Nel 1833 Marie-Henri Beyle, console di Francia a Civitavecchia e già celebre con il nome di Stendhal, entra stabilmente nella casa romana del conte Filippo Cini e della giovane moglie Giulia Prosperi-Buzi. Piazza di Pietra è il salotto urbano; Pian Due Torri, lungo la Via Portuense, è il controcampo rurale: prati, casali, vigne e Tevere offrono discrezione a una società che vive di visite, cavalcate e relazioni difficili da contenere nel cerimoniale della Roma pontificia.
Stendhal si innamora di Giulia e la chiama nelle lettere «languissante», dotata di «esprit naturel». Per proteggere la corrispondenza ricorre al nome in codice «Sandre», gioco che rimanda a cendre, cenere, e quindi al cognome Cini. A sua volta introduce in casa il giovane Filippo Caetani, cadetto dei principi di Sermoneta, allievo di Tommaso Minardi e autore di acquerelli e caricature della società romana. Tra il conte, la contessa, lo scrittore e l’aristocratico nasce un equilibrio tanto brillante quanto instabile.
La nascita di Giuseppe Cini nel maggio 1834 alimenta sospetti e gelosie. Le memorie stendhaliane conservano la battuta attribuita al conte davanti alla culla – «Decisamente, non è mio» – e la tradizione romana, ripresa da Claudio Rendina, racconta perfino una confessione di Stendhal accolta da Cini con un aplomb quasi teatrale. Al di là dell’aneddoto, il piccolo mondo di casa Cini restituisce bene una società aristocratica che continua a muoversi secondo codici propri mentre lo Stato si irrigidisce politicamente.
Nel febbraio 1836, durante il cosiddetto Ballo inglese, la rivalità fra Stendhal e Caetani diventa aperta. Poche settimane dopo lo scrittore torna a Parigi. L’esperienza romana non scompare: viene trasformata. Nel 1839 pubblica La Certosa di Parma e Pier Paolo Trompeo riconoscerà nella contessa di Pietranera una trasfigurazione di Giulia, nel conte Mosca un riflesso dello stesso Stendhal e in Fabrizio del Dongo l’ombra del giovane Caetani. Roma e Pian Due Torri entrano così nella letteratura europea senza essere nominati direttamente.
Stendhal muore a Parigi nel 1842. Giulia continua a essere legata a Filippo Caetani, che le sopravvive fino al 1864 e lascia eredi i quattro figli della contessa. I suoi album di caricature e gli appunti dello scrittore consegnano due ritratti diversi dello stesso ambiente: uno per immagini, l’altro per romanzo. Sullo sfondo rimane la campagna portuense, luogo appartato ma non isolato, ormai connesso alla città da proprietà, strade e relazioni sociali sempre più fitte.
Gregorio XVI governa tra catasto, colera e paura della modernità
Negli anni centrali del pontificato di Gregorio XVI la risposta alle tensioni del 1831 si stabilizza in una politica di controllo. Tribunali speciali, polizia e censura sorvegliano conventi, caffè, tipografie e circoli; nelle Legazioni la presenza austriaca sostiene un ordine che appare sempre più dipendente dalle armi imperiali. Nel 1834 l’enciclica Singulari nos colpisce il cattolicesimo liberale di Lamennais e chiarisce che, sul terreno politico, il pontefice non intende aprire a costituzioni o sovranità condivise.
La chiusura politica convive però con una modernizzazione amministrativa tutt’altro che irrilevante. Nel 1835 il Catasto Pio-Gregoriano estende allo Stato il modello catastale sperimentato negli anni precedenti: particelle, proprietari, usi e rendite entrano in mappe e brogliardi più precisi. Casali, vigne e poderi del Portuense diventano superfici registrate, confrontabili e tassabili. È uno dei paradossi del pontificato: diffidenza verso la modernità politica e crescente fiducia negli strumenti burocratici che rendono il territorio misurabile.
Nel 1837 il colera raggiunge Roma. Le strade si svuotano, i lazzaretti si riempiono e il Tevere torna a mostrarsi insieme risorsa e minaccia. Gregorio XVI reagisce con processioni, elemosine e nuovi spazi funerari extraurbani, ma senza trasformare l’emergenza in una vera riforma sanitaria. Fognature, prevenzione e ospedali moderni restano sullo sfondo. Anche nella campagna portuense la vulnerabilità è evidente: poderi dispersi, lavoro stagionale, malaria e povertà rendono fragile una società che vive ancora a poca distanza dalla sussistenza.
La stessa prudenza domina sulle infrastrutture. Strade e ponti restano insufficienti, i porti faticano a reggere la concorrenza e le ferrovie sono guardate con sospetto. A Gregorio XVI viene attribuita la battuta «chemin de fer, chemin d’enfer»: probabilmente apocrifa, ma perfetta nel fissare l’immagine di un governo che teme il treno non soltanto come macchina, bensì come acceleratore di uomini, merci e idee. Il territorio che il catasto rende più preciso resta quindi materialmente lento.
Non tutto, tuttavia, è immobilità. Nel 1839 il papa autorizza istituti di risparmio locali e condanna la tratta degli schiavi con il breve In supremo apostolatus. Nel clero e fra i laici colti prendono forma correnti cattolico-liberali che cercano una conciliazione fra religione e riforme. La contraddizione si fa sempre più evidente: uno Stato capace di contare particelle e rendite, ma restio a trasformare istituzioni e infrastrutture, entra negli anni Quaranta con una distanza crescente rispetto al resto d’Europa.
Belli burocrate ascolta la città quotidiana del papa-re
Giuseppe Gioachino Belli nasce a Roma nel 1791 e attraversa da ragazzo le crisi che accompagnano occupazioni, tasse e caduta delle sicurezze familiari. Dopo la Restaurazione entra progressivamente negli ingranaggi dello Stato pontificio: lavora come computista, passa per la Reverenda Camera degli Spogli, diventa segretario del principe Poniatowski e, dopo il matrimonio con la benestante Maria Conti nel 1816, ottiene una posizione più stabile nell’Amministrazione del Bollo e del Registro. La burocrazia gli offre reddito e un osservatorio eccezionale sulla città.
Di giorno Belli scrive nell’italiano corretto degli uffici e frequenta accademie; fuori dagli uffici ascolta un’altra Roma. Campo de’ Fiori, piazza Montanara, Trastevere, le code agli sportelli fiscali, il Monte di Pietà e le osterie gli restituiscono la parlata di vetturini, popolane, artigiani, preti e mendicanti. È una città nella quale devozione e bestemmia, sussidio e miseria, liturgia e truffa convivono senza soluzione di continuità. Belli impara a guardarla dall’alto dell’amministrazione e dal basso della strada.
Il pensionamento anticipato del 1826 gli consente di viaggiare. A Milano incontra l’opera di Carlo Porta e comprende che il dialetto può sostenere satira, filosofia morale e osservazione politica. Ogni ritorno a Roma accentua il contrasto fra le città settentrionali in movimento e l’Urbe papalina. Nel 1841 Belli rientra nell’amministrazione, alla Direzione del Debito pubblico; un nuovo giubilamento nel 1845 lo libera dagli obblighi quotidiani proprio mentre l’elezione di Pio IX rimette in circolo la speranza di riforme.
La sua posizione resta doppia. Belli è uomo dell’apparato e insieme ascoltatore implacabile delle sue storture; cattolico, ma capace di registrare l’irriverenza popolare; osservatore della plebe, ma non rivoluzionario. Questa ambivalenza sarà essenziale nel 1848, quando la crisi dello Stato pontificio renderà impossibile separare la voce sarcastica dei sonetti dalla paura concreta per l’ordine sociale e per la sorte della propria famiglia.
I Sonetti fanno del romanesco una lingua della realtà
Fra il 1830 e il 1847 Belli compone 2279 Sonetti romaneschi, quasi tutti tenuti nel cassetto e pubblicati soltanto dopo la sua morte. Tra il 1830 e il 1835 ne scrive circa millesettecento; dopo una pausa riprende fra 1842 e 1847. Il sonetto, forma alta e rigidamente chiusa, diventa una piccola stanza teatrale dove entrano mercati, processioni, botteghe, miracoli, debiti, gravidanze, liti e chiacchiere. L’io del poeta arretra e lascia parlare direttamente la città.
La scelta del romanesco è un programma letterario, non folclore. Belli vuole lasciare un «monumento» alla plebe romana e distinguere la sua lingua sia dall’italiano sia dal «parlà ciovile» degli uffici. Raccoglie parole nelle piazze, nelle chiese e nelle osterie e le dispone in endecasillabi di precisione estrema. Il latino ecclesiastico, il burocratese e le formule solenni del potere vengono storpiati e riutilizzati fino a perdere gravità. La comicità nasce proprio dallo scarto fra lingua ufficiale e esperienza quotidiana.
Anche la grafia cerca di far sentire Roma sulla pagina: «fijji», «Majana», troncamenti e apostrofi rendono consonanti e vocali del parlato. Articoli come «er, la, li, le», pronomi come «je, ce, se», infiniti tronchi – «amà, vedé, sentì» – e forme verbali popolari costruiscono una grammatica riconoscibile. La paratassi, il discorso diretto e un «che» capace di reggere molte subordinate riproducono la rapidità della conversazione. Belli dichiara esplicitamente di voler ricavare «una regola dal caso e una grammatica dall’uso».
Il risultato è un archivio sociale. In Er giorno der giudizzio il dogma diventa scena di piazza; in Er caffettiere filosofo la metafisica passa attraverso i chicchi nel macinino; in Li soprani der monno vecchio l’ordine gerarchico si condensa nella battuta brutale del potente. Corpi, fame, malattie, sesso e denaro entrano dove la lingua decorosa tende a espellerli. Dietro la risata resta una riflessione sull’ingiustizia e sul potere, ma anche un fondo religioso che impedisce di ridurre i Sonetti a semplice anticlericalismo.
La lingua fissata da Belli diventerà riferimento obbligato per gli autori successivi. Tito Morino ne ricaverà a fine Ottocento una grammatica; Pascarella, Zanazzo e Trilussa erediteranno quella tradizione modificandone suoni e ortografia. Ma il valore storico dei Sonetti nasce prima di tutto negli anni di Gregorio XVI: mentre lo Stato cerca di difendere il proprio ordine, Belli conserva sotto forma di lingua ciò che quell’ordine produce nelle strade, nelle case e nei corpi dei romani.
(articolo aggiornato il 15 Settembre 2026)




