— Atanasio confessa sotto la corda e finisce sul patibolo

Di questa vicenda sappiamo anche come andò a finire, ne conosciamo cioè l’esito giudiziario. Dopo l’omicidio, del bracciante Atanasio si perdono le tracce: “Per molti mesi non si seppe dove fosse capitato”.

Sembra quasi un “delitto perfetto”, protetto dalle distanze e dai confini incerti tra una tenuta e l’altra. Poi, invece, a distanza di tempo, Anastasio sul luogo del delitto ci ritorna. Torna a lavorare in una campagna poco distante da Pontegalera. È lì che lavorano altri braccianti, che hanno lavorato a Pontegalera, e che lo riconoscono. Atanasio finisce così agli arresti.

Condotto a Roma, Atanasio nega ogni accusa.

E qui entra in scena la giustizia pontificia, con il suo strumento più temuto: la “corda”.

La corda è una forma di tortura, inflitta per ottenere confessioni rapide. Le mani dell’imputato vengono legate dietro la schiena e il corpo viene appeso al soffitto attraverso una carrucola. L’imputato viene quindi interrogato: per ogni risposta ritenuta menzognera, l’accusato viene lasciato cadere “giù di botto”. Il “botto” può essere di quattro diversi tipi, graduati secondo l’intensità della menzogna: a tratto, a squasso, a scossa e a saccata.

Non conosciamo se Atanasio sia stato trattato a squasso o a scossa, ma sappiamo che i metodi furono incisivi: l’uomo “confessa e ratifica immediatamente”.

La condanna e la punizione che ne segue è esemplare: dopo essere stato impiccato a Ponte Sant’Angelo, da morto il reo viene anche “squartato”, cioè il suo corpo viene tagliato in quattro quarti, proprio come le bestie da macello della tenuta di Pontegalera. È una fine orribile, incisa nella carne di un uomo. È un severo monito destinato a chi attraversa quelle campagne: il braccio inflessibile dello Stato pontificio arriva anche qui, tra fango, mandrie ed esalazioni di palude.

— Ottoboni prende possesso di Porto e cambia il corso della sua vita

È il 15 dicembre 1734 quando il cardinal Pietro Ottoboni, neo-vescovo della diocesi suburbicaria di Porto, lascia gli ambinti sontuosi del Palazzo della Cancelleria e sale su una carrozza. È diretto alle paludi di Pontegalera, e da lì raggiungerò Porto.

La carrozza attraversa Porta Portese e imbocca la via Portuense. Le mura di Roma restano alle spalle, la città si dissolve in orti e vigne, poi in una campagna sempre più aperta. L’aria sa di umido e di salsedine: il mare non si vede, ma si intuisce.

All’altezza di Ponte Galeria la strada si fa più difficile, le ruote affondano nel fango e la carrozza rallenta. Dal finestrino Ottoboni osserva i casali isolati e le torri di guardia, campi incolti lasciati a pascolo, le paludi che generano nebbia bianchissima.

La solitaria austerità del luogo lo colpisce: durante il viaggio, da uomo colto e sensibile, si sofferma a lungo a guardare quelle lande sferzate dal vento marino e da subito se ne innamora. Adesso che è un uomo anziano, sa che quella campagna può essere il suo “buen retiro”, la sua ultima casa: la sente già intimamente sua. Porterà lì migliorie materiali, cibo spirituale e arte.

Arrivato all’Episcopio di Porto, Ottoboni segue il cerimoniale: fa il suo ingresso nella cattedrale dell’Episcopio, dedicata ai santi Ippolito e Lucia, recita la professione di fede. Poi torna all’Episcopio: incontra il capitolo e prende possesso degli ambienti del palazzo episcopale.

Dietro la precisione dei gesti resta però un paradosso: il nuovo vescovo di una diocesi ai confini del mondo continua a essere il grande personaggio romano di sempre. È ancora vicecancelliere della Chiesa, arciprete del Laterano, cardinale titolare di San Lorenzo in Damaso. La sua vita quotidiana resta ancorata a Roma; ma ora le sue responsabilità comprendono anche l’Agro Portuense.

E c’è un ultimo atto di Ottoboni, datato al 1735, che sorprende. Proprio in questi mesi, sul Campidoglio, prende forma il nuovo museo di antichità voluto da papa Clemente XII. Il museo è aperto alla città: è il primo “museo pubblico” del mondo. Diventerà quello che oggi conosciamo come Musei Capitolini.

Ottoboni, che per decenni ha raccolto statue, iscrizioni e reperti nel palazzo della Cancelleria, decide che quel tesoro personale non può rimanere privilegio di pochi. Ai primi del 1735 dona ai Musei Capitolini il nucleo delle sue antichità: sculture, iscrizioni, frammenti accumulati in anni di mecenatismo. È un gesto che chiude simbolicamente la stagione del grande collezionista privato e, allo stesso tempo, restituisce a Roma un dono per ringraziarla di quanto ha fatto per lui.

Quell’atto di donazione, per Ottoboni, libera spazio, energie, risorse. Recide una radice e crea il modo a idee nuove di fiorire.

Il cardinale Ottoboni da allora comincia a pensarsi meno come regista di una corte artistica e più come pastore di una diocesi: visita casali, piccole comunità sparse, chiese rurali, ospedali in difficoltà. Pontegaleria entra così nella sua vita non più solo come luogo di delitti intravisto da un finestrino, ma come punto preciso di un territorio da prendersi a cuore. L’Arcadia esiste per davvero. E Ottoboni l’ha trovatta qui, a Pontegalera.

— La Chiesuola della Santissima Eucaristia entra nel paesaggio rurale

La seconda vita di Ottoboni, da “pastore” dell’Arcadia a “pastore di anime” a Pontegalera, entra nel vivo nella seconda metà del 1735. Visita i contadini dell’Agro, che vivono in casupole miserevoli di paglia e fando. La vita è dura: i contadini, in quelle campagne rarefatte, hanno una compagnia costante, quella della propria solitudine.

Soprattutto, a Pontegalera, manca una vera e propria chiesa.

Ottoboni, però, viene a sapere che i bifolchi della zona una sorta di chiesa, se la sono costruiti da soli.

Ai margini di quello che è l’abitato moderno di Ponte Galeria, su via della Chiesuola, hanno riadattato alla meno peggio una grotticella scavata nel tufo, trasformandola in luogo di preghiera. C’è un altare improvvisato, si assiste alla messa in piedi, poche candele faticano a vincere il buio. Ottoboni, abituato agli stucchi delle basiliche romane e alle invenzioni teatrali della Cancelleria, guarda quella grotta con uno sguardo diverso: non serve a nulla costruire una chiesa nuova: in quella grotticella Dio c’è già, si tratta solo di riadattare la grotticella per renderla più decorosa. Inizia così il cantiere della “Chiesuola” di Ponte Galeria.

Ottoboni la trasforma in una cappellina rurale: davanti all’imboccatura della grotta fa costruire un piccolo avancorpo in muratura, con copertura a doppia falda e un unico lucernario circolare che lascia cadere un fascio di luce all’interno, puntato sull’altare. Sul fronte fa incidere lo stemma nobiliare Ottoboni. La cappellina prende un nome solenne: Chiesuola della Sanctissima Eucharistia.

L’edificio-grotta oggi esiste ancora, ma è sconsacrata e chiusa al pubblico. Sopravvive la memoria popolare, purtroppo non verificabile, di resti sbiaditi di pitture settecentesche a fresco e, in fondo alla grotta, una Natività in formelle in terracotta. I fregi marmorei dell’altare sono stati invece traslati nella moderna chiesa di Santa Maria Madre della Divina Grazia.

— L’Episcopio di Porto riceve le sistemazioni del cardinale

L’anno dopo, nel 1736, durante una visita all’ospedale connesso all’Episcopio di Porto, trova la struttura in condizioni davvero precarie, senza medici né medicine. Non era un ospedale: era un cronicario dove i malati attendevano la morte abbandonati a se stessi. Ottoboni decide che quell’ospedale va chiuso e che gli ammalati devono essere trasferiti a Roma, per essere curati per davvero.

Oggi possiamo rintracciare i luoghi dove sorgeva l’ospedale. Si trovava nel borgo fortificato dell’Episcopio, nel settore nord del recinto, addossato alle mura. Entrando dal portale settecentesco (l’accesso verso Roma), subito a destra c’era una “casa ad uso di osteria” e accanto all’osteria un edificio quattrocentesco; più a ovest (sempre sul lato nord) sorge oggi un ex edificio scolastico. Proprio lì probabilmente era l’ospedale.

Ottoboni esegue altre migliorie, nell’Episcopio e nella chiesa cattedrale al suo interno. Affida a Ludovico Rusconi Sassi la nuova cappella del Santissimo Sacramento nella cattedrale. Si tratta di una cappella laterale interna alla chiesa-cattedrale. La cattedrale, a navata unica, ha due cappelle sporgenti: quella del Rosario a sinistra e il nuovo “Sacello del SS. Sacramento” a destra.

E commissiona a Bartolomeo Pincellotti targhe commemorative, nella chiesa-cattedrale. Una a sinistra commemora papa Benedetto XIII; quella a destra commemora il suo prozio, papa Alessandro VIII.

Altri lavori del palazzo sono affidati a Domenico Gregorini e Pietro Passalacqua, all’interno del palazzo episcopale. I lavori sono sullo scalone dell’atrio e sullo scalone interno, nel percorso di rappresenzata. Gregorini e Passalacqua si occupano anche dell’intonacatura del corpo torre.

La periferia portuense viene così “rifinita”, con mani e occhi di maestranze romane. È un restiling arcadico-barocco in stile romano, applicato all’ultimo avamposto ultra-periferico della città.

Nel 1738, ormai anziano, Ottoboni assume l’incarico di vescovo di Ostia e Velletri. Nel conclave del 1740 è decano del Sacro Collegio. Si ammala dopo pochi giorni, deve lasciare il conclave ancora in corso e muore a Roma alla fine del mese. Sarà sepolto nella cappella del Sacramento di San Lorenzo in Damaso.

(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)