Quando la stagione di Camillo Rospigliosi si chiude, lungo la Portuense rimane una popolazione meno appariscente ma più decisiva per il futuro del territorio: contadini, vignaroli, carrettieri, fattori e famiglie sparse nelle grandi tenute. Per i sacramenti molti devono ancora riferirsi a Santa Maria in Trastevere, a Santa Cecilia o ad altri centri distanti. Le strade sono lunghe, i casali isolati e le stagioni cattive rendono evidente quanto una campagna amministrata da Roma non sia necessariamente una campagna servita da Roma.
I documenti attestano che prima del 1781 esiste già una vicecura, affidata a un vicario rurale dipendente dalla parrocchia urbana. È una soluzione provvisoria ma importante: significa che la popolazione è ormai abbastanza stabile da richiedere una presenza ecclesiastica regolare. Il passaggio è sostanziale. Pochi decenni prima Ottoboni aveva riconosciuto una grotta usata dai bifolchi e l’aveva trasformata in Chiesuola; ora il bisogno non riguarda più soltanto un presidio locale, ma una vera organizzazione territoriale della cura.
La Casetta Mattei, già tappa sulla strada di Porto, assume così una funzione di cerniera fra città e campagna. Intorno non c’è un paese compatto, ma una costellazione di fondi, vigne e poderi. Proprio per questo una parrocchia rurale non può essere pensata come semplice chiesa di quartiere: deve dare forma ecclesiastica a una popolazione dispersa. Il territorio comincia a esistere anche come comunità di appartenenza.
Non si parte da zero. Già nel Seicento piccoli presidi come la Cappella Fantini avevano sostenuto il culto rurale, offrendo un riferimento locale in un territorio privo di un centro compatto. Ma un presidio episodico o legato a una singola proprietà non basta più quando la popolazione diventa continua. Il breve “In supremæ potestatis” di Clemente XIII conferma infatti l’esistenza, prima del 1781, di una vicecura affidata a un vicario rurale di Santa Maria in Trastevere. La Parrocchietta nasce dunque come conclusione di un processo, non come improvvisa invenzione pontificia.
1781: Pio VI fonda la Parrocchietta e ridisegna la comunità rurale
La svolta arriva l’11 maggio 1781. Con il breve “Divina virtutum” Pio VI erige una nuova parrocchia affidata al clero diocesano di Roma, ricavandone il territorio da quello della grande parrocchia trasteverina. La futura “Parrocchietta” nasce dunque da un atto di governo: non soltanto un edificio religioso, ma una delimitazione di competenze, fedeli, sacramenti e responsabilità. L’Agro non è più percepito come semplice periferia delle parrocchie cittadine.
Nello stesso anno nasce il Cimitero della Parrocchietta, presso l’attuale San Giuseppe al Casaletto. È pensato come fossa comune per i campagnoli indigenti, senza croci individuali né nomi. Anche la morte entra così nella nuova organizzazione territoriale: chi vive lontano dalle mura non deve più dipendere interamente dagli spazi funerari urbani. Cura dei vivi e sepoltura dei morti costruiscono una comunità riconoscibile.
Il 28 dicembre 1781 un ulteriore atto definisce i confini con la diocesi suburbicaria di Porto e Santa Rufina, nei Decreta Vicariatus. Linee che sulla carta possono apparire astratte stabiliscono in realtà a quale parroco rivolgersi, dove battezzare, sposarsi o essere sepolti. Dopo il catasto seicentesco, che aveva misurato fondi e proprietà, il Settecento avanzato misura ora una geografia umana. La campagna diventa territorio perché viene attraversata da appartenenze stabili.
La sede prende il titolo di Santa Maria del Carmine e San Giuseppe al Casaletto ed entra nel Vicariato di Roma; il diminutivo popolare “Parrocchietta” restituisce bene la sproporzione fra la modestia dell’edificio e l’ampiezza della funzione. Il cimitero dei campagnoli indigenti completa la trasformazione: una popolazione che prima dipendeva quasi interamente dalla città dispone adesso, almeno per i passaggi fondamentali della vita, di un proprio centro. La Portuense smette di essere soltanto la strada che conduce altrove e diventa la dorsale di una comunità riconoscibile. Il nuovo territorio è ricavato dalle parrocchie di Santa Maria e di Santa Cecilia in Trastevere: una sottrazione concreta di spazio pastorale alla città a favore della campagna.
Due anni più tardi il catasto annonario del 1783 fotografa con altrettanta precisione la grande proprietà che circonda questa nuova comunità. La Casetta del duca Mattei risulta avere un’estensione di r. 650, q. 2 e s. 2; confina con le vigne di Roma, con Pisana e Torretta attraverso la strada proveniente da Porta San Pancrazio e con Bravetta, Pantanella, Muratella, Monte delle Piche e Magliana. Al suo interno sono distinti i quarti della Torretta, del Quartaccio dell’Ortaccio, del Casale e di Valle Lupara, oltre ai prati di Valle Lunga e del Fontaniletto (NM., I, pp. 113-115, n. 125). La parrocchia appena istituita e il catasto descrivono così due facce dello stesso territorio: una comunità di persone e, sotto di essa, una trama minuziosa di fondi, confini e responsabilità.
1796–1797: Alessandro Mattei porta il nome della campagna nella crisi europea
Alla vigilia della crisi rivoluzionaria, la campagna continua intanto a essere misurata con una precisione crescente. Nel 1793, in località Torretta, una vigna dei Mattei di 36 pezze, 2 quarte e 10 ordini risulta posseduta da Giovanni Cancellieri e Cristoforo Marazza; i confini comprendono il quarto della Torretta dei Mattei, il vicolo della Ciambella, le vigne del Collegio Inglese, quelle della Pia Casa degli Orfani e altri fondi privati (AST., Disegni e mappe, coll. I, cart. 95, n. 846). Una pianta del 1794 registra inoltre la vigna Bacci ai Monti del Trullo. Prima che eserciti e trattati investano il nome Mattei, carte e misure stanno già trasformando il territorio in una rete sempre più puntuale di proprietà riconoscibili.
Quindici anni dopo la fondazione della Parrocchietta la scena cambia bruscamente. Nel 1796 le armate di Napoleone Bonaparte avanzano nell’Italia settentrionale e lo Stato pontificio entra in una crisi che non riguarda più soltanto amministrazione e rendite, ma la propria sopravvivenza politica. In questo passaggio emerge Alessandro Mattei, nato a Roma nel 1744 nella famiglia che dà il nome a una delle grandi tenute portuensi. Arcivescovo di Ferrara dal 1777 e cardinale pubblicato nel 1782, appartiene insieme alla nobiltà romana, alla gerarchia ecclesiastica e al governo di una provincia esposta alla pressione francese.
Nell’agosto 1796, approfittando di un temporaneo arretramento francese, Mattei ristabilisce a Ferrara i funzionari pontifici. Bonaparte lo convoca a Brescia il 19 agosto. L’invito si trasforma in detenzione: il cardinale viene trasferito al castello di Milano, ostaggio utile perché concentra in sé Curia, aristocrazia e amministrazione. Liberato formalmente il 30 ottobre, torna a Ferrara sotto sorveglianza e diventa intermediario fra il generale e Pio VI.
Il 19 febbraio 1797 Mattei siede al tavolo di Tolentino. Il trattato impone alla Santa Sede cessioni territoriali, indennità e consegne di opere d’arte. Il cardinale firma sapendo di ratificare una sconfitta, ma giudica l’accordo l’unico modo per evitare nell’immediato l’occupazione di Roma. Quando Ferrara entra nel nuovo sistema rivoluzionario, rifiuta il giuramento alla Repubblica Cisalpina e il 6 marzo 1798 viene espulso. Il cognome legato alla campagna portuense entra così direttamente nella grande crisi politica europea.
La sua traiettoria modifica anche il significato del nome Mattei in questa lunga vicenda. All’inizio la famiglia appare soprattutto attraverso tenute, casali, enfiteusi e la strada della Casetta; alla fine Alessandro porta quella tradizione nobiliare dentro una diplomazia di guerra. L’amministrazione di fondi e anime non scompare, ma viene sovrastata da ultimatum, occupazioni e trattati. La campagna portuense resta fisicamente lontana dai campi di battaglia del Nord, eppure una delle famiglie che la organizzano è ormai coinvolta nel confronto che deciderà il destino dello Stato pontificio.
1798–1800: Roma perde il papa e scopre che la Restaurazione non basta
La crisi raggiunge Roma fra la fine del 1797 e l’inizio del 1798. Dopo la morte del generale Duphot davanti all’ambasciata francese, le truppe di Berthier entrano in città fra il 10 e l’11 febbraio. Il 15 febbraio viene proclamata la Repubblica Romana. Stemmi pontifici vengono rimossi, magistrature abolite, beni ecclesiastici censiti o requisiti, amministrazioni riorganizzate sul modello francese. Il cambiamento che per gran parte del Settecento aveva avanzato attraverso mappe, parrocchie e confini ora assume la forma violenta della sostituzione di un ordine politico.
Pio VI viene arrestato il 20 febbraio e condotto fuori Roma. Il suo esilio passa per Siena, la Certosa del Galluzzo e infine Valence, dove muore il 29 agosto 1799. Nello stesso anno forze austro-russe e napoletane, sostenute da insorgenze locali, fanno crollare la Repubblica Romana. Gli stemmi papali tornano sui palazzi, ma la semplice restaurazione non cancella l’esperienza vissuta: Roma ha visto in meno di due anni occupazione, repubblica, esilio del pontefice e ritorno del vecchio governo.
La rivoluzione ha inciso anche sulla macchina quotidiana dello Stato. Tribunali e dicasteri vengono sciolti o trasformati, beni ecclesiastici censiti, strutture assistenziali come San Michele laicizzate e ricollocate nella nuova rete amministrativa. Nelle campagne la risposta è diseguale: requisizioni e nuove autorità si intrecciano con tumulti e bande fedeli al papa. Per chi vive lungo la Portuense il cambio di regime non è una teoria costituzionale, ma può significare nuovi funzionari, imposte, passaggi di truppe e incertezza sull’autorità cui obbedire.
Nel 1800 il conclave si riunisce a Venezia, a San Giorgio Maggiore. Alessandro Mattei è fra i papabili più autorevoli, sostenuto dal partito filoaustriaco, ma il 14 marzo viene eletto Barnaba Chiaramonti, Pio VII. Mattei passa poco dopo all’ordine dei cardinali vescovi e riceve Palestrina. Il 3 luglio Pio VII rientra a Roma. Le insegne repubblicane scompaiono, ma lo Stato che rinasce non può più fingere che il mondo del 1780 sia intatto.
Pio VII ed Ercole Consalvi devono ricostruire finanze, amministrazione e giustizia mentre Bonaparte, ormai Primo Console, resta il principale interlocutore europeo. Mattei porta nelle congregazioni il ricordo della prigionia milanese e di Tolentino: sa che l’autorità pontificia può sopravvivere alla perdita temporanea del potere, ma anche che una restaurazione puramente cerimoniale non basta. Il 1800 è quindi una conclusione solo apparente. Restituisce Roma al papa e, nello stesso gesto, consegna allo Stato pontificio un problema nuovo: riformarsi senza dissolversi nel mondo nato dalla Rivoluzione.
Nel 1740 la campagna appariva ancora divisa fra proprietà nobiliari, malaria, borghi fragili e usi aristocratici; nel 1781 la Parrocchietta aveva dato una forma territoriale alla comunità rurale; nel 1798 la stessa Roma aveva visto crollare il potere temporale. Il passaggio è completo: da paesaggio posseduto e rappresentato, la campagna è diventata comunità amministrata e infine parte di un sistema politico esposto alla rivoluzione europea. Il 1800 non ristabilisce davvero il passato: consegna al nuovo secolo terre, famiglie e istituzioni costrette a misurarsi con il problema concreto della riforma.
QUADERNO 39. Il Cardinale nero
(articolo aggiornato il 15 Settembre 2026)



