. La frontiera appare fatta di presenze discontinue, lontana dall’immagine di sette caselle già tracciate.
Verso il mare, intanto, ogni carico di sale impone una domanda pratica: come muoverlo? Dal fiume si passa inevitabilmente alla terra, e prima della strada viene il gesto ripetuto di chi percorre lo stesso corridoio giorno dopo giorno.

Verso il Campus Salinarum: il sale apre le vie della frontiera
Prima della strada c’è l’abitudine. Uomini, animali e carichi scelgono più volte gli stessi passaggi fra guadi, campi e saline; il terreno registra lentamente quelle scelte. Una percorrenza consuetudinaria può diventare riconoscibile molto prima di ricevere un nome stabile, una carreggiata organizzata o una pavimentazione.
Il sale rende questa continuità necessaria. La Via Campana che conosciamo archeologicamente appartiene soprattutto a una fase più tarda: nel territorio portuense la sua strutturazione documentabile si colloca in particolare nel IV secolo a.C., dopo la conquista romana di Veio (Arnoldus-Huyzendveld et al. 2009; Scheid 1976).
Per i secoli precedenti resta la logica del percorso. Acquafredda, Malagrotta e gli altri nodi della riva destra disegnano una trama possibile fra interno, Tevere e costa. I passi e gli zoccoli possono precedere di molto la strada costruita.
Il nome Battuto Campano, quando compare, funziona quindi come etichetta successiva o ricostruttiva. La sequenza più solida parte dall’uso ripetuto, passa per il corridoio di movimento e arriva alla progressiva strutturazione della Via Campana.
Più tardi la Via Campana rende visibile l’esito di questo processo e collega Roma al Campus Salinarum, il territorio delle saline. La sua esistenza storica aiuta a leggere la continuità geografica del corridoio senza trasformarla in una prova retroattiva di un identico tracciato arcaico.
La frontiera etrusca assume così la forma di uno spazio percorso. Il sale è il protagonista invisibile: orienta abitudini, avvicina fiume e costa, spinge uomini e animali lungo direttrici che diventeranno infrastruttura soltanto col tempo.

Malnome e Silvanus: il margine occidentale diventa frontiera
Più a occidente il paesaggio si apre verso stagni salmastri, coste basse e approdi possibili. Dove finiva davvero la proiezione veiente verso il mare? La domanda resta viva perché la geografia suggerisce connessioni, mentre le localizzazioni più dettagliate conservano un margine di incertezza.
Gli stagni costieri possono offrire acque riparate e punti di contatto con le saline. È facile immaginare piccoli approdi lagunari, barche leggere, carichi trasferiti dalla terra all’acqua. Finché manca un sito decisivo, queste scene restano possibilità coerenti con il paesaggio, non porti veienti identificati.
Castel Malnome porta invece un dato concreto. Sulle colline dei Monti di Ponte Galeria è documentata una piccola necropoli rurale di età orientalizzante, fra la fine dell’VIII e il VII secolo a.C., con cultura materiale di ambito veiente e una posizione dominante sugli antichi stagni del Campus Salinarum (De Cristofaro-Piergrossi 2015-2016).
Quelle tombe rendono visibile una comunità inserita nel corridoio fra Tevere, saline e costa. La loro forza probatoria riguarda la presenza di persone e legami culturali; l’eventuale presidio politico di Veio resta da dimostrare. Intanto la frontiera acquista corpo umano: qualcuno viveva, moriva e seppelliva i propri morti su quelle alture mentre Roma cresceva sull’altra riva.
Castel Malnome conserva anche testimonianze molto più tarde, soprattutto di età romana. I due tempi convivono nello stesso paesaggio senza confondersi: la necropoli orientalizzante sostiene il quadro arcaico, le presenze romane raccontano la lunga durata dello sfruttamento del settore.
Su questa soglia può comparire Silvanus. Le fonti romane lo associano a selve, campi e margini; Catone ricorda un’offerta a Mars Silvanus nel bosco per la salute del bestiame (Catone, De agri cultura, 83). Per Malnome, l’età arcaica non offre attestazioni di un suo culto.
Silvanus entra dunque come possibilità narrativa, una figura capace di dare voce religiosa a un paesaggio di confine. Le prove archeologiche appartengono alle comunità e alle tombe; il dio appartiene a un immaginario romano più tardo che aiuta a sentire la qualità della soglia.
Bosco, terreno coltivato, stagni e vie del sale si incontrano qui senza fondersi del tutto. È il genere di luogo che resiste alle definizioni nette: abbastanza abitato da lasciare tombe, abbastanza aperto da conservare il senso del margine.
Sull’altra riva Roma possiede ormai una civitas, un calendario sacro e riti capaci di raggiungere la campagna. Davanti a lei Veio controlla relazioni, risorse e percorsi che guardano al mare. Fra le due città il Tevere continua a scorrere, e il margine di Silvanus sembra attendere il momento in cui la vicinanza diventerà conflitto.

In copertina:
LA RIVA DESTRA COME CORRIDOIO. Tevere, guadi, piste e pianure basse costruiscono un territorio di passaggio fra Roma, costa e mondo veiente. La copertina rappresenta la frontiera come rete di movimenti e risorse, non come linea politica visibile, lasciando Veio nell’entroterra (ricostruzione AI supervisionata).
(articolo aggiornato il 29 Agosto 2026)



