Di Matteo de’ Papareschi si conoscono pochi dati biografici, ma la tradizione gli attribuisce l’edificazione del piccolo palazzo di piazza in Piscinula, a breve distanza dal Tevere e da Ponte Cestio. L’edificio esiste ancora e l’area conserva il nome di Capocroce de’ Mattei. Nella vicina San Benedetto in Piscinula cominciano inoltre le sepolture del ramo dei Papareschi di Matteo, indicato poi come Gens Mattheia. Onofrio Panvinio, ricordando l’antichità del casato trasteverino, scriveva: “Matthæiorum gentis Transtiberinæ inter Romanas primariæ ante quingentos annos diversorum sub appellatione nominum illustria monumenta exstant”. A questa fase viene ricondotto anche lo stemma “a scacchi e banda”, con scaccato d’argento e d’azzurro attraversato da una banda d’oro. La cautela genealogica resta però necessaria: gli studi moderni non considerano dimostrata una linea continua che dai più antichi de Papa conduca senza interruzioni ai Mattei.
Più sicura è la storia dei Papareschi come lignaggio romano. Le ricerche recenti ne fanno emergere la fortuna soprattutto con Gregorio, cardinale di Sant’Angelo in Pescheria ed eletto papa nel 1130 con il nome di Innocenzo II: il Liber pontificalis lo dice romano, figlio di Giovanni e proveniente dal Trastevere, mentre il cognome de Papa o Papareschi sembra consolidarsi soltanto in seguito. Il pontificato rafforza il gruppo familiare, che stringe alleanze con altri grandi lignaggi, conserva un radicamento tenace oltre Tevere e nel 1188 arriva alla dignità senatoriale con Giovanni di Guido de Papa. Anche Santa Maria in Trastevere, ricostruita per volontà di Innocenzo II, diventa una manifestazione monumentale di quella presenza. Nel XII e XIII secolo i Papareschi possiedono inoltre beni e castelli a nord di Roma, verso Cerveteri e Rignano. La possibile discendenza dei Mattei va dunque presentata come tradizione plausibile ma non provata; la continuità certa è soprattutto quella di un’aristocrazia trasteverina che lega prestigio, proprietà e controllo degli accessi al fiume.
Nel 1271 i soldati rossi custodiscono i ponti e le rive
Il 1271 acquista un significato più preciso se lo si colloca alla fine della più lunga sede vacante del Duecento. Clemente IV era morto a Viterbo il 29 novembre 1268 e i cardinali, divisi anche sul rapporto con la potenza angioina di Carlo d’Angiò, rimasero senza accordo per quasi tre anni. I Viterbesi finirono per rinchiuderli nel palazzo papale e ridurne i viveri; solo il 1º settembre 1271 fu scelto Tebaldo Visconti, allora in Terrasanta, che assunse il nome di Gregorio X. È dentro questo lungo intervallo di incertezza istituzionale che la tradizione antiquaria dei Mattei colloca l’origine della loro funzione di “guardiani perpetui dei ponti e delle ripe dell’alma città di Roma in Sede Apostolica vacante”. Il racconto familiare parla di cento uomini armati e vestiti di rosso, i “soldati rossi”, destinati a presidiare Porta Portese, gli approdi e gli attraversamenti. Più che una semplice curiosità araldica, la tradizione conserva la memoria di un problema reale: quando la sede è vuota, la sicurezza dei nodi fluviali diventa una questione di governo.
Roma dipende dal Tevere in modo capillare. Ponte Cestio e l’Isola Tiberina mettono in comunicazione Trastevere con la città interna; Ponte Sant’Angelo indirizza uomini e merci verso il Vaticano; più a valle gli approdi della Ripa e della Marmorata servono traffici e rifornimenti. Nel tessuto trasteverino le grandi famiglie abitano accanto a chiese, case minori e case turrite, mentre le strade conservano percorsi stretti e irregolari. I cosiddetti “mignani”, avancorpi e sovrastrutture sporgenti collegati alle facciate, restringono in più punti il passaggio di carri e cavalcature. In questa città la distanza non si misura soltanto in miglia, ma nella possibilità di passare da una riva all’altra e di mantenere aperti pochi corridoi. Perciò il presidio di porte, ponti e rive, comunque si sia formalizzata nel tempo la prerogativa dei Mattei, corrisponde perfettamente alla geografia del loro insediamento. Il casato non domina Roma; occupa però uno dei punti in cui la città può essere tenuta insieme o spezzata.
Nel 1309 Clemente V porta la corte pontificia ad Avignone
Quando Clemente V viene eletto nel 1305, Roma ha appena conosciuto un momento di eccezionale visibilità: il giubileo del 1300 ha attirato folle e denaro, e nel 1303 Bonifacio VIII ha fondato lo Studium Urbis. Ma la corte pontificia da tempo non vive in modo continuativo nell’Urbe. Nel Duecento i papi hanno soggiornato a lungo a Viterbo e Orvieto, spostando con sé uomini, uffici e risorse. La novità del 1309 non è dunque l’assenza occasionale del pontefice, bensì il formarsi di una distanza destinata a durare. Clemente V, incoronato a Lione e impegnato nei rapporti con Filippo il Bello e nel concilio previsto a Vienne, sceglie Avignone come residenza conveniente presso il Contado Venassino e sotto la signoria angioina di Provenza. Il 9 marzo 1309 entra in città. Non pensa ancora necessariamente a un abbandono definitivo di Roma: la stabilizzazione vera della curia avverrà soprattutto con Giovanni XXII dal 1316.
La distinzione è importante. Avignone non è nel 1309 una nuova capitale papale già costruita per sostituire Roma, né appartiene direttamente alla monarchia francese. È una soluzione politica e logistica che diventa permanente per accumulo di decisioni successive. La curia continua a chiamarsi romana e i pontefici non rinunciano ai domini italiani: li amministrano attraverso legati, rettori, fiscalità e corrispondenza, spendendo anzi grandi risorse per conservarli. Ma la corte, cioè il luogo fisico in cui si concentrano cardinali, notai, giudici, banchieri, artisti, ambasciatori, servitori e supplicanti, si sposta altrove. Con Giovanni XXII Avignone organizza stabilmente alloggi e uffici per cardinali e funzionari e comincia a trasformarsi in un centro internazionale; attorno alla curia si installano anche operatori finanziari italiani. È il rovescio concreto della crisi romana: attività, occasioni di credito e committenze non scompaiono dal sistema pontificio, ma cambiano luogo. Il problema non è quindi un semplice “vuoto di potere”, perché il potere pontificio continua a operare. È un vuoto di presenza: la macchina della Chiesa governa Roma da lontano mentre la città perde l’attività quotidiana generata dalla prossimità del papa. La trasformazione è quindi anche urbana: ciò che prima gravitava sul Tevere romano comincia a gravitare stabilmente sul Rodano.
Senza il papa, baroni e campagne pagano l’assenza della corte
Gli effetti si avvertono nei ceti che vivevano intorno alla curia. Ospitalità, trasporti, credito, notariato, artigianato e commercio perdono una parte della domanda prodotta dal personale pontificio e dai visitatori. Il Comune continua a esistere, ma con poteri precari, mentre Orsini, Colonna e altri lignaggi conservano uomini, torri, clientele e patrimoni capaci di condizionare il governo. La discesa di Enrico VII nel 1312 e la presenza angioina non risolvono l’instabilità. La crisi economica e quella istituzionale finiscono così per rafforzarsi a vicenda e il ritorno del papa diventa progressivamente anche la speranza di ricostruire un centro di arbitraggio e di spesa.
La campagna partecipa alla stessa trasformazione. L’amministrazione pontificia a distanza non scompare e proprietà ecclesiastiche e nobiliari continuano a produrre rendite, locazioni e diritti; tuttavia, quando il centro politico urbano è debole, il possesso di una rocca, di una strada o di un approdo acquista un peso ancora maggiore. È qui che il tema dei Mattei torna utile: la memoria dei ponti custoditi durante la sede vacante mostra una forma urbana di controllo, mentre fuori dalle mura la stessa logica si traduce nel dominio di castelli, casali e vie. La Roma “senza papa” non è dunque una città vuota, ma una città in cui l’autorità si distribuisce fra istituzioni fragili e poteri territoriali più solidi. Anche il termine “cattività avignonese”, nato dalla polemica e destinato a lunga fortuna, va letto con cautela: descrive bene la percezione di una Roma privata della sua corte, meno bene una Chiesa che avrebbe cessato di governare l’Italia.
La lunga durata del potere familiare mostra infine che la crisi non interrompe tutte le continuità. Al tempo di Bonifacio IX è ricordato Jacobello di Renzo di Cencio di Ianni Mattei de’ Papareschi, proprietario di Pantanello, Oricona, Polverella e di quote di San Giorgio e Castiglione; il ramo trasteverino finirà poi negli Annibaldi della Molara. Fra Tre e Quattrocento Giacomo di Matteo e suo figlio Ludovico consolidano invece gli interessi nel rione Sant’Angelo, soprattutto nelle attività mercantili e creditizie, preparando quella concentrazione edilizia che diverrà l’Insula Mattheorum. Sono dati posteriori, utili solo come prova di continuità. Per comprendere il primo Trecento conta soprattutto il meccanismo appena emerso: quando la corte si allontana, famiglie e lignaggi trasformano radicamento urbano e patrimonio rurale in strumenti di supplenza e competizione. Fuori Roma questa geografia del potere assume una forma materiale ancora più evidente. Galeria è uno dei luoghi in cui strade, campi e accessi diventano leggibili nelle pietre di un borgo fortificato.
(articolo aggiornato il 31 Agosto 2026)



