Per decine di migliaia di anni il paesaggio umano emerge attraverso pietre, ossa, denti e crani. Adesso cambiano gli strumenti e sta per entrare in scena qualcuno che somiglia in tutto agli uomini di oggi.

Entra Homo sapiens.

Homo sapiens nasce in Africa attraverso una storia lunga e ramificata. I fossili di Jebel Irhoud, in Marocco, datati a circa 315 ± 34 mila anni fa, mostrano che il processo era già in corso molto prima delle vecchie immagini di una comparsa improvvisa in un solo punto del continente (Hublin et al., 2017; Richter et al., 2017). Anche le uscite dall’Africa avvengono in più momenti (Fig. 1): alcuni gruppi si fermano, altri proseguono o lasciano discendenze destinate a espandersi.

Nel Salento, all’estremità meridionale della Puglia, la Grotta del Cavallo (nell’immagine di copertina) ha restituito denti umani associati ai livelli uluzziàni, una tradizione archeologica dell’ultima parte del Paleolitico. Il ritrovamento colloca Homo sapiens in Italia fra circa 45.000 e 43.000 anni fa (Benazzi et al., 2011). Questi uomini cacciano, raccolgono, lavorano pietra e osso, percorrono territori vasti e tengono insieme reti di persone e conoscenze.

Nel Territorio Portuense, a Ponte Malnome, gli archeologi sono tornati anni dopo con una domanda nuova: non più Neanderthal, ma Homo sapiens. Nel settore la frequentazione umana arriva fino al Paleolitico superiore; sulla sommità della duna gli indizi restano sfuggenti (Conti et al., 1984). Un piccolo villaggio, un bivacco temporaneo o una sosta asciutta fra paludi e territori di caccia restano possibilità senza conferma. I Sapiens sono passati da queste parti; non è noto se qui si siano fermati. Ponte Malnome resta generoso di promesse e avaro di prove.

Poi il rapporto con il paesaggio cambia profondamente. Nel Neolìtico, quando agricoltura, allevamento e villaggi stabili diventano centrali, uomini e donne trasformano il territorio con continuità. Nell’Italia meridionale l’economia agro-pastorale è attestata già nel VII-VI millennio a.C.

A nord di Roma, sulle rive del lago di Bracciano, il villaggio della Marmotta è occupato intorno al 5600 a.C.: case, imbarcazioni, colture e animali domestici mostrano comunità capaci di restare a lungo nello stesso paesaggio e modificarlo giorno dopo giorno (Mineo et al., 2024; Gibaja et al., 2023).

Millenni più tardi, nel settore occidentale di Roma, dopo specie, popolazioni e strumenti, la terra restituisce finalmente una persona.

All’interno del vestibolo calcareo di Bacho Kiro, la luce fredda dell’esterno raggiunge un’area asciutta prossima all’ingresso.
Fig. 1 – UNA SOSTA PRIMA DEL CAMMINO. Nel vestibolo di Bacho Kiro tre persone ordinano schegge e osservano un manufatto litico, senza scena rituale. La pausa rende concreta una dispersione fatta di gruppi, soste e ripartenze nell’Europa di oltre 45 mila anni fa: un’immagine generata da AI con supervisione umana.

L’Uomo della Muratella: una tomba restituisce un individuo

Il ritmo si spezza.

Nel 2006, alla Muratella, nell’area di Casale Somaini, uno scavo incontra una piccola cavità nel terreno.

Dentro c’è un uomo.

È un giovane adulto, circa venticinque anni. Il corpo è stato deposto in una tomba isolata (Fig. 2), con le gambe flesse e un corredo accanto a lui (Cianfriglia et al., 2011). Tracce nel deposito suggeriscono che poggiasse su una struttura organica destinata a scomparire, forse una lettiga.

Prima c’è una morte. Qualcuno ha visto quell’uomo vivo per l’ultima volta. Poi il corpo diventa qualcosa di cui occuparsi: preparare la cavità, trasportarlo, piegarne le gambe, sistemarlo, scegliere cosa lasciare accanto a lui. Resta il gesto: una comunità ha composto il corpo e gli ha costruito intorno un addio. Le parole si sono spente; la cura impressa nella terra resta visibile.

La scena può essere evocata senza trasformarla in prova. Mani vive scendono nella cavità. Qualcuno regge il corpo, qualcuno dispone gli oggetti. Forse c’è silenzio, forse parole, forse un rito ormai irricostruibile. La terra conserva l’azione collettiva: una comunità ha deciso che quel morto meritava un trattamento particolare.

Casale Somaini appartiene alla transizione fra Neolitico finale e prima Età del rame, nel quadro eneolìtico del Lazio e in rapporto con Rinaldóne, una delle principali tradizioni funerarie e materiali dell’Italia centrale nel IV-III millennio a.C. (Cianfriglia et al., 2011; Carboni, 2019).

Da qui nasce quasi da solo il soprannome di “principe guerriero”. Il corredo parla di distinzione, armi, rame e oggetti rari. Il titolo resta evocativo; i reperti precisano un dato più solido: la tomba distinta e la qualità degli oggetti indicano una posizione sociale particolare, senza consentire di scegliere fra principe, capo, sacerdote o guerriero professionista.

Era giovane. La comunità lo ha deposto con cura. Accanto al suo corpo ha sacrificato beni costosi e tecnicamente raffinati. Qualunque nome avesse la sua posizione, quell’uomo contava abbastanza da ricevere una sepoltura diversa (Carboni, 2019).

Per milioni di anni emergono presenze senza nome. Alla Muratella, finalmente, affiora un individuo.

A Casale Somaini, nell’area della Muratella presso Roma, una sepoltura isolata è appena stata preparata.
Fig. 2 – MANI INTORNO A UN ADDIO. A Casale Somaini tre persone hanno appena deposto il giovane adulto nella fossa, con le gambe flesse e il corredo fuori campo. Le mani ancora vicine al corpo trasformano il dato archeologico in gesto collettivo, senza inventare parole o ruoli (ricostruzione AI supervisionata).

Selce dal Gargano e rame: gli oggetti parlano del suo mondo

Accanto al corpo sono stati deposti una grande ascia piatta in rame, un punteruolo dello stesso metallo, una lunga lama di selce e undici punte di freccia in selce (Cianfriglia et al., 2011; Carboni, 2019). È un inventario breve (Fig. 3). Basta, però, per allargare improvvisamente la scena.

Il corredo apre una direttrice che supera il Lazio. Il Gargano è il promontorio che si protende nell’Adriatico, nel nord della Puglia, a centinaia di chilometri da Roma. La lunga lama è stata realizzata con selce attribuita a quell’area. Dentro una pietra compare così una rete: materia prima, oggetto finito o persone hanno percorso distanze enormi molto prima delle strade romane.

Le punte di freccia raccontano una tecnologia complessa. Su alcune rimangono tracce di mastice, adesivo usato per fissare la pietra a un supporto di legno con legature e fibre. La punta visibile oggi era solo la parte minerale di un oggetto composito: servivano materiali diversi, gesti precisi e una sequenza appresa.

Poi entra il rame. L’ascia piatta e il punteruolo appartengono a un mondo nel quale il metallo ha valore pratico e simbolico. Per ottenere un oggetto di rame bisogna procurarsi il minerale, trasformarlo con il calore e controllarne la forma. Pietra e metallo convivono nello stesso corredo: due tecnologie raccontano una comunità capace di scegliere materiali diversi per funzioni diverse.

L’ascia può parlare di prestigio. Deporla nella tomba significa sottrarla all’uso dei vivi e legarla al morto. Forse era uno strumento importante, forse un segno di rango, forse entrambe le cose. La scelta di lasciarla nella sepoltura mostra comunque un uomo distinto.

Accanto al rame e alla selce compare anche il cinabro, minerale rosso vivo ricco di mercurio. A Casale Somaini il pigmento è attestato nella sepoltura; nell’Eneolitico ricorre in varie tombe del Lazio, sul corpo o sugli oggetti (Petrinelli Pannocchia et al., 2024). Il grande distretto del Monte Amiata è una provenienza plausibile.

Lo stesso rosso compare millenni prima alla Marmotta, sul lago di Bracciano: raro, ma ricorrente nel Lazio preistorico. Alla Muratella selce lontana, rame, cinabro, frecce composite e un corpo deposto con cura parlano di scambi, competenze e valore. Qualcuno ha deciso che quell’uomo non sarebbe sceso nella terra da solo.

Scena ravvicinata e centrata sugli oggetti, non sul funerale nel suo complesso.
Fig. 3 – IL CORREDO DELLE DISTANZE. Una mano dispone la lunga lama chiara accanto al corpo; vicino emergono ascia piatta, punteruolo e undici punte di freccia. Materiali e tecniche allargano la sepoltura oltre il Lazio e mostrano reti, competenze e valore attribuito al morto (ricostruzione AI supervisionata).

La morte rende visibile una società

La tomba di Casale Somaini appartiene a un paesaggio umano più vasto. Le differenze fra i morti lasciano intravedere differenze fra i vivi: età, ruolo, prestigio, appartenenza, legami familiari. La morte diventa un osservatorio sulla società.

A est, a Casetta Mistici, nell’odierno Municipio V di Roma, una necropoli dell’Eneolitico ha restituito corredi con armi di pietra e metallo, ornamenti e oggetti personali. Il confronto fra tombe e individui permette di studiare come status e circolazione dei beni diventassero visibili nel rito funerario (Anzidei et al., 2018).

Più a sud, a Lucrezia Romana, nell’odierno Municipio VII, sepolture e tracce di frequentazione inseriscono il quadrante sud-orientale della città in una rete di comunità che trattano i morti secondo scelte riconoscibili: posizione del corpo, oggetti deposti, spazio della tomba.

Poco più oltre, alla Romanina, ancora nell’odierno Municipio VII, altre testimonianze funerarie ampliano la stessa geografia. Un sito aggiunge un dettaglio, un altro ne modifica il peso; insieme mostrano una Campagna Romana popolata da comunità diverse ma in contatto.

I nomi Rinaldóne e Gaudo indicano tradizioni archeologiche riconosciute attraverso modi ricorrenti di seppellire i morti, forme degli oggetti e tecniche. Sono mappe utili per seguire somiglianze, differenze e contatti in un paesaggio culturale molto articolato (Carboni, 2019).

Le ricerche sugli abitati completano la scena. L’Eneolitico comprende necropoli, agricoltura, allevamento, lavorazione della pietra e del legno, metalli, scambi, case e percorsi quotidiani. I morti mostrano il momento in cui una comunità sceglie cosa conservare di una persona; gli abitati ricordano che quella stessa persona, prima, ha lavorato, mangiato, camminato e vissuto fra gli altri.

Davanti alla tomba il significato preciso dei gesti funerari si è perduto, ma il rito ha lasciato qualcosa di concreto: una cavità preparata, un corpo disposto con attenzione, oggetti scelti e sottratti al mondo dei vivi. Affetto, prestigio, paura, memoria e fede restano interpretazioni possibili; il dato certo è che la comunità ha dato alla morte un ordine (Fig. 4).

Un uomo è morto. Altri uomini lo hanno deposto nella terra. Accanto a lui hanno messo rame e selce proveniente da lontano. Tremila, quattromila anni di preistoria separavano già quelle persone dai primi agricoltori del Lazio; milioni di anni le dividevano dalle faune e dagli ominini più antichi della Valle Tiberina.

Adesso il tempo ha quasi raggiunto la storia.

Il Territorio Portuense possiede ormai comunità stabili, tecnologie diverse, scambi a lunga distanza, differenze sociali e luoghi destinati ai morti. Poco più avanti, nell’Età del bronzo, villaggi, acque, sale e nuove reti renderanno il paesaggio ancora più fitto.

Il lungo viaggio partito da una Roma che ancora non esisteva si chiude davanti a una tomba.

E per la prima volta, dentro quella terra, emerge un uomo.

Nella Campagna Romana, quattro membri della comunità sostano in silenzio intorno alla cavità preparata.
Fig. 4 – I VIVI SUL BORDO DELLA FOSSA. Dal fondo della cavità lo sguardo risale verso quattro persone ferme attorno alla deposizione, mentre corpo e corredo restano sfocati in primo piano. Il rito rende leggibili legami e differenze senza assegnare gerarchie o ruoli precisi (ricostruzione AI supervisionata).

In copertina:

QUATTRO FIGURE DAVANTI ALLA GROTTA. Presso Grotta del Cavallo, quattro persone attraversano il ripiano roccioso con involucri e aste. La scena restituisce mobilità e presenza senza fingere un episodio documentato: l’arrivo della nostra specie prende forma come processo lungo (ricostruzione AI supervisionata).


(articolo aggiornato il 7 Settembre 2026)