— Da Senz’Affanni a Campo Salino: la campagna cambia scena

Da qui la cronaca (che già era muta sul morbo) lascia spazio alla leggenda. Senz’Affanni resiste ancora qualche tempo, circondato da finestre sbarrate e tavole imbandite, mentre malaria e solitudine lo logorano. Quando la febbre lo vince, il borgo è a un passo dal diventare città fantasma. La memoria popolare vuole che venga sepolto nel piccolo camposanto, ma che il suo spirito non lasci il paese: non un fantasma urlante, piuttosto una presenza discreta che di notte percorre le stradine deserte a cavallo, si ferma sui muretti, sfiora gli archi crollati e sembra proteggere i rari visitatori. Al crepuscolo, tra i ruderi, qualcuno giura di sentire un trotto leggero sul selciato sconnesso e un canto rivolto alla sua amata, divenuto ormai mestissimo: Senz’Affanni, soprannome paradossale inciso nelle pietre del paese abbandonato.

Dalla Portuense lo sguardo corre verso ovest, dove il Tevere piega alla Magliana e la pianura si apre verso Maccarese. Qui, tra canneti e acquitrini, si estende Campo Salino: una distesa bassa e ventosa, inadatta all’agricoltura per le infiltrazioni di acqua salata, risalite dallo Stagno Maggiore. Il suolo non è generoso con le colture, ma è perfetto per i cavalli: centinaia di animali allo stato brado si inseguono e si abbeverano alle pozze salmastre.

Su questo scenario entra in scena una famiglia che vive tra palazzi cittadini e tenute campestri: i Rospigliosi. Don Clemente Domenico Rospigliosi nasce a Roma nel 1674, pronipote di papa Clemente IX. Cresce circondato da tele e marmi nella collezione Rospigliosi-Pallavicini del palazzo di famiglia sul Quirinale, mentre i fattori amministrano poderi nell’Agro romano, compresi i terreni che dalla Magliana guardano verso Maccarese. In questi anni giunge a Roma il pittore fiammingo Kristiaan (Christian) Reuder, specialista in animali e cavalli: lo vediamo all’opera nel celebre dipinto la Compera dei cavalli, dove Don Clemente posa sicuro tra stallieri e destrieri. Quadri e quadrupedi, da queste parti, diventano un destino.

— Camillo Rospigliosi e Johan Reuder fanno di Campo Salino un regno equestre

Nel 1714 nasce Camillo, figlio di Clemente e di Giustina Borromeo Arese: è il futuro “principino” Rospigliosi (1714-1763), una delle figure più eccentriche del Settecento romano. Cresce tra le gallerie del palazzo sul Quirinale e le scuderie delle tenute. Impara presto a governare un cavallo, molto meno a governare conti e liti. Nei salotti si distingue per parrucche incipriate, stravaganza nel vestire e capricci: non si limita a seguire la moda, prova a precederla o inventarla. Gli studi lo annoiano, gli affari lo lasciano indifferente; ciò che lo entusiasma davvero è l’equitazione.

Nel 1737, ad appena 23 anni e all’apice della popolarità mondana, si fa ritrarre da Agostino Massucci: frac rosso con galloni d’oro, ghette di seta, in sella a un cavallo bianco. Poco dopo la morte del padre lo mette davanti alla sua irrisolutezza. Camillo non ne vuole sapere di diventare il capofamiglia, di essere chiamato Sua grazia il Principe, di prendersi cura di fondi agricoli e affari. Per renderlo chiaro, convoca dal notaio il fratello minore Giovan Battista: spetterà a lui continuare la casata, ereditare titolo e feudi. Camillo si accontenta di molto meno (e, insieme, pretende moltissimo): un appannaggio sicuro per feste, giochi e compera di nuovi cavalli, e l’uso a piacimento della grande tenuta di Campo Salino, estesa dalla Magliana a Maccarese. Piagnucola, punta il piedino in ghette di seta e lo batte ritmicamente a terra: reclama il suo diritto di vivere come un infante.

In questa nuova fase entra in scena un’altra figura laterale ma decisiva: Johan (Giovanni) Reuder, figlio di Kristiaan. Johan ha un carattere ingenuo; il padre prova a trasmettergli i segreti del mestiere, ma lui disegna linee irrimediabilmente infantili, confonde i piani, sbaglia le prospettive. Eppure le sue “bambocciate” – scene di vita popolare, naïf e coloratissime – sono vivaci e luminose, capaci di strappare il sorriso. Il genitore propone ai Rospigliosi di accoglierlo a Palazzo Rospigliosi come pittore di famiglia; all’occorrenza potrà fare anche da scudiero e servitore, si accontenta di poco. Da quel momento Johan segue Camillo come un’ombra, presenza discreta e protettiva: tanto più che il principino, da solo, non sa fare nulla.

Campo Salino diventa il suo regno privato, fatto di scuderie e galoppi. Nelle scuderie di Maccarese Camillo si reinventa allevatore: seleziona razze equine, incrocia genealogie, cerca campioni da corsa degni dei palii. I nomi scorrono come un bestiario personale: le cavalle Gelsomina, Capriola e Polledruccia; i destrieri Bicchierino, Leggiadro e Brigliadoro. Johan li immortala in ritratti e scene di campagna, trasformando la tenuta in un archivio visivo.

— La giostra della vaccina trasforma la Magliana in teatro aristocratico

Tra tutti, il preferito è Aquilino. Nel 1747 Johan Reuder lo ritrae: il cavallo sembra nervoso e sospeso nel vento, guidato da uno staffiere. Camillo ci si riconosce e, tra versi sguaiati e compiacimento, gli attribuisce una consacrazione da divinità pagana dell’Agro romano: “Questo è Aquilino, figlio del vento!”.

Dal piano aperto di Campo Salino la scena si sposta lungo la Portuense, al Castello della Magliana. Qui, tra Quattrocento e Cinquecento, i papi del Rinascimento hanno cacciato, pregato, firmato bolle e trattati. Nel Settecento le mura progettate dal Sangallo, la piazza d’armi interna e la Loggia del Bramante affacciata sul cortile diventano il teatro preferito di Camillo Rospigliosi per feste anticonformiste, scherzi goliardici e capricci esplosivi. Ha una mania: chiudere i ricevimenti con fragorosi fuochi d’artificio. Si mescola ai popolani in celebri partite al “giuoco del pallone”, inventa competizioni sportive e palii, e per vent’anni compila un diario singolare, quasi segreto, intitolato Vinte e perse: non annota politica o vicende di corte, ma soltanto risultati di gare, cavalli messi in campo, somme spese o incassate. È il suo modo di misurare il tempo: non in anni, ma in corse.

Sul fondale amministrativo di questo palcoscenico sfilano, come una lista d’ombra, i cardinali commendatari della Magliana: Jacopo Antonio Morigia dal 1699 al 1708, Francesco Acquaviva d’Aragona (fino al 1725), Filippo Antonio Gualterio (1726), Cornelio Bentivoglio (1732), Troiano Acquaviva d’Aragona (1747), Joaquín Fernández Portocarrero (1753), Giorgio Doria Pamphilj Landi (1759), Cosimo Imperiali (1764), Giuseppe Maria Feroni (1767), Ferdinando Maria De Rossi (1775), Girolamo Spinola (1784), Hyacinthe Sigismond Gerdil (1802).

Camillo, intanto, intende riportare in auge uno spettacolo ancestrale e cruento: la tauromachia, la lotta tra uomo e toro, una corrida nostrana che ribattezza “giostra della vaccina”. Recluta nelle campagne della Magliana giovanotti baldanzosi, pastori e contadini abituati a maneggiare bestiame. L’arena è la piazza d’armi del castello, con le mura del Sangallo a fare da recinto; la tribuna è la Loggia del Bramante.

È il 15 settembre 1748. Il castello brulica di ospiti. Il programma è semplice e feroce: un bovino viene liberato nella piazza, assalito da cani addestrati e provocato da uomini a cavallo armati di picche. Ma quel giorno lo spettacolo prende una piega imprevista: la carica del toro scompagina le file dei nobili, costringendoli alla fuga tra polvere, urla e risate nervose. Per una volta a vincere la giostra non sono gli uomini, ma il toro.

Johan Reuder fissa la scena sulla tela. Nella Giostra dei tori alla Magliana – databile proprio al 1748 – al centro della piazza d’armi dipinge un maestoso toro bianco che giace a terra ferito, azzannato dai cani; sulla destra un contadinotto agita il drappo invitando la bestia a rialzarsi, mentre un nobile a cavallo si avvicina brandendo una picca. Altre figurette riempiono la scena: chi corre, chi si nasconde; gli orchestranti soffiano nelle trombe per dare pathos all’azione. A furia di dipingere animali, Johan – qui – sembra persino diventato bravo: prospettive insolitamente azzeccate, movimento, caos.

— Johan Reuder dipinge la festa e la gran carriera della Magliana

Subito dopo realizza un grande dipinto che diventa il suo capolavoro: Festa del principe Rospigliosi alla Villa della Magliana. È una “bambocciata” ricchissima di dettagli, con non meno di cento personaggi, che intreccia per scenette le varie fasi della giornata. A destra domina la giostra della vaccina: drappo rosso, cani, cavalieri e ardimentosi campagnoli, con il finale a sorpresa della calca nobiliare in fuga. A sinistra s’innalza l’impalcatura a torre per il lancio dei mortaretti esplosivi; affacciato a una finestra compare lo stesso Rospigliosi, intento a lanciare la colombina che darà fuoco alle polveri. Sotto, un’orchestrina anima le danze, i bottai fanno scorrere il vino.

In alto, la scenetta più rivelatrice: la “gran carriera”. Il rettilineo di via della Magliana diventa pista per la “corsa delli huomini a cavallo”, un galoppo a folle velocità con la cinta merlata del castello sullo sfondo. Qui i protagonisti non sono più i tori, ma i cavalli da corsa selezionati tra Campo Salino e Maccarese: Aquilino e gli altri purosangue entrano nella festa come comparse di un teatro collettivo.

(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)