— Il Catasto Alessandrino disegna casali, boschi e acque della Tenuta Mattei
La Tenuta dei Mattei risulta attraversata – con andamento ortogonale tra loro – dalla via Portuense, allora chiamata via di Porto, e dalla Marana, ossia l’attuale fosso della Magliana. è suddivisa catastalmente in quattro parti: Il Quartaccio, con un fontanile; il quarto della Pisana con “Il casale detto Casetta de’ Mattei”, che nel disegno mostra, in contiguità all’edificio, un’antica torre di origine medioevale, una vasca di raccolta acque ed una muramra a ere areare con vasca sottostante, che poi ritroveremo in una successiva stampa onocentesca; il quarto di Valle Lupara, posto sulla sinistra della via Portuense per chi esce da Roma; infine il quarticciolo della Torre, quello più piccolo, contiguo all’attuale via delle Vigne, che prende il nome da LU1a torretta a due finestre oggi non più esistente.
Anche il bosco è chiaramente rappresentato nella mappa. A giudicare dalle sue proporzioni e dalla localizzazione sembra avere un’estensione corrispondente circa a quella attuale. Evidentemente la vegetazione si è andata riducendo nei 140 anni successivi alle battute di caccia di Leone X. Parte del terreno è pianeggiante e parte è collinare. La tenuta si mostra poi ricca di acque, i fontanili sono di certo collegati a sorgenti poste nelle vicinanze. Il bosco viene disegnato con confini ben definiti.
Un’altra immagine del bosco e del casale, datata anch’essa 1660, si coglie dal dettaglio di un secondo elaborato del Catasto Alessandrino, la Pianta delle strade fuori Porta Portese, da Pozzo Pantaleo verso Magliana e verso Porto (Presidenza delle Strade, t. 433 bis/ II), nella cui legenda si individua anche un fabbricato detto Hosteria della Casetta di Matthei, contraddistinto dal numero romano XVIII e situata lungo la via Portuense in prossimità del bosco.
— Malaria ed enfiteusi accompagnano il declino di Galeria
Le difficoltà a gestire e rendere produttiva la tenuta non diminuirono col passare dei secoli ed anzi sono aggravate dal progressivo diffondersi della malaria. Risulta dagli atti che i Mattei si impegnano per assicurare la buona gestione dei terreni affidando diverse volte in enfiteusi parti della tenuta. Il contratto di enfiteusi assicura al contraente un pieno diritto di godere della produzione dei terreni a lui assegnati, che rimanevano comunque di proprietà dei Mattei. In cambio l’enfiteuta s’impegna a migliorare le condizioni del fondo ed a pagare al proprietario un canone annuo. Tuttavia i risultati non sono buoni.
Alla fine del Seicento Galeria antica si stringe ancora al suo sperone di tufo, sopra il fosso che scava gole scure tra la macchia. Le mura mostrano ferite, ma il borgo resiste: case addossate, una chiesa, una piccola piazza affacciata sulla campagna. Nel 1690 gli Orsini lasciano la signoria; la fortezza passa più volte di mano: prima i Sanseverino, poi il Collegio Germanico-Ungarico (i gesuiti che amministrano tenute e pascoli), e infine i Manciforte, ai quali si deve un tentativo di rilancio.
Il paesaggio, però, non aiuta. Le paludi ai piedi del pianoro rilasciano miasmi; la malaria torna ogni estate come una marea scura. I casali si diradano, molte famiglie si spostano verso zone ritenute “più sane”, i campi restano a metà coltivati. Galeria entra in una lunga agonia: non è più rocca medievale, non è ancora campagna moderna; è una frontiera sospesa.
— Un’epidemia improvvisa svuota Galeria nel cuore del Settecento
A metà Settecento, in questo clima di vulnerabilità, scoppia un’epidemia improvvisa. Non abbiamo cronache di quell’evento, e non conosciamo neppure il nome del morbo. La tradizione popolare, però, conserva l’immagine sinistra di una fuga repentina e inspiegabile: una sola notte, decisiva, in cui la paura costringe gli abitanti ad evacuare il borgo lasciando dietro di sé stoviglie, masserizie, tavoli ancora imbanditi e perfino cadaveri insepolti. Alcuni scendono verso la campagna, altri cercano rifugio a Roma, altri ancora si disperdono lungo i tratturi in cerca di colline più ventilate.
— Senz’Affanni diventa l’ultimo abitante della città fantasma
Dentro quella notte nasce la figura leggendaria di Senz’Affanni, l’ultimo abitante del paese: un giovanotto alto e di bell’aspetto, dall’animo leggero, con un soprannome che sembra promettere una vita priva di preoccupazioni. Ha una bella fidanzata e nozze vicine. È solito passare sotto la casa di lei in sella a un cavallo bianco, dedicandole canzoni e strimpellando uno strumento, riempiendo di musica i vicoli che salgono alla chiesa.
Quando il morbo esplode, travolge inevitabilmente anche i due innamorati. Lei muore improvvisamente; lui invece ha la sfortuna di sopravviverle. Nel fuggi fuggi generale rimane lì imbambolato e si rifiuta di lasciare il borgo, incapace di capire cosa stia accadendo e di abbandonare casa, cavallo, luoghi che custodiscono la promessa d’amore. L’indomani scopre di essere l’unico rimasto: Galeria è immersa in un silenzio irreale, senza voci, senza botti che battono, senza campane.
(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)



