Nella seconda metà del XII secolo il Fundus Manlianus entra con maggiore chiarezza nell’orizzonte patrimoniale di Santa Cecilia in Trastevere. Una carta del 1184, conservata nella tradizione archivistica del monastero, usa ancora la forma Maliana e mostra che il nome del fondo è ormai stabile. Il passaggio non è soltanto proprietario: inserisce la Magliana in una rete monastica capace di amministrare terre, redditi, casali e luoghi di culto.

È preferibile leggere questo processo dentro la crescita delle proprietà ecclesiastiche romane, non come conseguenza generica di un presunto “oscurantismo” del XII secolo. Monasteri e capitoli sono fra i principali attori economici del suburbio; possono garantire continuità documentaria, organizzazione agraria e manutenzione di edifici e percorsi.

Il Fundus che nel 1018 appariva come un nome dentro un privilegio pontificio ora mostra una struttura più complessa. Il possesso di Santa Cecilia potrebbe aver favorito la concentrazione delle funzioni amministrative intorno a un casale e alla chiesa di San Giovanni. È in questo passaggio che il paesaggio dei fondi si prepara a diventare paesaggio di residenze e nuclei fortificati.

Santa Cecilia e il Palatium Sancti Johannis

Le carte medievali associano alla tenuta un Casale Sanctae Caeciliae e, in seguito, un Palatium Sancti Johannis de Manliana. La sequenza onomastica suggerisce una crescita di rango dell’edificio, ma il termine palatium non obbliga a immaginare un palazzo urbano trapiantato in campagna. Potrebbe indicare una residenza signorile o amministrativa più importante del semplice casale, destinata a rappresentare il monastero e a coordinare il fondo.

La condivisione del titolo Sancti Johannis rende plausibile una relazione stretta con la chiesa attestata nel 1081. Non possiamo stabilire se palatium e chiesa fossero contigui, inclusi nello stesso recinto o soltanto parte della medesima proprietà; la continuità del nome, però, permette di riconoscere un polo insediativo che attraversa più generazioni.

Questo nucleo aiuta a leggere la Magliana non come campagna indistinta ma come tenuta organizzata. Chiesa, casale, spazi agricoli e residenza amministrativa potrebbero aver formato un piccolo sistema economico e devozionale lungo la Portuense, capace di controllare coltivi, acque e percorsi verso il Tevere.

Nei secoli successivi il Palatium diventerà il punto di partenza della trasformazione rinascimentale del Castello della Magliana. La presenza medievale di un edificio di rango mostra tuttavia che, ben prima delle ville papali, il Fundus aveva già sviluppato una propria centralità.

1205: Pantano, orti e casali lungo la Via Portuense

Nel 1205 Tomassetti ricorda che al quarto miglio della Via Portuense, “in loco qui vocatur Pantano”, erano presenti numerosi orti. Un atto di affitto del 15 dicembre, concesso dalla badessa del monastero dei Santi Ciriaco e Nicolò in Via Lata, menziona l’ortus de Urso, l’ortus de Godioro, l’ortus de Amato e un ortuo holerario (BAV, Cod. Vat. lat. 8048, II, ff. 19–20). Il nome Pantano potrebbe riflettere la presenza di ristagni o terreni umidi; la carta restituisce comunque un paesaggio già suddiviso in coltivi e possessi distinti.

Nello stesso settore, fuori Porta Portuense e pressappoco al quarto miglio, Tomassetti registra il casale “quod vocatur Salcetulo”. I suoi confini sono definiti attraverso altri quattro casali: quello del diacono Andrea, il casale de Recco, quello de Grazzo e quello de Placido. I nomi compongono una trama rurale fitta, nella quale proprietà contigue e riconoscibili funzionano come termini di confine.

Pantano e Salcetulo si aggiungono così alla geografia già documentata della Portuense. La prossimità topografica suggerita da Tomassetti lascia aperto un rapporto con il Trullo, senza cancellare l’autonomia dei toponimi attestati. Nel 1205, fra il Fundus organizzato dalle proprietà ecclesiastiche e il successivo castrum di Molarupta, orti, casali e limiti fondiari mostrano una campagna agricola sempre più articolata.

1246: Molarupta, dal castrum alla memoria di Malagrotta

Il 26 giugno 1246 una bolla di Innocenzo IV, conservata nel regesto di Sant’Andrea e Gregorio in Clivo Scauri, conferma al monastero i suoi beni e menziona il “castrum quod dicitur Molarupta” con le chiese di Santa Maria e Sant’Apollinare. La letteratura locale ha trasmesso anche le date 1242 e 1249; il 1246 resta il riferimento documentario più solido attualmente disponibile. Le due chiese risultano inoltre già documentate in privilegi dell’XI secolo come dipendenze del vescovo di Porto, lasciando intravedere nuclei religiosi e agricoli anteriori alla piena formazione del castrum.

Molarupta occupa una posizione strategica presso il fosso Galeria e il sistema viario dell’Aurelia. La presenza delle due chiese suggerisce una comunità articolata e un centro capace di concentrare funzioni religiose, patrimoniali e difensive. La bolla del 1246 registra dunque una realtà già compiuta, plausibilmente maturata nei decenni precedenti attraverso l’aggregazione di edifici di culto, attività agricole e strutture fortificate. Pochi anni dopo anche Santa Passera entra in una nuova stagione di trasformazioni edilizie e decorative.

Nei decenni successivi Molarupta continua a comparire nelle carte. Atti del 1280 e del 1296 e la conferma di Bonifacio VIII del 1299 mantengono vivo il toponimo e i diritti del monastero di San Gregorio. Nel 1299 ricompare il termine casale: più che una scomparsa improvvisa della fortificazione, la sequenza suggerisce una trasformazione graduale, proseguita fra XIV e XV secolo.

Anche il passaggio da Mola Rupta a Malagrotta appartiene a questa lunga persistenza. Antonio Nibby proponeva di leggere il nome moderno come trasformazione della “mola rotta” collegata al rio Galeria; la continuità del toponimo rende l’ipotesi plausibile, pur lasciando aperti l’identità del mulino originario e l’evento della sua rovina. Il vicino nome Malnome appartiene soprattutto alla tradizione popolare. La leggenda del drago, ancora raccolta in poesia da Augusto Sindici nel 1902, potrebbe invece conservare la memoria di un margine boscoso, malsicuro e poco controllato, trasformato dal folklore in scenario fantastico.

L’archeologia moderna aggiunge altri indizi. Il deposito con materiale medievale individuato nel 2002 presso via di Castel Malnome documenta una frequentazione dell’area, senza localizzare da solo mura o abitato; anche l’antica torre inglobata nella Casetta potrebbe conservare una fase medievale. La carta di Eufrosino della Volpaia del 1547 registra strutture e toponimi forse ereditati da assetti più antichi: un edificio indicato come Sant’Apollinare, lontano dall’Aurelia, potrebbe riflettere una migrazione del nome più che la posizione originaria della pieve.

Nel XIX secolo Nibby descrive ancora a Malagrotta un casale, un granaio, una chiesa e un fontanile. Il paesaggio medievale non sopravvive intatto, ma continua a emergere per frammenti nella toponomastica, nei percorsi, nelle strutture rurali e nelle leggende. In queste persistenze resta riconoscibile, attraverso secoli di trasformazioni, la memoria di Molarupta.

(articolo aggiornato il 11 Settembre 2026)