Rientrato a Roma il 12 aprile 1850, Pio IX ricostruisce l’amministrazione pontificia ma riprende anche alcuni progetti sociali concepiti prima della rivoluzione. Uno dei più significativi è lo Stabilimento agrario di carità di Vigna Pia, lungo la via Portuense. La tenuta, costituita fra il 1850 e il 1851, misura circa ventidue ettari ed è sostenuta da donazioni di famiglie e istituzioni religiose. L’obiettivo è accogliere ragazzi poveri, orfani o abbandonati e sottrarli alla strada attraverso una disciplina che combina scuola, lavoro e vita comunitaria.

Il Convitto ospita giovani in età di formazione e lavoro. Alla prima alfabetizzazione – leggere, scrivere e far di conto – si affiancano nozioni di agronomia e agrimensura, cioè la conoscenza delle colture e la misurazione dei terreni. Vigna Pia non è quindi soltanto un ricovero: vuole essere una scuola professionale agricola. Nella Roma restaurata, dove il potere politico torna nelle mani del papa-re, l’istituto mostra l’altra faccia del paternalismo pontificio: controllo sociale, assistenza e addestramento a un mestiere vengono pensati come parti dello stesso progetto educativo.

Il progetto ha inoltre un valore territoriale. Collocare un istituto agricolo fuori Porta Portese significa portare funzioni educative permanenti in una campagna dove i servizi sono radi e le distanze dalla città pesano sulla vita quotidiana. La scelta della Portuense trasforma quindi una tenuta in un presidio sociale: ragazzi, educatori, amministratori e lavoratori stabiliscono una presenza stabile là dove fino a pochi anni prima dominavano grandi proprietà e popolazione sparsa.

La formazione teorica si completa nei campi. I ragazzi imparano l’orticultura su piccoli appezzamenti, lavorano collettivamente alle colture cerealicole e vengono avviati alle produzioni più specializzate: vite, canapa, tabacco e altre colture pregiate. Il lavoro non è concepito come semplice fatica disciplinare; deve produrre una competenza spendibile all’esterno. Terminato l’apprendistato, il giovane può essere collocato presso una famiglia rurale o un’impresa agricola, trasformando l’istituto in un ponte fra assistenza e mercato del lavoro.

La direzione viene affidata anche a religiosi stranieri specializzati nell’educazione dei minori: fonti sulla storia degli istituti romani ricordano i Fratelli di San Giuseppe del Mans, francesi, rimasti a Vigna Pia fino al 1868. La presenza di congregazioni educative inserisce l’esperimento portuense in una rete europea di colonie agricole e case di formazione. L’idea è semplice e ambiziosa: alla povertà urbana non si risponde soltanto con l’elemosina, ma con una comunità regolata nella quale istruzione elementare, mestiere e agricoltura dovrebbero produrre autonomia.

Dal 1853 i giovani di Vigna Pia vengono affidati ai Fratelli di San Giuseppe del Mans. La scelta dei religiosi francesi risponde a una tendenza diffusa negli istituti minorili dell’Europa ottocentesca: sostituire la sola custodia con un modello che pretende di correggere attraverso regole comunitarie, istruzione e lavoro. I Fratelli resteranno nello stabilimento agrario fino al 1868, accompagnando quasi per intero l’ultima fase dello Stato pontificio.

Colera e Restaurazione trasformano la vita quotidiana della Roma papale

Il grande edificio del Convitto riflette questa vita collettiva. La pianta quadrangolare racchiude un cortile interno sul quale si affacciano lunghi ballatoi, utilizzati per distribuire dormitori e ambienti comuni. Sul prospetto rivolto verso il Tevere compare lo stemma pontificio fra cornucopie colme di grano: un’immagine quasi programmatica, che unisce autorità papale e promessa di abbondanza agricola. Ma la campagna portuense resta fragile dal punto di vista sanitario, esposta alle acque stagnanti, alla malaria e alle epidemie che periodicamente raggiungono Roma.

Nel 1855 il colera colpisce nuovamente la città e la comunità della Magliana. Il piccolo cimitero di Santa Maria del Carmine, detto della Parrocchietta, esiste dal 1781 ma viene riedificato proprio in seguito all’epidemia. L’emergenza rende necessario ampliare gli spazi di sepoltura e segna in modo durevole il fondovalle. Negli anni successivi il camposanto continua ad accogliere soprattutto i morti più poveri della zona; una sua caratteristica saranno le lapidi con brevi note biografiche, memoria minuta di famiglie e lavoratori della campagna portuense.

La ricostruzione del cimitero dopo il colera mostra quanto l’emergenza sanitaria incida sull’organizzazione del territorio. Un luogo nato per una piccola comunità rurale deve adattarsi rapidamente a una mortalità eccezionale e poi conservarne la memoria. Il camposanto della Parrocchietta resterà infatti legato alle fasce più povere della popolazione locale: non un grande cimitero monumentale romano, ma un archivio all’aperto di vite contadine, malattie e famiglie del Portuense.

La Restaurazione di Pio IX ha quindi un volto contraddittorio. Sul piano politico vengono cancellate le istituzioni repubblicane e ricostruita l’autorità pontificia sotto la protezione militare francese; sul piano sociale, però, ripartono opere assistenziali, istituti educativi e interventi che cercano di governare la modernizzazione senza mettere in discussione il potere temporale. Vigna Pia appartiene a questo equilibrio: è una struttura caritativa, ma anche un luogo di addestramento professionale; disciplina i giovani e nello stesso tempo offre loro scuola e lavoro.

Nel 1854 Pio IX definisce il dogma dell’Immacolata Concezione, rafforzando il profilo religioso di un pontificato che vuole ricompattare la Chiesa dopo il trauma del 1848-1849. Intorno alla Portuense, intanto, parrocchie, confraternite e istituti continuano a organizzare la vita di una popolazione dispersa. Anche l’amministrazione della Parrocchietta passa, in una data non precisabile con sicurezza, ai monaci silvestrini. Roma papale rimane conservatrice nella forma politica, ma la campagna che la circonda non è immobile: assistenza, sanità, istruzione e nuove infrastrutture preparano trasformazioni che di lì a poco diventeranno ancora più visibili.

Questo equilibrio rimane però instabile. La presenza delle truppe francesi garantisce al pontefice il controllo di Roma, ma ricorda ogni giorno che l’ordine restaurato dipende anche da una protezione esterna. Il governo può promuovere istituti, assistenza e opere pubbliche senza riuscire a sciogliere il nodo politico aperto nel 1849. La modernizzazione pontificia procede quindi per settori: innova strumenti e servizi, mentre conserva intatta la struttura del potere che la Repubblica aveva tentato di rovesciare.

Osterie e Zuavi raccontano la vita popolare e militare fuori Porta Portese

Al pianterreno del Casale Jacobini, a metà Ottocento, si trova una posta per il cambio dei cavalli lungo la via Portuense, mentre al piano superiore si trova una celebre osteria: l’Osteria del Cardinale. Una ripida rampa a scalini, che esiste ancora oggi, mette a dura prova gli avventori che abbiano ecceduto nel bere.

L’osteria si rifornisce dalla Vigna del Ciacchero, un vigneto della tenuta Jacobini esposto a mezzogiorno, dove si coltiva ancora il superbo vino aleatico di Papa Leone, che fa da vino da taglio per insaporire le deboli uve locali.

L’intera produzione vinaria della tenuta è stivata in grandi barili sotto Casale Jacobini, in una fitta rete di cantine e gallerie scavate nel tufo. Viene avviata alla vendita nei mercati urbani su carri a vino condotti da muli; oppure viene consumato sul posto, all’Osteria del Cardinale, “a coppelle”, in un orario compreso tra i due rintocchi dell’orologio del Casale Jacobini. Si poteva accedere all’osteria dopo i Vespri (le funzioni religiose della sera) e c’è l’obbligo di rincasare dopo il rintocco della mezzanotte.

L’osteria del Cardinale, popolarissima, finisce così per intercettare la varia umanità in transito lungo la via Portuense, che andiamo a conoscere. Non è raro incontrarvi i “ciociari”, i pastori in transumanza provenienti dalla Ciociaria e molto più spesso dal più lontano Abruzzo. Riconoscibili per l’abito e per le calzature a ciocia, i pastori fanno un gran vociare nell’osteria e, dopo aver bevuto molte coppelle di vino, sono soliti “poetare a braccio” in accese gare di stornelli.

La poesia a braccio, a dispetto del nome, è un genere letterario niente affatto improvvisato, ma segue degli schemi codificati basati sulla forma poetica dello stornello romanesco. Nello stornello ci sono due cantori, che si alternano (si “stornano”) nella declamazione di una strofa composta di tre versi. Il primo cantore chiama il verso d’apertura, mentre il secondo cantore gli risponde con i due versi a storno, lasciati all’improvvisazione. Il verso d’apertura, molto breve (è un quinario, cioè un verso di sole cinque sillabe con l’accento tonico sulla quarta), termina con un’invocazione, con cui dovranno rimare i due versi endecasillabi a storno (uno in assonanza, uno in rima baciata). Un esempio celebre di stornello, tratto dalla Cavalleria rusticana, è il seguente: “Fior di giaggiolo / Gli angeli belli stanno a mille in cielo / ma bello come lui ce n’è uno solo”.

Terminata la terzina, i ruoli di primo e secondo cantore si invertono: uno lancia una nuova invocazione e l’altro gli risponde a storno. Il rimando può andare avanti per varie strofe, finché uno dei due si arrende all’altro, incapace di trovare la giusta rima.

Le invocazioni seguono precise tematiche (in genere fiori, ma anche la buona tavola, i nomi di paesi e tutto il resto), mentre i versi a storno ne seguono altre: in genere la poesia amorosa, ma anche la satira o gli “stornelli a dispetto”, in cui i due cantori animano una vera e propria competizione dialettica, cantandosi insulti di santa ragione.

Inoltre, la gara di stornelli è solita iniziare con una presentazione di ciascun contendente/cantore, con una poesia autobiografica con tanto di generalità, professione e carattere del cantore. Un esempio molto semplice è il seguente: “Io son [nome] e col bicchiere in mano / mando saluti a tutti i presenti / Pastori nati nell’alto Aquilano / tra luoghi ameni e limpide sorgenti / Che poi emigrati nell’Agro romano / sono in custodia dei lamenti armenti / Sperate come me giorni beati / di tornare presto dove siam nati”.

Oltre ai Ciociari, fino al 1866 è possibile incontrare all’Osteria del Cardinale anche un altro genere di avventori: gli Zouaves, Zuavi in italiano, soldati mercenari al servizio del Papa Re, accampati nella vicina Vigna Santucci, sulla destra della Portuense, proprio di fronte al Casale Jacobini.

In quell’anno 1866 anzi si verifica in fatto di donne e di coltelli, la cui cronaca ci è riferita da Stelvio Coggiatti nella Strenna dei Romanisti (1972). La vicenda innescherà una sanguinosa faida tra i popolani di Vigna Jacobini e gli Zuavi pontifici. Sullo sfondo lo scenario complesso degli scontri tra patrioti, favorevoli all’unità d’Italia, e i lealisti, i sostenitori di Pio IX, l’ultimo papa re.

Gli Zouaves sono arrivati al Portuense da molto lontano. Sono in origine un’unità di fanteria berbera, regolarizzata nell’esercito francese dal 1830 e distintasi eroicamente a Algeri, Sebastopoli, Balaclava, e Palestro, nella Seconda guerra d’Indipendenza italiana. Dal 1860 gli Zouaves sono sotto ingaggio a Roma, al comando di La Morcière e De Charette. Gli zuavi di stanza a Roma sono in prevalenza francesi, belgi, americani, canadesi e irlandesi.

Casali e strade minori accompagnano la vigilia dell’Unità

Sono conosciuti dal popolo per una certa grevità di costumi e guasconeria, ma animati da fede sincera e da una assoluta dedizione alla monarchia papalina. Senza conoscere fatica lavorano alla costruzione di trincee contro l’odiato Garibaldi e al tramonto è possibile vederli rincasare alla villa-caserma dei Santucci lungo via Portuense, cantando con enfasi i versi finali del Noi vogliam Dio, riferiti a Papa Pio IX: “La corona che cinge sua fronte / non si strappa la regge il Signor!”.

Il racconto popolare vuole però che questi giovani dai capelli e occhi chiari, dalle uniformi sgargianti con i calzoni a sbuffo, la cintura di tela, la giacca corta e il fez, abbiano subito infiammato i cuori delle ragazze portuensi. E pare anche che qualche zuavo, forse proprio dopo aver ecceduto nel vino all’Osteria del Cardinale, abbia anche ecceduto nelle galanterie. Pare insomma che alla fine sia arrivata qualche gravidanza inattesa, rifiutandosi poi di convolare a “nozze riparatrici”.

A quel punto i congiunti delle ragazze offese pensano di lavare l’affronto secondo la consuetudine cavalleresca, cioè sfidando l’interessato in un duello. Ma il “pubblico ristoro dell’affronto” viene precluso, perché con Garibaldi alle porte e la Sede pontificia traballante, gli Zuavi sono l’ultima milizia effettiva di Santa Romana Chiesa: eliminare anche uno solo tra gli zuavi avrebbe avuto un pericoloso risvolto antinazionale, e con ogni probabilità avrebbe esposto la tenuta Jacobini alle rappresaglie di un potere temporale in disfacimento ma non ancora sconfitto.

La contromossa degli uomini di Vigna Jacobini, comunque, non tarda ad arrivare.

Si decide di saldare i conti in un’altra maniera: con l’“accoppamento”, cioè la pugnalata volante alle spalle, che è la punizione che la consuetudine riserva agli “infami” che si sottraggono alle regole della cavalleria. Segue la sparizione del corpo, senza lasciare traccia.

Per nascondere i corpi i popolani ricorrono ad un singolare stratagemma, che lascia supporre l’implicita approvazione dei signori Jacobini. “Poiché le rappresaglie militari non sono un’invenzione recente – scrive Stelvio Coggiatti – i gelosi vendicatori escogitano un momentaneo ma sicuro nascondiglio per i resti mortali di quei soldati, vincitori di battaglie amatorie ma caduti in azioni di rappresaglia”. Il nascondiglio sono le botti vuote: le salme vengono deposte sul fondo, e le botti sono ben allineate con le altre piene di buon vino, nelle cantine di Vigna Jacobini.

Casale Sodini è un casale rurale ottocentesco, facente parte del nucleo della Borgata Magliana alla Magliana Vecchia. L’odierno accesso carrabile è da una traversa di piazza Madonna di Pompei, anche se la presenza di un balcone padronale sul lato opposto lascia supporre che l’accesso storico deve probabilmente trovarsi in direzione della strada che costeggia la stazione ferroviaria (oggi via del Tempio degli Arvali), parallela a via della Magliana.

La tipologia edilizia è quella rurale della campagna romana, ampiamente presente nella zona. Il casale si sviluppa su una pianta quadrangolare, a due piani, con esterni intonacati e coperture a falde e alcuni corpi di fabbrica minori addossati. L’edificio è in buono stato di conservazione ed è adibito a privata abitazione. Il nome popolare deriva da quello di una famiglia che ne è stata proprietaria. Non è purtroppo visitabile ma è agevolmente visibile da strada, dal civico 7 di via dei Martiri Portuensi, 7. Il casale è stato catalogato dalla Soprintendenza.

(articolo aggiornato il 6 Settembre 2026)