— Ferrovie, Fiumicino e Trastevere Scalo ridisegnano la rete della capitale
Riprendiamo il racconto ferroviario, elencando per rapidi cenni gli sviluppi successivi della rete.
Il contenzioso in tribunale per l’ultima tratta della ferrovia per Civitavecchia (1856) si trascinerà per anni, e il previsto capolinea all’Arsenale pontificio di Porta Portese alla fine non verrà mai realizzato.
In quattro anni (1863) si è malapena riusciti a posare un altro chilometro di binari, dalla stazioncina di Santa Passera agli attuali giardini di piazza Ampère. Questa percorrenza tortuosa (che esiste ancora oggi), gira intorno ai terreni contesi e raggiunge l’attuale Ponte Bianco su via Quirino Majorana.
Qui viene creata una stazioncina di servizio, chiamata Smistamento San Paolo, con il compito di gestire gli scambi di una nuova tratta in diramazione: il vecchio ramo, non appena le liti in tribunale saranno risolte, porterà il treno a Porta Portese; il nuovo ramo invece, piega a destra verso il Tevere e, superato il fiume con un avveniristico ponte inghisa, proseguirà sulla sponda opposta lungo le Mura Aureliane fino a Porta Maggiore, raccordandosi con un’altra linea ferroviaria, diretta a sud. Nel 1874 la diramazione è collegata con la nuova Stazione Centrale (oggi Roma Termini): all’epoca è la più grande stazione d’Italia.
Una curiosità: la stazioncina Smistamento San Paolo rimarrà in servizio per 128 anni, fino ai Mondiali di Calcio di Italia ‘90. Da questa stazione non è mai salito o sceso nessun passeggero, eppure le sue funzioni saranno fondamentali: operare lo scambio dei binari subito dopo il transito di un treno, l’inversione dei treni (cioè lo spostamento della carrozza motrice dalla testa alla coda dei convogli) e la preparazione dei convogli prima della partenza del treno.
Parliamo adesso di un’altra tratta in diramazione, la ferrovia di Fiumicino. La diramazione, innestandosi sulla Roma-Civitavecchia, congiunge la stazione di Ponte Galeria con la cittadina marittima di Fiumicino (Stazione Fiumicino Paese), e prosegue oltre per 700 metri, fino alle banchine portuali alla foce della Fossa Traianea (Stazione Fiumicino Portocanale).
La diramazione è lunga appena 10,4 chilometri e i costi di costruzione sono contenuti: i binari corrono infatti lungo una pianura alluvionale dai tratti uniformi, in cui non ci sono ostacoli naturali.
La nuova tratta si apre al servizio il 6 maggio 1878. La linea è a binario unico. C’è una sola fermata intermedia (presso l’antico abitato di Porto), in aperta campagna.
Lo studioso di storia ferroviaria Omar Cugini ha ritrovato il primo orario di servizio dei treni per Fiumicino. La linea è servita da due coppie di treni giornaliere: andata alle 7,05 e alle 17,05 da Roma Termini, e alle 9,50 e alle 18,45 da Fiumicino. Il tempo di percorrenza è di 34 minuti.
Ritorniamo adesso sulla diramazione che scavalca il Tevere. Dal 1885 un raccordo attraversa la Vigna Ceccarelli, e conduce allo stabilimento Mulino Städlin, che lavora farine. Poco dopo (1888), sempre a Vigna Ceccarelli, un nuovo raccordo consente di avviare un nuovo business. Sulla sponda opposta, a Testaccio, è sorto il Mattatoio comunale di Testaccio, su progetto di Gioacchino Erzoch. I treni portano ora in Vigna Ceccarelli gli scarti della macellazione verso le fornaci dello stabilimento Società Prodotti chimici, colle & concimi. Dagli scarti animali infatti, opportunamente addizionati ad acidi, è possibile ricavare fertilizzante agricolo, colla e molto altro ancora.
Un’altra diramazione di circa un chilometro, tra Smistamento San Paolo e il popolare rione di Trastevere (oggi zona Ippolito Nievo), è completa nel 1894. In quell’anno viene aperta al traffico una nuova stazione ferroviaria, interamente destinata a accogliere il traffico merci: la stazione Trastevere Scalo.
La stazione Trastevere Scalo oggi non è più in servizio e versa oggi in abbandono. Nella stazione, per lungo tempo, è stato ospitato l’Istituto sperimentale delle Ferrovie dello Stato. Per lungo tempo, per ricordare a tutti l’antica funzione ferroviaria, faceva bella mostra all’ingresso una locomotiva storica di color nero lucente.
Vale la pena accennare alle vicende successive dell’Anello ferroviario. Nel 1890 è aperta al traffico la tratta-est dell’Anello, con le nuove stazioni Roma Tuscolana, Roma Tiburtina e Roma Prenestina. Nel 1894 è aperta la tratta-ovest, con la stazione Roma San Pietro.
— Paolo Orlando progetta un canale navigabile verso il mare
Vale la pena infine accennare l’ambizioso progetto del politico Paolo Orlando (1858-1943). Orlando pianifica di collegare il quadrante Ostiense al Lido di Ostia con la costruzione di un nuovo grande canale navigabile, dal corso parallelo al Tevere, in grado di raddoppiare la capacità d’afflusso delle merci a Roma. Il cardine di questo progetto è un nuovo porto fluviale, chiamato “Porto interno”, da realizzarsi sulla terraferma, scavandolo nel quadrante Ostiense a 200 metri fuori dalle Mura Aureliane. Questo porto avrebbe dovuto agganciarsi al Tevere all’altezza dell’odierna via del Porto fluviale. Tale progetto tuttavia non vedrà mai la luce.
— 23 aprile 1891: Cattaneo e Spaccamela affrontano la Polveriera in fiamme
È la mattina del 23 aprile 1891. Il caporale Domenico Cattaneo, ventiduenne del 12° Reggimento Bersaglieri, è di turno alla Polveriera, come capoguardia. Qualcosa non va. Dalle viscere della terra provengono tonfi sordi e piccoli scoppi. Una sentinella risale in superficie, in preda al panico: riferisce l’innesco accidentale di alcune polveri; altre sono in procinto di esplodere.
Cattaneo capisce che non c’è un solo istante da perdere. Manda dei fanti nei casolari vicini, ordinando ai contadini di allontanarsi; altri soldati li manda a bloccare il passaggio sulla via Portuense.
Un ufficiale del Regio Esercito, il capitano Pio Spaccamela (1849-1928), tenta un’operazione coraggiosa. Si cala nelle grotte per disinnescare le polveri. A un certo punto però, trova una porta sbarrata: deve tornare in superficie. Un attimo dopo avviene l’immane deflagrazione.
È un boato interminabile, udito distintamente in tutta Roma.
Dallo scoppio della polveriera Spaccamela esce “orribilmente ferito al capo”; Cattaneo invece rimane sotto le macerie. Ha una gamba maciullata e “con stoica fermezza ne sopporta l’amputazione”. Entrambi saranno decorati con una medaglia d’oro.
L’esplosione fa franare il monte: quattro contadini muoiono sepolti sotto i detriti. L’onda d’urto fa crollare anche il tetto e la parete destra della chiesina di Santa Passera, e manda in frantumi le vetrate della basilica di San Paolo.
Tutt’intorno lo scenario è lunare. I detriti rimarranno lì per anni. Al posto della polveriera rimane un immenso cratere, sul cui fondo oggi c’è piazza Piero Puricelli. La piazza conserva ancora oggi un sinistro nome popolare: la Buca.
Il 23 aprile 1891 vi è lo scoppio della polveriera di Monteverde, ubicata a Vigna Pia, in prossimità della via Portuense, non molto distante dalla chiesa di Santa Passera. è un’esplosione devastante, che si udì in tutta Roma, causa 4 morti e numerosi feriti, fa crollare tante case coloniche nella zona e danneggia anche alcuni monumenti come le vetrate della Basilica di San Paolo. Anche Santa Passera subì danni consistenti, che costrinsero alla demolizione e ricostruzione della parete destra crollata in gran parte. L’edificio nel suo complesso riuscì comunque a superare anche questa difficile prova.
Nel 1882 avviene la nazionalizzazione di numerose proprietà ecclesiastiche, che entrano a far parte del demanio del nuovo Stato unitario italiano, e Tra di esse rientra anche l’Istituto Vigna Pia. Parte dei suoi terreni vengono destinati ad uso militare, nel quadro generale delle opere difensive per il Campo Trincerato di Roma, per realizzarvi una polveriera a supporto del vicino Forte Portuense (vedi monografia), la cui costruzione è iniziata nel 1877.
La struttura ha il nome di Deposito di polveri per il Forte Portuense, o, più brevemente, di Polveriera di Monteverde. La scelta del toponimo Monteverde può risalire, probabilmente, sia al fatto che la toponomastica ottocentesca chiama Monteverde anche l’area sul lato sinistro della Via Portuense; sia al desiderio di cancellare dalla toponomastica il più appropriato toponimo di Vigna Pia, legato alla memoria di Pio IX. All’ISCAG, Istituto storico del Genio, non è stato possibile reperire la planimetria della polveriera, e le notizie sono piuttosto scarne. Si sa che è gestita dai Bersaglieri, e la polveriera ha peraltro vita estremamente breve, rimanendo in esercizio per soli 9 anni.
La mattina del 23 aprile 1891 la polveriera esplode, e il boato viene udito distintamente in tutta Roma. La stampa risorgimentale dà grande attenzione all’accadimento, riportando con dovizia le devastazioni materiali occorse: la Polveriera ne risulta completamente distrutta; la Basilica di S. Paolo fuori le Mura riporta la rottura delle vetrate; anche la più distante chiesa di S. Maria della Luce riporta danni. Con grande enfasi la stampa riferisce della gara di solidarietà per prendersi cura dei giovani militi e agricoltori, rimasti feriti o mutilati: i reali dell’epoca accorsero sul posto per portare conforto.
Due figure si distinguono per eroismo in quella terribile mattinata del 23 aprile. La prima di esse è Pio Spaccamela, un capitano del Regio Esercito di 42 anni (era nato a arpino, Frosinone, il 30 dicembre 1849), che si trovava in località Porta Portese, fuori dalle mura, per eseguire degli studi militari di routine sull’orografia dei terreni. Si trova sulla “via maestra” (la Portuense), quando gli si fa incontro il secondo protagonista della vicenda, un bersagliere di appena 22 anni (era nato a Borgata Favria di Torino il 18 agosto 1869), il caporale dei Bersaglieri Domenico Cattaneo. Cattaneo, che è il capoposto della Guardia della polveriera, in forze al 12° reggimento, è allarmato ma ben saldo nelle sue azioni, e avverte il capitano Spaccamela dell’imminenza del disastro. Tra i due bastano poche parole per spiegarsi che non c’è un attimo da perdere. Lasciamo che sia la motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare conferita a Cattaneo a raccontarci cosa è successo pochi attimi prima: “Avvertito dalla sentinella delle esplosioni […] udite, è il primo ad accorgersi del pericolo. Cosciente della propria responsabilità e con impareggiabile calma invia subito parte dei suoi dipendenti ad avvertire gli abitanti dei casolari vicini, parte ad impedire il passaggio alla via maestra ed impartì ad altri ordini così razionali ed opportuni quali avrebbe potuto dare un provetto ufficiale. Seguì poi i suoi superiori ovunque è maggiore il pericolo”.
— L’esplosione devasta la collina e la Buca ne conserva la memoria
I due militari prendono parte alle operazioni per minimizzare gli effetti dell’imminente esplosione. Così la motivazione della medaglia d’oro di Spaccamela: “Informato che la Polveriera di Vigna Pia stava per scoppiare […], vi accorse tosto per provvedere. Noncurante della propria vita pur di tentare di evitare la catastrofe, volle penetrare nella polveriera stessa ma non lo poté mancandovi le chiavi; però, dopo attento esame fatto in mezzo al pericolo, convinto della impossibilità di impedire il disastro, che riconobbe imminente, con mirabile sangue freddo, impartì ordini opportuni per attenuare gli effetti”. Entrambi vengono inevitabilmente travolti dall’esplosione. Spaccamela è “ultimo a ritirarsi dal pericolo; è investito dallo scoppio a 40 metri circa dalla polveriera, rimanendo orribilmente ferito al capo”. Cattaneo, “ultimo a lasciare il corpo di guardia, è investito dallo scoppio, rimanendo travolto nelle macerie di una casa crollata, riportando la frattura di una gamba di cui sopporta l’amputazione con stoica fermezza”. Ad entrambi il 31 maggio 1891 viene conferita la Medaglia d’oro al Valor Militare.
In seguito tutta la vicenda dell’esplosione sarà oggetto di un’inchiesta parlamentare, dalla quale si appura che causa della tragedia è un errore umano di un militare di stanza nella poveriera. Gli atti sono accessibili e ci proponiamo di migliorare questa monografia dandone conto.
Per i 70 anni successivi allo scoppio, l’area porta con sé i segni del disastro. L’effetto immediato del botto è stato la frana a valle (verso la Magliana e il Tevere) di migliaia di m3 di collina, in una misura che non è oggi possibile quantificare. I paesaggi lunari, i casolari spallati, gli accumuli di detriti, sono però ben documentati fotograficamente dall’Archivio Primoli, che, nell’immediatezza dei fatti, ha modo di documentare lo stato dei luoghi. Il fianco collinare affacciato sul Tevere assume così l’aspetto di un ripido muraglione di tufo vivo, alla cui base si trovano i cumuli di detriti. In mezzo, nella parte in precedenza occupata dalla Polveriera, si genera un profondo cratere, simile alla conca di un vulcano.
È in questa fase storica da “day after” che si origina, probabilmente, il nomignolo popolare de la Buca, ad indicare l’area del cratere. Questo toponimo risulta in uso ancora oggi: sebbene non sia particolarmente amato dai residenti, esso conserva la memoria sinistra di accadimenti di più di un secolo prima.
(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)



