Nel I secolo d.C. il problema dell’annona diventa una questione di governo. Roma conta una popolazione enorme e dipende dal grano che arriva via mare ( Fig. 1 ). Ostia resta essenziale, ma il suo approdo alla foce del Tevere è esposto alle condizioni del mare e non offre un bacino protetto sufficiente alle grandi navi onerarie. Le merci devono spesso essere trasbordate su imbarcazioni più piccole prima di risalire il fiume, con tempi lunghi e rischi che diventano immediatamente politici quando il grano scarseggia.
Caligola reagisce alle emergenze soprattutto con misure di approvvigionamento e distribuzione. Claudio affronta invece il problema come un’infrastruttura da ridisegnare ( immagine di copertina ). Il Parco archeologico di Ostia antica ricorda che nel 42 d.C. l’imperatore avvia la costruzione di un grande porto marittimo a nord della foce del Tevere. La decisione non sostituisce Ostia: crea un secondo polo capace di accogliere navi maggiori e di rendere più stabile il flusso delle derrate. Da questo momento l’annona di Roma dipende da un sistema portuale integrato, non da un singolo approdo.
La vulnerabilità è evidente soprattutto durante le tempeste, quando le navi possono restare al largo o perdere il carico. Per un imperatore la fame della capitale è un rischio politico immediato: costruire Portus significa trasformare la sicurezza alimentare in una grande opera pubblica.

Claudio apre Portus: moli e faro ridisegnano la foce del Tevere
Nel 42 d.C. Claudio apre il cantiere di Portus ( Fig. 2 ). Due grandi moli avanzano nel mare e racchiudono un bacino artificiale a nord della foce del Tevere. Fra i lavori più celebri c’è il faro, costruito su un’isola artificiale: la tradizione tecnica collega la piattaforma all’enorme nave utilizzata da Caligola per trasportare a Roma l’obelisco destinato al circo vaticano. Il nuovo porto è pensato per ricevere direttamente le grandi navi del Mediterraneo e offrire loro acque più protette rispetto alla semplice rada ostiense.
Il cantiere modifica anche la geografia. Canali mettono in comunicazione bacino, Tevere e mare; moli, banchine e edifici di servizio trasformano un tratto di costa in un’infrastruttura imperiale. Il mosaico della tomba 43 di Isola Sacra conserva una delle immagini più note del faro: una torre a più ordini che domina le navi. Non è soltanto un simbolo. È il segnale visibile di una scelta politica: la capitale non può dipendere dal caso dei venti e delle mareggiate. Claudio costruisce quindi un porto come strumento di sicurezza alimentare e di controllo del traffico.
Il cantiere richiede anni e risorse enormi, ma cambia definitivamente la scala del rapporto fra Roma e il mare. Il faro, visibile da lontano, annuncia alle navi non soltanto un approdo: segnala che l’Impero ha costruito una porta artificiale capace di ricevere i traffici del Mediterraneo.

Canali, bacino e annona: il porto diventa una macchina imperiale
Due anni dopo, nel 44 d.C. Claudio affianca alle magistrature ostiensi una nuova figura, il Procurator Annonæ, cioè un magistrato deputato agli approvvigionamenti di grano che giungono in entrambi i porti, alle dirette dipendenze del Prefetto dell’Annona che risiede a Roma ( Fig. 3 ).
Porto (in latino: Portus) è l’agglomerato urbano situato a nord di Ostia sulla riva destra del Tevere e sul litorale tirrenico; costituiva il porto dell’antica Roma, e corrisponde all’attuale Fiumicino.
Il primo scalo costiero di Roma è quello fluviale alla foce del Tevere presso Ostia. All’imperatore Claudio si deve la volontà di costruire un complesso portuale più ampio e sicuro, individuando il sito adatto a circa 4 chilometri a nord di Ostia. Tale complesso, definito Portus proprio in virtù della sua funzione, occupa un’area di circa 70 ettari ed è dotato di due lunghi moli aggettanti sul mar Tirreno[1], con un’isola artificiale ed un faro; per costruire quest’ultimo viene riempita la nave che ha trasportato dall’Egitto il grande obelisco utilizzato per decorare la spina del Circo di Nerone, ora in Piazza San Pietro. In una epigrafe[2] databile al 46, Claudio afferma di aver realizzato dei canali derivati dal Tevere per agevolare i lavori del porto, precisando di aver contribuito in tal modo a liberare Roma dal pericolo di esondazione del fiume. Sempre a Claudio è ascrivibile la sistemazione della via Portuense come asse di collegamento tra il complesso portuale e Roma, lunga circa 15 miglia (24 km).

Ostia e Portus: due scali alimentano insieme la capitale
Portus non cancella Ostia ( Fig. 4 ). I due scali assumono funzioni complementari. Le grandi navi marittime possono entrare nel bacino di Claudio e scaricare le merci; da qui carichi e derrate vengono trasferiti su imbarcazioni adatte al Tevere oppure inviati verso Ostia, dove esistono già amministrazione, magazzini, mercati e una comunità urbana consolidata. La foce diventa così un sistema complesso: porto marino, porto fluviale, canali, strade e depositi lavorano insieme per alimentare Roma.
Il Museo delle Navi di Fiumicino conserva tre caudicariae, imbarcazioni fluvio-marittime costruite per trasportare merci fra Portus e Roma. I relitti sono posteriori alla fase iniziale di Claudio, ma mostrano concretamente come funzionerà a lungo quella macchina logistica: carichi trasferiti dalle navi d’alto mare a battelli robusti, poi trainati lungo il Tevere con l’alaggio. La nascita di Portus non sposta semplicemente il porto qualche chilometro più a nord. Crea una nuova relazione fra mare e fiume, nella quale Ostia continua a essere città e snodo, mentre Portus diventa il grande dispositivo marittimo della capitale.
L’idea fondamentale è già claudiana: separare le funzioni senza spezzare la rete. Ostia conserva la propria vita urbana; Portus assorbe il grande traffico marittimo; il Tevere continua a portare le merci nel cuore di Roma. Il nuovo porto non sostituisce un sistema precedente: lo amplia e lo rende più sicuro.

In copertina:

(articolo aggiornato il 2 Settembre 2026)



