Nei primi anni dell’esilio, probabilmente tra il 1304 e l’inizio del 1305, Dante Alighieri lavora al De vulgari eloquentia, trattato latino rimasto incompiuto nel quale cerca una forma di volgare capace di superare i particolarismi municipali. La ricognizione attraversa l’Italia delle città e delle corti: nessuna parlata locale coincide automaticamente con il volgare “illustre”, perché il criterio dantesco non è la fedeltà a una città, ma la possibilità di costruire una lingua alta e comune. Roma entra in questa mappa dalla porta peggiore. Dante prende di mira i Romani, convinti a suo giudizio di poter primeggiare anche nel parlare, e definisce la loro lingua non un vero volgare ma un “tristiloquium”.
Quello dei Romani non è un volgare ma piuttosto un pessimo modo di parlare. Tra tutti i volgari italiani è il più orrido. Né c’è da stupirsene, perché essi appaiono i più laidi anche per la bruttezza dei modi e delle abitudini (De vulgari eloquentia, I, XI, 2, trad.).
L’invettiva non è una fotografia neutrale del romanesco medievale. Nel trattato Dante procede spesso per esclusioni drastiche e non risparmia neppure Firenze: i municipi offrono materiali, ma nessuno può identificarsi da solo con la lingua illustre. Il bersaglio romano acquista però un significato particolare perché associa lingua, costumi e orgoglio cittadino. Proprio l’eccesso polemico rende il passo prezioso. Per essere caricaturata, la parlata di Roma deve apparire riconoscibile e socialmente marcata agli occhi di un osservatore esterno.
Il giudizio cade inoltre alla vigilia di una trasformazione politica profonda. Quando Dante scrive, il papato è ancora in Italia; pochi anni dopo il trasferimento della curia ad Avignone priverà Roma della presenza quotidiana di un centro capace di concentrare uomini, scritture e modelli culturali. La città non perde però la propria voce. Mentre Dante immagina un volgare sovramunicipale, Roma continua a produrre forme linguistiche locali che nel Trecento troveranno una testimonianza eccezionale nella Cronica dell’Anonimo Romano. La distanza tra il giudizio del poeta e quella prosa futura misura quindi non la scomparsa di una lingua, ma la vitalità di un ambiente che non coincide con il modello toscano.
Il volgare romano resiste all’invettiva e conquista la pagina
Il giudizio dantesco arriva in una città dove l’emersione del volgare scritto ha radici molto antiche. Il graffito della catacomba di Commodilla, datato alla prima metà del IX secolo, e l’iscrizione della basilica di San Clemente, della fine dell’XI, appartengono alle testimonianze più precoci del volgare in Italia. Non nasce da esse una tradizione scrittoria continua: fra Duecento e Trecento i testi romani in volgare restano relativamente pochi e il latino conserva una posizione decisiva nelle cancellerie, nella Chiesa e negli atti giuridici. Ma quando la lingua cittadina affiora sulla pagina porta con sé una fisionomia propria.
Tra i testi medievali romani compaiono volgarizzamenti e prose storico-letterarie, come le Storie de Troja et de Roma e le Miracole de Roma. Nel Trecento la Cronica dell’Anonimo offrirà il quadro più ricco. La sua lingua è lontana dal romanesco moderno, che nei secoli successivi sarà fortemente avvicinato al toscano e poi all’italiano. Nella prosa trecentesca si incontrano forme come puopolo, Campituoglio e ciento, legate al dittongamento metafonetico; compaiono l’articolo lo, esiti come iente per “gente”, prenne e grannissima, perzona, forme verbali in -ao e il complementatore ca. Non sono curiosità folkloriche: sono indizi di un sistema linguistico coerente, appartenente all’area centro-meridionale ma sviluppato dentro una grande città con una storia scritta particolare.
Il contrasto con Dante diventa così concreto. Il poeta giudicava i volgari dal punto di vista di una lingua letteraria alta e non municipale; il cronista, mezzo secolo più tardi, mostrerà quanto una lingua municipale potesse essere efficace nel raccontare uomini, folle e conflitti. Fra i due estremi si colloca una società linguisticamente stratificata: il latino rimane indispensabile per l’autorità formale, mentre il volgare può entrare nella narrazione, nella devozione e nei volgarizzamenti.
La successiva toscanizzazione non deve essere retrodatata. Il Trecento romano possiede ancora una voce nettamente distinta dal fiorentino e capace di diventare memoria. In una città politicamente frammentata e poi priva della presenza quotidiana del papa, la continuità urbana passa anche attraverso parole che trattengono sulla pagina il modo in cui Roma nomina sé stessa.
La Cronica dell’Anonimo sceglie la lingua della città
La Cronica dell’Anonimo Romano è il punto in cui questa voce diventa una grande macchina narrativa. L’opera segue gli anni 1325-1357; gli studi collocano la redazione conservata in volgare fra la fine del 1357 e i primi mesi del 1358, dopo una precedente stesura latina ricordata dallo stesso autore. È l’unica cronaca romana trecentesca giunta fino a noi in questa forma e non si limita agli avvenimenti cittadini: guerre, papi, signori, violenze e mutamenti politici entrano in un racconto che collega Roma a un orizzonte più largo.
L’autore riflette anche sul proprio mestiere. Nel proemio distingue ciò che ha visto da ciò che ha appreso e insiste sulla necessità di dare garanzie al lettore. Per gli eventi non osservati direttamente dichiara di affidarsi alle testimonianze orali, anche se l’analisi moderna mostra che per alcune vicende lontane dovette utilizzare pure materiali scritti. La Cronica non è dunque la trascrizione spontanea di una voce popolare, ma il lavoro consapevole di uno scrittore che seleziona fonti, costruisce scene e valuta la credibilità delle notizie. Il volgare romano diventa così una lingua capace non solo di raccontare, ma anche di organizzare conoscenza storica.
La forza della prosa emerge soprattutto quando la politica prende corpo. L’Anonimo non riduce la crisi a una successione di magistrature. Fa vedere assemblee, processioni, fughe, battaglie, esecuzioni, grida e gesti; inserisce discorsi e restituisce il movimento della folla. Nella pagina in cui Cola sale in Campidoglio nel 1347, per esempio, il cronista parla della “miseria e della servitute” del popolo e usa forme come puopolo, Campituoglio, iente, sallìo e parlao: materia politica e fisionomia linguistica coincidono nello stesso racconto.
Questo non significa che la Cronica sia una finestra trasparente sugli eventi. Proprio la qualità letteraria impone cautela: l’Anonimo seleziona, drammatizza e offre un punto di vista che va confrontato con lettere e documenti contemporanei. Ma la sua grandezza sta anche qui. Roma non è soltanto oggetto della storia: diventa il luogo linguistico dal quale la storia viene messa in forma. Il “tristiloquium” respinto da Dante non è diventato il volgare illustre cercato dal poeta; ha prodotto qualcosa di diverso, una prosa capace di conservare una delle testimonianze più vive dell’Italia del Trecento.
Cola di Rienzo e la crisi acquistano una voce nella Roma del 1347
Il protagonista che consente all’Anonimo di mostrare tutte le possibilità di questa lingua è Cola di Rienzo. La sua vicenda politica appartiene a un arco più ampio, ma qui interessa soprattutto il modo in cui viene trasformata in racconto. Nel maggio 1347 il cronista fa salire il notaio verso il Campidoglio, accompagnato dal vicario papale, davanti a una folla riunita per ascoltare il programma del nuovo governo. Cola denuncia la “miseria e servitute” del popolo e presenta ordinamenti destinati a ristabilire pace e giustizia. Il potere nasce anche come performance verbale: una diceria, un’assemblea, una carta letta pubblicamente, l’acclamazione di chi ascolta.
L’Anonimo insiste su insegne, cerimonie, movimenti e parole. La politica di Cola diventa una successione di scene visibili, nelle quali l’antica Roma viene evocata per giudicare quella presente. Il tribuno tenta di rifondare la città attraverso titoli, norme e simboli; il cronista conserva quella rifondazione nella lingua stessa della città.
Accanto alla narrazione sopravvivono documenti che mostrano un registro diverso del medesimo potere. Fra agosto e settembre 1347 Cola, investito di una titolatura solenne che comprende le formule candidatus Spiritus Sancti, severus et clemens, liberator Urbis, zelator Italiae, amator orbis e tribunus augustus, concede ai canonici di San Pietro di estrarre e trasportare il sale loro spettante dal Campo Salinis, con riferimento ai fossati detti Sancti Petri e Ticchi Maioris (L. Schiaparelli, Un nuovo documento di Cola di Rienzo, in “Scritti di storia, di filologia e d’arte”, Napoli 1908, pp. 136-137; Tomassetti, pp. 117-118). La formula monumentale dei titoli convive nello stesso atto con una risorsa concreta e con una geografia amministrata.
Il confronto è illuminante. Nella Cronica Cola vive dentro la scena urbana: parla, persuade, ordina, viene guardato. Nel documento la sua autorità si traduce in diritti, concessioni e controllo di risorse che collegano il Campidoglio alla campagna. La narrazione rende percepibile la temperatura politica; l’atto mostra la materialità del governo.
Alla vigilia del 1348 Roma dispone così di registri che si sovrappongono senza confondersi: il latino dell’atto, il volgare del cronista, la parola pubblica del tribuno. La città liquidata da Dante con una caricatura linguistica appare, una generazione dopo, capace di raccontare la propria crisi e di amministrare il proprio territorio attraverso scritture differenti. È il punto esatto in cui fermarsi: oltre la cesura del 1348 comincerà un’altra storia.
(articolo aggiornato il 31 Agosto 2026)



