Prima che la peste del 1348 e il terremoto dell’anno seguente aggravino la crisi, Roma ha già prodotto un tentativo politico capace di trasformare il malcontento in programma. Cola di Rienzo arriva al 1347 dopo anni di preparazione. Notaio e lettore appassionato delle testimonianze dell’antichità, conosce Livio, Sallustio, Cicerone e Valerio Massimo, osserva epigrafi e monumenti e li usa per interpretare il presente. Fra il 1342 e il 1344 soggiorna ad Avignone come rappresentante del partito popolare romano: descrive a Clemente VI una città oppressa dalla violenza baronale, entra in rapporto con Petrarca e ottiene l’incarico di notaio della Camera capitolina. Tornato a Roma, possiede quindi insieme una cultura antiquaria, esperienza amministrativa e conoscenza diretta della Curia.
Negli anni che precedono la presa del potere, il progetto diventa pubblico attraverso parole e immagini. Cola fa esporre allegorie sulla miseria di Roma e sul regime dei baroni e, probabilmente nel 1346, utilizza in San Giovanni in Laterano la Lex regia de imperio Vespasiani per sostenere che l’autorità dell’antica Roma nasceva dal popolo. Il richiamo all’antico non è decorazione: serve a rovesciare il principio secondo cui il potere cittadino appartiene di fatto alle casate che controllano uomini, torri e giurisdizioni. Anche il pubblico al quale Cola parla è significativo. Il regime popolare formatosi nel 1342 gli aveva affidato la missione avignonese come portavoce di arti e populares; tornato in città, egli cerca consenso fra proprietari e imprenditori agricoli, mercanti, bottegai e artigiani interessati a una giustizia funzionante e a strade sicure. Non si tratta ancora della rivoluzione del maggio 1347, ma di un laboratorio politico: restaurare l’ordine comunale, sottrarre giustizia e risorse alle clientele signorili e far valere il Comune nel distretto. Quando la congiura viene preparata sull’Aventino il 18 maggio, il programma non nasce dunque all’improvviso. La crisi istituzionale entra così nella risposta di Cola, costruita attraverso amministrazione, memoria romana e mobilitazione del popolo.
20 maggio 1347: Cola riceve il potere insieme al vicario
Il passaggio decisivo occupa tre giorni. Venerdì 18 maggio Cola riunisce sull’Aventino i principali sostenitori e abbozza le linee del futuro governo. Il 19, giorno di mercato e vigilia di Pentecoste, i congiurati prendono possesso del Campidoglio, allontanano guardie e funzionari e convocano per la mattina successiva un parlamento di cittadini disarmati. Cola trascorre la notte nella chiesa di Sant’Angelo in Pescheria; il 20 maggio sale quindi verso il palazzo capitolino preceduto da quattro stendardi, accompagnato da venticinque giovani armati e raggiunto dal vicario pontificio Raimondo, vescovo di Orvieto. Davanti alla folla pronuncia una diceria sullo stato della città e sottopone all’assemblea una serie di provvedimenti concreti. L’acclamazione gli attribuisce ampi poteri da esercitare insieme al vicario: nei primi giorni il governo assume la forma di una rettoria, mentre il titolo di tribuno viene riesumato subito dopo e associato alla facoltà di riformare e conservare lo stato pacifico di Roma e della provincia.
Il nuovo ordinamento interviene sui meccanismi che permettevano alle casate di trasformare quartieri e strade in domini privati. Fra i provvedimenti figurano il disarmo delle strutture baronali, l’obbligo di garantire sicurezza e ordine pubblico e il divieto di proteggere malfattori; nel giugno Cola impone inoltre di demolire porte e fortificazioni che facevano delle abitazioni nobiliari altrettante fortezze. Proibisce giuramenti di vassallaggio e segni di dipendenza personale, costringe molti baroni al giuramento e presidia porte, ponti e rocche. La riforma non vive soltanto di simboli: una milizia rionale, che una fonte quantifica in circa milletrecento fanti e trecentosessanta cavalieri, sostiene il governo; giustizia, annona, sale, focatico, strade e commercio diventano campi di intervento quotidiano.
Per alcune settimane il risultato appare straordinario. Il 27 giugno Clemente VI riconosce provvisoriamente Cola e Raimondo come rettori di Roma e del distretto. Le processioni verso San Giovanni e San Pietro rendono visibile un consenso largo, che attraversa diversi gruppi del mondo produttivo urbano e rurale. Cola tenta anche di parlare ai comuni italiani, soprattutto dell’Italia centrale, presentando Roma come sede di pacificazione e possibile centro di un ordine più vasto. Proprio qui il progetto oltrepassa la riforma municipale: efficacia amministrativa e ambizione universalistica crescono insieme, ma non hanno lo stesso rapporto con le forze reali disponibili.
Novembre–dicembre 1347: baroni e papato spezzano la rivoluzione romana
L’apogeo dell’estate contiene già i fattori della crisi. Le cerimonie di agosto, nelle quali Cola assume una cavalleria e una titolatura sempre più solenne, inquietano la Curia; ma l’opposizione pontificia ha radici più profonde della teatralità del tribuno. Fra il 21 agosto e i primi di novembre le lettere di Clemente VI insistono soprattutto sull’estensione dell’autorità comunale nel Patrimonio e sugli attacchi a diritti della Chiesa e dei signori; soltanto il 12 novembre compare in modo esplicito la denuncia della politica imperiale di Cola. La distinzione è importante: prima ancora che il progetto universalistico diventi il problema principale, Roma sta già mettendo in discussione l’equilibrio territoriale su cui Avignone governa le province. Fra il 14 e il 17 settembre Cola tenta intanto di dominare i baroni con una spettacolare sequenza di arresti, minacce, perdoni e investiture onorifiche. L’effetto è opposto a quello sperato: Colonna e alcuni rami Orsini si ritirano nei castelli, li fortificano e dall’inizio di ottobre attaccano la Campagna romana, mentre il costo della mobilitazione militare pesa sul Comune.
Il 20 novembre i Colonnesi tentano di rientrare in città. Presso Porta San Lorenzo la manovra fallisce e numerosi esponenti della famiglia vengono uccisi, fra cui Giovanni e suo padre Stefano. È una vittoria durissima per il fronte baronale, ma Cola non riesce a trasformarla in un risultato strategico: non insegue gli avversari nelle loro fortezze e resta sempre più isolato. Nel frattempo il rapporto con Avignone si deteriora; le iniziative del tribuno sono contestate dalla Curia e il legato pontificio accentua la pressione. Il 4 dicembre Luca Savelli invita apertamente a rovesciarlo e una barricata compare nel rione Colonna. Il 15 dicembre 1347, dopo un ultimo discorso e senza che il suo apparato sia stato distrutto in battaglia, Cola abbandona il Campidoglio e si rifugia in Castel Sant’Angelo. La prima esperienza dura meno di sette mesi: non crolla per una sola causa, ma per l’incrocio fra resistenza baronale, ostilità pontificia, difficoltà finanziarie, limiti dell’espansione italiana e incapacità del tribuno di convertire il consenso simbolico in una coalizione politica stabile.
1354: il ritorno da senatore e la morte sul Campidoglio
La caduta non chiude la biografia. Dopo il dicembre 1347 Cola passa attraverso Napoli, una nuova permanenza romana e la prigionia in Castel Sant’Angelo; nell’autunno 1348 riesce a fuggire mentre la peste colpisce anche i suoi custodi. Fra la fine del 1348 e il 1350 vive nell’area della Maiella presso ambienti francescani spirituali e interpreta sempre più la propria missione in chiave profetica. Nell’estate 1350 raggiunge Praga e presenta a Carlo IV un progetto che intreccia rinnovamento imperiale e restaurazione di Roma. L’imperatore lo ascolta ma lo fa arrestare; dopo una lunga detenzione Cola viene trasferito ad Avignone, dove arriva nell’estate 1352 e resta per più di un anno sotto custodia pontificia. L’elezione di Innocenzo VI modifica la situazione: il nuovo papa vuole ricostruire l’autorità della Chiesa nello Stato pontificio e considera ancora utilizzabile la popolarità dell’ex tribuno. Liberato il 15 settembre 1353, Cola viene indirizzato verso l’Italia e raggiunge l’orbita del cardinale Egidio Albornoz.
Il secondo ritorno è politicamente diverso dal primo. Durante l’inverno 1353-1354 Cola segue il legato nelle operazioni di recupero dei territori pontifici e, fra aprile e luglio, è attestato al suo servizio come cavaliere. Albornoz inizialmente gli nega denaro, ma le difficoltà di Roma rendono nuovamente utile il suo nome. Cola raccoglie risorse, ottiene la nomina a senatore e il 1° agosto 1354 entra in città con circa duecentocinquanta cavalieri, rinforzati da contingenti toscani e perugini. L’accoglienza è festosa, ma ora governa come ufficiale di un progetto pontificio, non come tribuno di una repubblica rifondata. La guerra contro Palestrina e i Colonna richiede mercenari e denaro; aumentano le imposizioni su vino e sale. Il 29 agosto viene giustiziato fra’ Moriale, episodio di cui le fonti non chiariscono tutte le motivazioni. L’8 ottobre si sollevano soprattutto i rioni di Sant’Angelo, Ripa, Colonna e Trevi, dove pesano le reti dei Savelli e dei Colonna. L’Anonimo suggerisce più disgregazione del sostegno che unanime ostilità popolare. Dal balcone del Campidoglio Cola tenta ancora di parlare, ma pietre e frecce lo costringono a rientrare; prova a fuggire travestito, viene riconosciuto e ucciso. Il corpo è esposto presso San Marcello e poi bruciato nell’area del mausoleo di Augusto. La parabola che era cominciata fra insegne e acclamazioni sul Campidoglio termina con un corpo negato alla sepoltura: il potere che Cola aveva cercato di rifondare sulla memoria di Roma non riesce più a proteggerlo. Fra 1347 e 1354 cambia così la natura del potere: prima una mobilitazione cittadina che disciplina baroni e Comune, poi una funzione senatoriale dentro la restaurazione pontificia. È questa differenza a dare unità alla sua vicenda. Dopo l’8 ottobre il progetto politico di Cola esce di scena; nel territorio portuense restano invece proprietà, contratti, rive e diritti, la trama concreta che conduce la campagna nel primo Quattrocento.
(articolo aggiornato il 31 Agosto 2026)



