Nel 673 a.C., secondo la cronologia tradizionale, muore Numa Pompilio e Roma esce dall’età del re legislatore. Sul trono sale Tullo Ostilio, terzo sovrano della città, ricordato dalle fonti come il contrario quasi perfetto del predecessore: dove Numa aveva costruito ordine attraverso il rito, Tullo cerca prestigio attraverso le armi. Il primo grande banco di prova è Alba Longa, la città madre dei Latini, troppo vicina e troppo autorevole perché lo scontro possa ridursi a una razzia di confine (Livio, Ab Urbe condita, I, 22-23).

Livio affida l’esito della guerra al duello fra tre Orazi e tre Curiazi. Due fratelli romani cadono. L’ultimo Orazio si ritrova solo davanti a tre avversari feriti in modo diverso; fugge, li costringe a inseguirlo separandosi e si volta contro di loro uno alla volta. Il duello vive nella tradizione letteraria di Roma. Per generazioni i Romani vi riconoscono qualcosa di vero su se stessi: sopravvivere quando tutto sembra perduto, vincere con il coraggio e con l’intelligenza, trasformare un combattimento in destino politico.

Alba perde e sopravvive ancora per poco ( Fig. 1 ). Il suo dittatore Mettius Fufetius, comandante albano ricordato come alleato infido di Roma, resta formalmente legato a Tullo. Durante la guerra contro Fidenæ e Veio tenta la mossa più pericolosa: aspetta di capire chi vincerà prima di impegnarsi davvero. Tullo prevale ugualmente.

La punizione è feroce. Mettius viene legato a due carri; i cavalli partono in direzioni opposte e il corpo del dittatore viene squartato. Perfino Livio, abituato alla durezza delle storie più antiche, indugia sull’eccezionalità del supplizio (Ab Urbe condita, I, 24-28). Il supplizio consegna un avvertimento brutale: chi gioca su due fronti rischia di essere spezzato in due.

Alba ha ormai perso il rango di potere latino equivalente a Roma. La tradizione attribuisce a Tullo la distruzione della città e il trasferimento dei suoi abitanti: le gentes, le grandi stirpi familiari, entrano nella comunità romana; il Celio si popola; la Curia Hostilia prende posto nella memoria delle istituzioni cittadine. La guerra produce qualcosa di più duraturo della vittoria. Roma assorbe ciò che sconfigge. I nemici di ieri possono diventare cittadini, famiglie, soldati, pezzi del potere di domani (I, 29-30).

Resta una frontiera invisibile, quella fra violenza e legittimità. Ambascerie, richieste di riparazione, formule rituali e tregue mostrano quanto la guerra debba avere una forma riconoscibile prima di cominciare. Il rapporto con Veio appartiene a questo mondo: ostilità e patti convivono, la frontiera è competitiva ma regolata, la forza pretende di avere dalla propria parte anche gli dèi.

Alla fine Tullo viene travolto proprio dalla religione che aveva trascurato. Divenuto insofferente ai riti, tenta troppo tardi di recuperare il favore divino e Giove lo uccide con un fulmine, almeno così vuole la tradizione (Ab Urbe condita, I, 31). L’uomo che aveva piegato Alba finisce piegato dal cielo. Roma eredita una città più grande e una domanda ancora aperta: come tenere insieme armi, legge e religione?

Incontro fra gruppi armati dopo la sconfitta di Alba Longa in un paesaggio laziale arcaico
Fig. 1 — DOPO ALBA. Due gruppi armati si fronteggiano nel paesaggio laziale, con i Colli Albani sullo sfondo. Tullo piega Alba; il doppio gioco di Mettius finisce nella punizione e Roma assorbe uomini e stirpi della città sconfitta. La vittoria diventa così crescita politica e civica (ricostruzione AI supervisionata).

Anco Marzio oltre il Tevere: il Gianicolo apre Roma a occidente

Con Anco Marzio armi e religione tornano a stare nella stessa mano. Il quarto re è presentato come nipote di Numa e come sovrano capace di combattere. Affronta i Latini, conquista Politorio, Tellene e Ficana e trasferisce nuovi abitanti verso l’Aventino. Roma continua a crescere incorporando uomini e territori (Livio, Ab Urbe condita, I, 32-33).

Anco recupera le norme sacre attribuite a Numa e le porta dentro la guerra. Livio lega al suo regno i Fetiali, il collegio sacerdotale incaricato di ritualizzare richieste di riparazione, dichiarazioni e rapporti con il nemico (Ab Urbe condita, I, 32). I sacerdoti portano oltre il confine la richiesta di giustizia, custodiscono le formule dei patti e accompagnano la decisione di aprire le ostilità. Prima della prima arma viene dunque la parola pronunciata nel modo giusto, davanti agli uomini e agli dèi. Roma vuole poter combattere affermando di avere rispettato una procedura: la guerra diventa anche linguaggio giuridico e religioso.

Poi l’orizzonte si sposta verso occidente. Il Gianicolo domina la riva destra del Tevere (nell’ immagine di copertina ) e le fonti attribuiscono ad Anco il suo ingresso nell’orbita romana. La fortificazione regia resta affidata alla memoria letteraria. Il colle parla da sé: alto sulla riva destra, controlla il passaggio del fiume, protegge l’accesso occidentale e offre un punto avanzato dal quale il territorio si allarga verso la costa. Conquistarlo significa spostare il baricentro politico oltre l’acqua (I, 33).

Da lassù il problema è evidente. Il Tevere protegge, divide, alimenta, trasporta. Se Roma vuole tenere davvero la riva occidentale, deve attraversarlo con continuità ( Fig. 2 ). Un colle conquistato senza un collegamento stabile resta un possesso esposto: in pace rallenta uomini e merci, in guerra può isolare soldati e difensori proprio quando servono. Il controllo del Gianicolo chiede quindi una soluzione concreta, abbastanza semplice da appartenere al paesaggio del fiume e abbastanza decisiva da cambiare la geografia della città. Serve una cerniera.

Ponte interamente ligneo sul Tevere in un paesaggio arcaico poco urbanizzato
Fig. 2 — DALLA RIVA AL PASSAGGIO. Un ponte ligneo attraversa il Tevere in un paesaggio poco urbanizzato. Con Anco Marzio il Gianicolo entra nell’orbita romana: il fiume non è più solo confine, perché il passaggio unisce uomini, merci e difesa e consolida la riva occidentale (ricostruzione AI supervisionata).

Il Ponte Sublicio: pochi pali di legno, un confine che cede

La tradizione chiama quella cerniera Ponte Sublicio e la attribuisce ad Anco Marzio ( Fig. 3 ). Livio lo colloca subito dopo l’acquisizione del Gianicolo: il potere romano avanza dalla città alla riva, dalla riva al ponte, dal ponte al territorio occidentale. Dionigi conserva anch’egli la memoria del collegamento (Livio, Ab Urbe condita, I, 33; Dionigi, Antichità romane, III, 45).

Il ponte è inseparabile dal legno. Sublicius viene tradizionalmente collegato alle sublicæ, i pali lignei della struttura. La forma originaria sfugge; la funzione si lascia immaginare con facilità. Uomini, animali, merci, messaggeri e soldati possono raggiungere l’altra riva senza dipendere ogni volta da una barca o da un guado. Sopra quei pali ogni attraversamento accorcia la distanza politica fra le due sponde. Una struttura fragile nel materiale produce un effetto enorme: il fiume, da linea di separazione, diventa infrastruttura.

Anche il sacro si addensa intorno a quelle travi. Marco Terenzio Varrone (116-27 a.C.), erudito romano fra i più prolifici dell’antichità e grande indagatore della lingua, delle istituzioni e delle tradizioni di Roma, ricorda il legame fra ponte e pontifices, i pontefici (De lingua Latina, V, 83). Alcuni antiquari arrivano a far derivare il nome del collegio da pons: un’etimologia suggestiva e discussa.

In età storica il rito degli Argei culmina presso il ponte con il lancio nel Tevere di figure di giunco. Ovidio (43 a.C.-17/18 d.C.), poeta dell’età augustea e autore dei Fasti, porta nella sua poesia questa cerimonia enigmatica e antichissima (Fasti, V, 621-662). Il Sublicio appare così come una soglia anche religiosa: legno, acqua, rito e potere finiscono nello stesso punto.

Secoli dopo, Orazio Coclite, eroe della tradizione repubblicana, resiste agli uomini di Porsenna, re etrusco di Chiusi, mentre alle sue spalle i Romani abbattono il passaggio. Il Sublicio è ormai la porta stessa di Roma. Finché Coclite tiene la posizione, il legno del ponte vale quanto una muraglia; se cede, il nemico è già sulla soglia della città.

Ponte Sublicio ricostruito con pali e travi di legno, percorso da uomini e animali
Fig. 3 — IL SUBLICIO DI LEGNO. Pali, travi e impalcato sostengono uomini, animali e un carro leggero. Il Ponte Sublicio diventa la cerniera fra Roma e la riva destra: accorcia le distanze, accompagna traffici e soldati e concentra nello stesso punto infrastruttura, rito e difesa (ricostruzione AI supervisionata).

Via Campana: seguendo il sale Roma arriva fino al mare

Oltre il ponte si apre la direttrice che in età storica conosciamo come Via Campana. Nel settore della Nuova Fiera di Roma, fra Rio Galeria e Tevere, le archeologhe Helga Di Giuseppe, studiosa dei paesaggi e delle produzioni dell’Italia antica, e Mirella Serlorenzi, specialista di archeologia urbana romana, hanno studiato tre tracciati viari sovrapposti. Il più antico, materialmente riconoscibile, risale alla fine del IV secolo a.C. Prima di quella strada strutturata il territorio può aver conosciuto piste, percorsi battuti, approdi e traffici fluviali legati al Tevere e al sale ( Fig. 4 ). La direttrice verso la costa cresce così dentro un paesaggio di movimento molto più antico della strada monumentale (Di Giuseppe e Serlorenzi, 2009).

Nel libro I dell’Ab Urbe condita, Livio fa scorrere uno dopo l’altro Gianicolo, Ponte Sublicio, Silva Mœsia, mare, Ostia e saline. La successione apre l’orizzonte occidentale del regno fino al Tirreno (I, 33).

La Silva Mœsia occupa un posto quasi magnetico in questa memoria. I suoi confini arcaici sfuggono; il nome porta con sé l’immagine di una fascia boschiva sottratta ai Veienti e proiettata verso la costa. Il sale rende quella proiezione concreta. È alimento, merce, risorsa rituale, bene da scambiare con le comunità dell’interno. Seguire il sale significa seguire una delle grandi vene economiche del Lazio antico.

Alla fine della direttrice compare Ostia. Livio attribuisce ad Anco la fondazione della città alla foce; il castrum più antico archeologicamente riconoscibile appartiene alla seconda metà del IV secolo a.C. Tra l’Anco delle fonti e quelle fortificazioni corrono secoli. La memoria romana lega comunque il quarto re al mare e proietta fino alle origini la vocazione marittima della città.

La Via Campana acquista senso dentro questa lunga durata. Prima della strada strutturata possono vivere piste, percorsi stagionali e traffici cresciuti insieme al fiume e alle saline. Quel movimento si consolida, cambia forma, diventa infrastruttura.

Così il Tevere, il sale e la costa diventano un sistema. Tullo aveva spinto Roma dentro il Lazio; Anco la proietta oltre il fiume e, nelle parole di Livio, usque ad mare imperium prolatum: il dominio viene esteso fino al mare (Ab Urbe condita, I, 33, 9).

Da quel mondo tirrenico arriva Lucumone, ricco emigrato da Tarquinia. Entra a Roma da straniero e finirà sul trono con un altro nome: Tarquinio Prisco.

Pista fangosa presso le zone umide del basso Tevere con animali da soma e una barca
Fig. 4 — PRIMA DELLA VIA CAMPANA. Una pista fangosa costeggia le zone umide del basso Tevere fra animali da soma e piccole barche. Da questi corridoi nasce la direttrice verso saline e costa: il sale lega fiume, territorio e mare e prepara il paesaggio della futura Via Campana (ricostruzione AI supervisionata).

In copertina:

Paesaggio arcaico del Tevere e del Gianicolo con strutture sparse e piccole imbarcazioni
ROMA GUARDA OLTRE IL TEVERE. Il fiume domina il paesaggio, con il Gianicolo boscoso, poche strutture e piccole barche. Il capitolo segue Roma dalla vittoria su Alba al controllo della riva occidentale, al Ponte Sublicio e alla via del sale: il confine avanza e la città guarda al mare (ricostruzione AI supervisionata).


(articolo aggiornato il 29 Agosto 2026)