Intorno al 2200 a.C., con la fine dell’età del Rame, il paesaggio umano del Lazio entra in una fase di trasformazione più intensa. Agricoltura, allevamento e vita stanziale esistono già da millenni; crescono la scala degli abitati, le tecnologie e le reti di relazione. Lungo vie d’acqua e alture naturali si infittiscono i legami fra costa, basso Tevere ed Etruria meridionale.
Il percorso comincia presso la foce. Nel territorio di Fiumicino, Pizzo del Prete è un nodo di particolare fascino: la documentazione istituzionale attesta presenze preistoriche vicino al Tevere e alle risorse della costa. Gli indizi riconoscono una frequentazione legata alle vie d’acqua e restituiscono un paesaggio vissuto, pur senza fissare la forma precisa dell’abitato (Soprintendenza ABAP Viterbo-Etruria meridionale).
Pochi chilometri più a nord, nell’area di Maccarese, Le Marrucole offre un ancoraggio più netto, con un insediamento riferito al Bronzo medio.
Alle Pagliete, sul margine dell’antico bacino costiero, affiorano materiali dell’età del Bronzo (Sapienza Università di Roma, profilo scientifico C. Conati Barbaro; Alessandri e Attema 2021). È un’altra traccia di una fascia frequentata fra zone umide e vie naturali.
Seguendo ancora la costa verso nord, Sasso di Furbara documenta nel Bronzo finale un quadro protovillanoviàno, la fase che precede il pieno Villanoviano (Treccani, s.v. Sasso di Furbara).
Poi il movimento piega verso l’interno. Presso Isola Farnese, nel quadrante nord-occidentale di Roma, una testimonianza d’abitato del Bronzo finale databile fra il XII e il X sec. a.C. precede la concentrazione insediativa dalla quale emergerà Veio (Babbi, Olivieri e Palmieri 2003; Bartoloni 2012).
Sul pianoro di Veio, Piazza d’Armi chiude il percorso con un caso più sfuggente. Esistono attestazioni dell’età del Bronzo, anche finale; la crescita residenziale diventerà però leggibile soprattutto nella prima età del Ferro (Ward-Perkins 1961; Bartoloni et al. 2012). Il luogo sta fra due mondi: conserva tracce del Bronzo mentre prepara un paesaggio destinato a trasformarsi.
La costellazione è irregolare e istruttiva: siti diversi per distanza e grado di certezza. Tornando verso il basso Tevere, nel Territorio Portuense le canalette e i materiali del Bronzo medio rinvenuti alle Idrovore della Magliana trasformano la rassegna in una domanda concreta: dove si trovava l’abitato al quale potevano essere collegati?

Idrovore della Magliana: le canalette di un paesaggio abitato
La domanda conduce alla Magliana vecchia. Alla metà del II millennio a.C. la valle del Tevere è già trasformata dall’agricoltura, dall’allevamento e da reti di scambio fitte. Le comunità del Bronzo medio scelgono alture, terrazzi e margini della pianura, convivendo con un fiume che offre risorse e collegamenti, ma anche piene e ristagni.
Nell’estate del 2008, durante indagini archeologiche preventive in via Castelfranco di Sotto, a Magliana vecchia, una trincea raggiunge un contesto sigillato sotto consistenti depositi alluvionali. A circa 7 m dal piano moderno compaiono frammenti di ceramica d’impasto e due canalette artificiali. Sette metri: la distanza rende visibile quanto il Tevere abbia trasformato il proprio margine e quanto le deposizioni alluvionali possano seppellire superfici antiche sotto il suolo di oggi.
La canaletta maggiore viene seguita per circa 25 m verso il Tevere; una seconda, più piccola, la incrocia quasi ortogonalmente. Il SITAR collega canalizzazioni e materiali allo stesso orizzonte del Bronzo (OI 1514; PA 14757). Il drenaggio verso il fiume è l’interpretazione più solida; accanto ad essa si affaccia una possibilità più ardita: che almeno parte del sistema servisse anche a intercettare acqua utile. L’ipotesi lascia intravedere una comunità capace di leggere la piana e dare all’acqua un percorso. Anche la piccola canaletta che taglia la maggiore quasi ad angolo retto suggerisce un intervento pensato, costruito per organizzare il comportamento dell’acqua.
Qualunque fosse l’uso preciso di ciascun solco, il gesto tecnico è chiaro. Scavare, incrociare e orientare canalette significa trasformare il terreno secondo necessità concrete: allontanare acqua in eccesso, forse raccoglierne una parte, rendere praticabile una piana esposta a piene e ristagni.
A rendere più umano il ritrovamento sono le ceramiche. Lo scavo restituisce frammenti d’impasto, alcuni decorati a incisione. Forme e motivi rimandano a diverse fasi del Bronzo medio e trovano confronti nell’Italia centrale. Recipienti usati, rotti e dispersi avvicinano alle persone che vivono e lavorano nella zona.
Fra quei frammenti può comparire una figura: il Vasaio. Le ceramiche fanno immaginare mani che impastano, modellano e decorano. E se una parte dei vasi fosse stata deposta intenzionalmente sul fondo di una canaletta? Il pensiero corre a un nascondiglio improvvisato, discreto abbastanza da sottrarre le ceramiche alla vista di chi percorreva la riva, forse anche di predoni. L’immagine può accompagnare gli indizi senza trasformarsi in cronaca.
La distribuzione dei frammenti aggiunge un’altra indicazione. La concentrazione nella parte settentrionale dell’area, insieme alla tipologia di alcune anse attestate negli abitati, rende verosimile un insediamento vicino, probabilmente più a monte della piana. La stessa scheda archeologica lo colloca prudentemente nella zona più elevata.
Alle Idrovore il Bronzo medio del settore oggi portuense acquista profondità: sotto metri di sedimenti riemergono opere idrauliche, ceramiche e attività umane; sopra, da qualche parte, potrebbe trovarsi il luogo dove vivevano quelle persone. La traccia conduce verso Montecucco.

Montecucco: il villaggio del Vasaio sopra il Tevere?
La domanda sale di quota. Le canalette e la distribuzione delle ceramiche rendono plausibile un abitato più elevato rispetto alla piana. La geografia porta a Montecucco, il rilievo che domina questo tratto della valle. Qui può prendere forma, con la cautela necessaria, il villaggio del Vasaio.
Montecucco raggiunge circa 42 m sul livello del mare e si innalza sui terreni bassi circostanti (Roma Capitale 2024). Dopo la profondità delle Idrovore, il contrasto è netto: in basso la piana esposta alle variazioni del fiume; in alto un punto asciutto, vicino alle attività praticate presso l’acqua. Una posizione compatibile con un insediamento.
Per un momento l’altura si popola. Capanne sulla sommità, sentieri verso la piana, persone che scendono alle canalette e ai campi e poi risalgono; fra loro, forse, anche il Vasaio. È il villaggio del Vasaio: una possibilità coerente con la topografia e con gli indizi delle Idrovore. Montecucco può aver ospitato un abitato del Bronzo medio o recente; cronologia e forma attendono ancora una sequenza stratigrafica pubblicata.
Vicinanza, posizione rilevata e rapporto con la piana compongono un indizio territoriale forte. Se il villaggio era davvero lassù, la collina potrebbe conservare tracce capaci di riconoscerlo. La geografia offre un candidato; l’archeologia futura potrà confermarlo, ridimensionarlo o spostare altrove l’abitato.
Fra le canalette sepolte di Magliana vecchia e l’altura prende forma un paesaggio possibile: opere idrauliche nella piana, un abitato vicino, case forse raccolte più in alto per sottrarsi alle acque. Da Montecucco il percorso torna verso la costa, dove ambiente, tecnica e scambio si incontrano nel sale.

Il sale, oro bianco del Tirreno: Maccarese prima delle saline
Sulla costa il protagonista è il sale. Conserva gli alimenti, entra nelle attività produttive e diventa una risorsa preziosa negli scambi. Nell’Italia tirrenica sono documentate forme di produzione protostoriche, riconoscibili anche attraverso il briquetàge: recipienti e supporti ceramici impiegati nell’evaporazione (Alessandri e Attema 2021). L’acqua salmastra si riduce e il sale diventa trasportabile.
A nord della foce del Tevere, Maccarese apparteneva a un paesaggio di dune, acque interne e bacini costieri, ridisegnato da fiume, mare e sedimenti. L’equilibrio fra acqua dolce e marina muta nel tempo e in alcune fasi il bacino diventerà più salmastro. Il sale entra così fra le risorse possibili molto prima delle grandi saline organizzate, che arriveranno con impianti diversi.
Nel Bronzo sono plausibili gesti semplici: raccogliere acqua salmastra, lasciarla evaporare, recuperare il sale. Gli studi paleoambientali collocano una marcata crescita della salinità intorno alla fine del VII sec. a.C., molto dopo il Bronzo (University of Groningen, progetto Salt and Power). Quel dato descrive un bacino destinato a diventare più salato e lascia spazio a pratiche anteriori più leggere, senza retrodatare le grandi strutture successive. Il gesto può essere minimo e stagionale, legato alle condizioni del bacino, senza richiedere infrastrutture permanenti.
Altrove lungo il Tirreno, le comunità protostoriche conoscono tecniche per ottenere e lavorare il sale. Maccarese offre condizioni adatte a pratiche semplici. Il briquetàge fornisce il confronto più suggestivo: ceramica, fuoco, evaporazione, piccoli cicli di produzione. Qui la sua presenza deve ancora emergere direttamente, ma il paesaggio rende plausibile che il sale fosse già cercato e utilizzato.
Le saline vere e proprie arriveranno molto più tardi. A Maccarese le strutture idrauliche finora documentate per la produzione saliniera appartengono all’età romana, con attestazioni nella prima metà del I sec. d.C. (University of Groningen, progetto Salt and Power). Nel Bronzo la scala plausibile è più semplice: forse pratiche affini al briquetàge noto in altri siti tirrenici.
Da Maccarese il sale guarda al Tevere: risorsa, merce, motivo di viaggio. Costa e fiume riuniscono così insediamenti, acqua, tecniche e scambi, e conducono verso un protagonista destinato a pesare sempre di più sulla riva destra: Veio.

In copertina:
COSTA, FIUME, COLLINE. Viandanti attraversano un paesaggio umido del Lazio protostorico con ceste, ceramiche e un animale da soma. La copertina riassume il filo del capitolo: acqua, mobilità e risorse collegano la costa, le lagune, il basso Tevere e le alture dell’interno (ricostruzione AI supervisionata)
(articolo aggiornato il 7 Settembre 2026)



