Il 1348 apre una nuova soglia anche nella documentazione della campagna portuense. Un testamento del 26 maggio registra per la prima volta in questa sequenza la forma Preta Papa: Nicolò de Vaschis lascia all’ospedale del SS. Salvatore “quinque aut sex petias terrarum, positas extra portam Portuensem in loco dicto Preta Papa” (atti Giovanni Porphyrii; MSV., XXIII, 3, p. 553; Tomassetti, p. 44). La trasformazione fonetica da Prata a Preta è già compiuta e il toponimo è abbastanza stabile da funzionare in un atto patrimoniale: non evoca genericamente una zona, ma rende riconoscibile un fondo fuori Porta Portese. Nello stesso anno in cui la peste sconvolge uomini e famiglie, la scrittura notarile continua così a fissare luoghi, beni e destinatari.
Il lascito permette anche di misurare la proprietà. Le cinque o sei pezze romane corrispondono, assumendo 2.640,63 metri quadrati per pezza, a circa 1,3–1,6 ettari. Il beneficiario è un’istituzione assistenziale e religiosa, l’ospedale del SS. Salvatore, e questo inserisce il fondo in una rete urbana di patrimoni dislocati fuori porta. Le campagne che circondano Roma non sono un margine indistinto: sono suddivise in pezze e registrate attraverso atti che collegano proprietari, monasteri, ospedali e basiliche. Giuseppe Chiesa ha proposto di identificare questa Preta Papa con la “vigna nostra de Santo Paolo” visitata da Antonio De Vasello nel 1484, ma l’identificazione resta dubbia: sarebbe difficile spiegare una confusione fra Porta Portese e Porta San Paolo. Il dato certo è il nome del luogo nel 1348, non la coincidenza con quella proprietà più tarda.
Nel giro di circa sessant’anni la forma continuerà a mutare fino a Petra e poi Pietra Papa. Il passaggio da Prata a Preta e quindi a Petra mostra quanto un toponimo possa cambiare proprio mentre resta funzionale: la pronuncia si sposta, la grafia oscilla, ma il nome continua a individuare uno spazio riconoscibile. Ogni volta che una vigna viene lasciata, un terreno venduto o un confine descritto, il notaio trasforma la memoria locale in una formula con valore giuridico. Il 1348 fissa così una tappa documentaria nella lunga trasformazione da Prata Papi a Pietra Papa e offre, all’inizio del nuovo Libro, un primo indizio di come la campagna continui a “parlare” negli anni della crisi.
Il 1348 riporta alla luce gli antecedenti del Trullo e dei Merlo
Il documento di Preta Papa non nasce in una campagna senza memoria. Il Trullo possiede una stratificazione molto più antica. Già un atto del 4 aprile 1011 ricorda nel casale di Erminzanote un pratum cultum et assolatum ceduto al monastero dei Santi Ciriaco e Nicolò: la continuità documentaria precede quindi di quasi tre secoli la crisi trecentesca. Tomassetti ricorda per il 4 maggio 1286 un rinnovo di locazione con cui la badessa di San Ciriaco de Via Lata concede ad Andrea e Iannuccio Massimi terreni fuori Porta Portese “in loco qui vocatur Ermezanum et deinde Trullus de Maximis”. I confini chiamano in causa il Tevere, altri beni monastici, San Callisto, il monastero di San Salvatore de Pede Pontis e il rivus de Mallana: il casale appare inserito in una geografia fondiaria articolata, dove il nome nuovo, Trullus de Maximis, si sovrappone a quello più antico di Ermezanum. Non si tratta di una vendita del 1286 per 300 fiorini: quella cifra appartiene a una successiva alienazione del 1396. La correzione restituisce al Duecento la natura effettiva dell’atto, una locazione, e impedisce di anticipare di oltre un secolo un passaggio di proprietà.
Nel Trecento la denominazione continua a evolvere. Un documento del 1322 richiamato dagli studi sul territorio usa la forma Contrada Trulli Meruli e attesta in zona la famiglia Merlo. Coste, confrontando questa notizia con documenti successivi relativi a un casale dei canonici di Santa Maria in Via Lata, deduce che il Trullo dovesse avere dimensioni rilevanti o che il suo nome si estendesse a una porzione di campagna più vasta del solo edificio. Questo è il punto che interessa alla soglia del 1348: i toponimi non compaiono all’improvviso sotto l’effetto della crisi, ma arrivano da secoli di locazioni, acquisizioni e riusi. Ermezanum, Trullus de Maximis, Trulli Meruli e Preta Papa appartengono a storie differenti, però mostrano lo stesso meccanismo: la proprietà cambia mani, le famiglie lasciano il proprio nome, monasteri e capitoli conservano titoli e contratti, e la campagna viene progressivamente scomposta in luoghi sempre più riconoscibili sulla carta. La crisi del Trecento agisce dunque su un territorio già densamente nominato, non su uno spazio vuoto.
1348–1349: peste, terremoto, pascoli e boschi rendono visibile la crisi
La metà del secolo concentra due traumi ravvicinati. Nel 1348 la peste nera raggiunge Roma nel quadro della pandemia che, fra 1347 e 1351, investe gran parte dell’Europa. Le cifre dei cronisti sono spesso esagerate e non consentono di attribuire alla città una percentuale sicura di mortalità; il dato solido è la portata eccezionale della moria. Una risposta collettiva rimane iscritta nel paesaggio urbano: nel 1348 viene iniziata la monumentale scalinata di Santa Maria in Aracoeli, 124 gradini che collegano più direttamente il Campidoglio con la zona mercantile sottostante. Le fonti istituzionali la ricordano come ex voto della città alla Vergine per la fine della peste. In un momento di perdita, Roma produce così uno dei suoi più importanti interventi architettonici trecenteschi e lega fisicamente il luogo della vita civica alla città bassa.
Il 9 settembre 1349 un forte terremoto appenninico aggiunge un secondo shock. I cataloghi dell’INGV registrano per quella data una sequenza distruttiva dell’Italia centrale; a Roma le ricostruzioni macrosismiche indicano danni molto forti nel centro storico. Il Colosseo subisce probabilmente gravi crolli e la parte superiore della Torre delle Milizie viene danneggiata. Peste e terremoto non sono quindi due formule astratte con cui riassumere la “crisi del Trecento”: incidono sulle persone, sui monumenti e sulla percezione stessa della solidità urbana. Il 1349 rende visibile nel tessuto costruito ciò che il 1348 aveva reso evidente nella demografia.
Fuori dalle mura la trasformazione assume forme meno spettacolari. Nel quadro europeo la perdita di popolazione dopo la peste favorisce in molte aree l’abbandono delle colture più onerose e l’espansione del pascolo; nella campagna romana le ricostruzioni paesaggistiche mostrano il peso crescente di prati, greggi e boschi. Mauro Martini osserva che nel Trecento la fascia dei prati torna a essere frequentata da greggi e assume progressivamente quell’aspetto di “vastissimi e luminosi orizzonti, senza alberature”, segnato da rovine e grandi silenzi, che Flavio Biondo descriverà nel Quattrocento come Agro Romano. Il pascolo convive con ciò che resta della Silva Mœsia, sfruttata per il legname. Una traccia della campagna fortificata sopravvive nella torretta medievale di Casetta Mattei al Corviale: torre, fondi rurali e toponimi ricordano che la crisi non cancella il territorio, ma ne modifica l’uso.
1365–1387: proprietà, Valle Magliana e saline rimettono ordine nelle carte
Dopo i traumi di metà secolo la documentazione torna a mostrare con precisione uomini, fondi e diritti. Nel 1365 Annibale Stefaneschi viene diffidato dalle autorità capitoline dal molestare il monastero di Sant’Anastasio nella raccolta dei frutti in una quarta parte dell’Insula Portuensis; nel 1369 lo stesso monastero loca terreni dell’Insula a Giovanni di Alessandro, bobatterius (DC., Tab. basil. S. Petri, caps. LXXIII, fasc. CXXXVIII e CCCXXII; Tomassetti, p. 164). Nel 1370 e nel 1371 atti di vendita registrano terreni “in loco qui dicitur Vallis Maglianae”, fuori Porta Portese, presso il casale di Paolo di Godo Capodiferro; uno di essi passa alla basilica di San Pietro (DC., atti A. Scambi; Tab. bas. Vat., caps. LXXIII, fasc. CCCXXX; Tomassetti, p. 86). La campagna torna leggibile come rete di rapporti giuridici fra fondi, coltivatori e istituzioni ecclesiastiche.
Il 14 gennaio 1377 Gregorio XI, sbarcato presso Ostia, risale il Tevere sulla galea. Il ritorno del pontefice chiude la lunga assenza avignonese sul piano della presenza fisica. Lungo il fiume incontra però una Roma che dopo peste e terremoto continua a ricostruire le proprie connessioni. Nello stesso 1377 viene innalzato il campanile di Santa Maria Maggiore, mentre sul territorio portuense monasteri, basiliche e privati continuano a locare, vendere, raccogliere frutti e definire diritti. Non c’è una restaurazione istantanea del paesaggio precedente: la ripresa procede per atti minuti, fondo dopo fondo.
Il 29 novembre 1386 Nicolò de Calvi, “legum doctor, et iudex palatinus”, condanna alcuni salinari di Trastevere e i canonici di San Pietro a corrispondere al monastero di San Gregorio al Celio il sale raccolto “in Campo Salini Maioris, in filis et territorio dicti monasterii, posito in dicto Campo”. Il 10 settembre 1387 i magistri aedificiorum ordinano ai monaci dei Santi Andrea e Gregorio di comparire “in Campo Salinarum Urbis in loco qui dicitur Ticchi maior et lo Cacainnocte” per assistere alla definizione dei confini fra i possessi del capitolo di San Pietro e quelli del monastero (L. Schiaparelli, Alcuni documenti…, RSR, 1902, pp. 55–57, doc. XII; Tomassetti, p. 118). Il lessico degli atti – sale, territorio, confini – restituisce una campagna intensamente amministrata. A quasi quarant’anni dalla peste il paesaggio può essere più aperto al pascolo, ma non è vuoto: proprietà, saline e istituzioni producono una geografia documentaria fitta. Nel 1387 questa rete di diritti è ormai ben visibile; sul Campidoglio, però, la crisi aveva già provato a darsi una risposta politica un anno prima della peste, nel 1347.
(articolo aggiornato il 31 Agosto 2026)



