Nel 2001, a Ponte Galeria, sul margine occidentale di Roma, gli archeologi lavorano nell’area destinata alla nuova Fiera di Roma. Lo scavo si apre a nord della via Portuense, al km 17,500, tra il Rio Galeria, il Tevere e, più a valle, l’antica area portuale. È qui, sotto la strada moderna, che riappare la Via Campana, l’asse che collegava Roma alla costa e alle saline.

La strada più antica viene raggiunta sotto sistemazioni successive. Il piano di campagna, limoso, è inciso e livellato; sopra viene steso un sottofondo compatto di schegge di tufo. La carreggiata usa elementi tufacei appena sbozzati, legati da limo argilloso, e in origine doveva avere una superficie di ghiaia poi quasi consumata dal passaggio dei carri.

Tre-quattro secoli dopo, nel I secolo d.C., Claudio monumentalizza il percorso; agli inizi del II secolo Traiano lo rialza e lo amplia insieme al grande sistema portuale. Le indagini della Fiera seguono questa viabilità per circa un chilometro e mezzo e riportano alla luce tredici ponti delle fasi imperiali. Sotto quelle opere più tarde continua però a correre la strada repubblicana.

Il cantiere del km 17,500 viene suddiviso nei Saggi A, B e C. Nei primi due emergono soprattutto i ponti delle fasi più tarde. Nel Saggio C lo scavo scende fino al terreno sterile e attraversa l’intera sequenza: strada traianea, fase claudia, rifacimenti, riempimenti, fino al tracciato medio-repubblicano. La Via Campana torna leggibile strato dopo strato (nell’immagine di copertina ).

Fra la fine del IV e il primo trentennio del III secolo a.C. il percorso attraversa un fondovalle instabile, segnato da limi, aree acquitrinose e polle sorgive. I ponti monumentali arriveranno in età imperiale; per la fase più antica gli scavatori immaginano attraversamenti più leggeri, forse lignei. In ogni caso carri, animali e viaggiatori devono superare punti in cui il terreno cede e l’acqua torna ad affiorare.

La manutenzione è parte stessa della strada: consolidare il fondo, riempire cedimenti, sostituire materiale eroso, mantenere aperti i passaggi. Una risorgiva che cambia punto di emissione o una piena che porta via il riempimento può interrompere il collegamento in pochi metri. La Via Campana nasce dentro questo equilibrio precario fra tecnica e fondovalle ( Fig. 1 ).

Appena prima della zona più umida, la stratigrafia cambia tono. Negli strati di costruzione compaiono fosse e materiali scelti: recipienti, piccoli oggetti, una moneta. Prima che il piano stradale chiuda tutto, qualcuno depone qualcosa sotto il percorso. La strada attraversa le acque e, nello stesso gesto, entra anche nel loro spazio sacro (Di Giuseppe-Serlorenzi 2008; 2009, pp. 573-598).

Operai sistemano il piano della Via Campana in un terreno acquitrinoso e sorgivo
Fig. 1 — COSTRUIRE SULL’ACQUA. Operai consolidano terra, tufo e ghiaia nel fondovalle umido antico. La Via Campana deve convivere con cedimenti e sorgenti: mantenere aperto il passaggio significa correggere il terreno prima che carri e viaggiatori possano attraversarlo (ricostruzione AI supervisionata).

Sotto la Via Campana, i depositi rituali legati alle acque

Sotto Ponte Galeria il problema comincia nella geologia. Il fondovalle tiberino è formato da sedimenti fluviali fini, limosi e argillosi, nei quali l’acqua può risalire e concentrarsi. Le polle idrotermali lasciano croste e livelli carbonatici: vere incrostazioni calcaree intercalate ai sedimenti e, in alcuni punti, direttamente alle strutture stradali.

Il fenomeno dura da millenni. Le datazioni U/Th effettuate sui depositi carbonatici hanno restituito per uno dei livelli più antichi un’età di circa 2650 ± 250 anni; altri livelli si formano mentre la strada è in uso e altri ancora dopo il suo abbandono. L’attività idrotermale procede quindi a fasi alterne dall’età preromana fino all’età moderna ed è collegata alle ultime manifestazioni del vulcano dei Colli Albani (Tuccimei et al. 2007).

Per chi costruisce, questa geologia ha effetti immediati: il terreno può saturarsi, cedere, incrostarsi; l’acqua riapre vie che il cantiere tenta di chiudere. Per chi vive nel mondo religioso romano, una sorgente possiede anche un carattere proprio. Il ponte e la strada costringono l’acqua dentro un’opera umana: tecnica e religio si incontrano nello stesso punto.

Nel Saggio C due fosse sovrapposte tagliano gli strati legati alla Via Campana più antica. Una misura circa 2,60 × 7,80 m; l’altra, più piccola, circa 2 × 6,35 m. Dentro compaiono ceramiche da mensa e da cucina, recipienti miniaturistici, una moneta e altri oggetti. Le fosse appartengono al cantiere e vengono richiuse prima che il piano stradale entri definitivamente in uso ( Fig. 2 ).

Il rito si svolge in quel breve intervallo. Si preparano e si usano recipienti, si versano liquidi, si possono offrire cibi o essenze; alcuni vasi vengono frantumati e soltanto parti selezionate finiscono nelle fosse, secondo la logica della pars pro toto, la parte che vale per l’intero. Poi terra e materiali di costruzione ricoprono tutto (Di Giuseppe-Serlorenzi 2008; 2009).

Davanti alle polle, il gesto acquista un registro più oscuro. Le Ninfe sono divinità possibili di quelle acque; sorgenti e passaggi possono richiedere una forma di piaculum, un atto riparatore dopo l’alterazione di un luogo sacro. Nessuna iscrizione conserva il nome del destinatario, ma il cantiere prepara il passaggio e nello stesso momento sotterra le offerte.

Il parallelo più celebre porta al Pons Sublicius. Ogni maggio gli Argei, fantocci di giunco, vengono condotti sul ponte e gettati nel Tevere. È un altro rito e appartiene a un altro luogo; conserva però la stessa tensione fra attraversamento, acqua e gesto religioso.

Quando le fosse vengono richiuse, il piano stradale le cancella alla vista. Sopra riprendono ruote, animali e passi; sotto restano ceramiche e piccoli oggetti. Il rito scompare dentro l’opera che accompagna.

Fossa di deposito con ceramiche e piccoli oggetti accanto al cantiere della Via Campana
Fig. 2 — OFFERTE SOTTO LA STRADA. Ceramiche, frammenti e piccolo oggetto metallico occupano una fossa del cantiere. Prima di chiudere il piano viario qualcuno depone materiali scelti: sopra passeranno ruote e animali, sotto resterà un gesto rivolto alle acque e al luogo attraversato (ricostruzione AI supervisionata).

Moneta, conchiglia e ferro: tre doni sotto il Ponte numero 9

Una moneta romano-campana emerge dal riempimento 147. È un bronzo della serie RRC 16, databile fra il 300 e il 270 a.C.; misura circa 23 mm di diametro e pesa 7,74 g. In una mano occupa poco spazio, ma dentro una deposizione legata alle acque può diventare offerta, pedaggio simbolico, oggetto apotropaico.

Poco distante compare una conchiglia marina del genere Acanthocardia. È la valva di un bivalve marino: forma robusta, profilo arrotondato, forti coste radiali che corrono dall’umbone al margine e rendono la superficie scanalata al tatto. In mezzo a limo, tufo e acqua sorgiva, un oggetto nato in mare risalta immediatamente. Le autrici dello scavo lo avvicinano al mondo delle Ninfe e delle offerte alle acque.

Il terzo reperto è un pomello da tirelle in ferro, pertinente a un carro, lungo circa 15 cm e largo fino a 10, accompagnato da una borchietta in bronzo. Può essere finito lì durante il transito; se fu scelto intenzionalmente, il ferro apre una porta diversa, quella della magia apotropaica.

Nel simbolismo magico-religioso romano il chiodo può fermare ciò che deve restare sotto terra. In alcuni contesti funerari serve a fissare al suolo spiriti maligni o demoni ctoni, impedendo loro di risalire fra i vivi. La stessa forza del gesto sopravvive nel clavum figendi, la cerimonia del chiodo piantato per fissare nel tempo eventi e ricorrenze. Il pomello della Via Campana ha un’altra forma e un’altra funzione materiale; se entrò nel rito, poteva evocare quella stessa potenza del ferro che blocca, inchioda, trattiene.

Moneta, conchiglia e ferro finiscono nello stesso sottosuolo, accanto al vasellame. Il bronzo porta il valore dello scambio; la conchiglia porta il mare dentro il fondovalle; il ferro porta la forza di qualcosa che deve restare fermo. Poi compare un reperto capace di cambiare ancora l’atmosfera ( Fig. 3 ).

Fra gli strati della strada affiora una tibia umana di adulto, probabilmente maschile. È un solo osso, separato dal resto dello scheletro e privo di connessione anatomica. Una necropoli vicina può averlo restituito durante i lavori; la vicinanza alle deposizioni lascia aperta anche la possibilità di una scelta intenzionale.

Sopra quel punto la strada viene completata. Gli oggetti scompaiono e il transito comincia. La tibia resta sotto il piano di percorrenza, accanto alle offerte, e apre la domanda più inquietante del cantiere.

Conchiglia marina, moneta, bronzo e oggetto in ferro deposti nel terreno
Fig. 3 — MONETA, CONCHIGLIA E FERRO. Nel terreno compaiono una valva marina, ceramiche, bronzo e ferro. Oggetti diversi finiscono nello stesso sottosuolo: scambio, mare e viaggio entrano nella deposizione, mentre la funzione rituale resta affidata alle tracce materiali del cantiere (ricostruzione AI supervisionata).

Una tibia sotto la strada: il gesto più oscuro del Ponte numero 9

La tibia non porta il nome dell’uomo a cui apparteneva e non conserva la causa della morte. Arriva nello scavo isolata, un frammento umano dentro un contesto di recipienti e piccoli oggetti deposti mentre la strada era ancora in costruzione.

Gli Argei tornano allora alla mente. Ogni maggio ventisette fantocci di giunco attraversavano Roma e venivano gettati dal Pons Sublicius nel Tevere. Già gli autori antichi discutevano il significato di quel gesto; più tardi qualcuno vi avrebbe letto l’eco attenuata di sacrifici umani ( Fig. 4 ).

La prima delle sepolture vive ricordate nel Foro Boario cade nel 228 a.C., almeno quarant’anni dopo il deposito medio-repubblicano della Via Campana. Un secondo episodio arriva nel 216, durante l’emergenza annibalica; il terzo nel 113 a.C., oltre un secolo più tardi. Nel 97 a.C. un senatoconsulto vieta formalmente il sacrificio umano. Sono momenti lontani nel tempo, ma appartengono allo stesso universo religioso in cui il sottosuolo può ricevere vittime, sostituti e offerte.

Alla Via Campana domina un’altra scena: vasellame, piccoli oggetti, libagioni e offerte alimentari. Ossa animali da sacrificio cruento non accompagnano il deposito. La tibia può allora assumere un valore diverso, presenza umana consegnata simbolicamente alla terra senza l’uccisione di una vittima sul posto.

Qualcuno apre una fossa mentre la strada è ancora un cantiere. Vi depone oggetti scelti; in prossimità resta anche un osso umano. Poi il terreno viene richiuso, il piano stradale copre tutto e il passaggio sulle acque entra in funzione.

I secoli consumano il ricordo. Le ruote erodono il manto, i ponti vengono rifatti, Claudio e Traiano monumentalizzano il percorso, la Via Campana finisce sotto la Portuense. Al km 17,500, sotto strati di strada e di tempo, la tibia rimane accanto alle offerte: un frammento umano consegnato a un gesto di cui abbiamo perduto le parole.

Processione degli Argei con fantocci di giunco presso un ponte ligneo sul Tevere
Fig. 4 — GLI ARGEI SUL TEVERE. Una processione porta fantocci di giunco verso un ponte ligneo. Il rito illumina la tensione romana fra acqua, attraversamento e offerta: un parallelo per capire perché anche il cantiere della Via Campana potesse avere un registro religioso (ricostruzione AI supervisionata).

In copertina:

Via Campana antica in un fondovalle umido con operai impegnati nella manutenzione
LA VIA NEL FONDOVALLE. Una strada di ghiaia e terra attraversa un terreno saturo, fra manutenzione e acqua. A Ponte Galeria la Via Campana nasce dentro un equilibrio instabile: sotto il percorso restano offerte che trasformano il cantiere in un incontro fra tecnica e religio (ricostruzione AI supervisionata).


(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)