L’idea di un grande ospedale polivalente sulla collina di Monteverde precede la guerra. Già nel 1903 Ernesto Nathan aveva sostenuto un primo progetto, rimasto senza seguito. Nel 1917 il Pio Istituto di Santo Spirito riprende il tema e individua nella Vigna di San Carlo un’area elevata, aperta verso il litorale e abbastanza ampia per un complesso moderno.
Il progetto viene affidato all’ingegnere Domenico Caterina con la consulenza del clinico Ettore Marchiafava. Nel novembre 1918, quando il conflitto è appena terminato, l’ospedale riceve un nome programmatico: “della Vittoria”. La scelta trasforma un’opera sanitaria in uno dei simboli civili con cui Roma vuole segnare l’uscita dalla guerra.
Il 28 aprile 1919 Vittorio Emanuele III, la regina Elena e il sindaco Prospero Colonna partecipano alla posa della prima pietra. L’immagine ufficiale è quella di una capitale che converte il sacrificio bellico in assistenza e modernizzazione.
Il complesso è concepito secondo un modello a padiglioni immersi nel verde. Aria, luce, distanza fra i corpi e collegamento con la città devono produrre un ambiente sanitario diverso dagli ospedali più antichi e compressi nel tessuto urbano. La collina diventa parte del progetto terapeutico.
Il grande progetto sanitario incontra subito il limite delle risorse
La cerimonia del 1919 non coincide con una costruzione rapida. Il terreno della Vigna di San Carlo richiede spianamenti, sbancamenti e sistemazioni preliminari costose. Prima ancora di elevare i padiglioni, il cantiere deve trasformare una collina in un’area adatta a un complesso ospedaliero di grandi dimensioni.
Il dopoguerra rende inoltre difficile sostenere finanziariamente un’opera tanto ambiziosa. Inflazione, aumento dei costi e scarsità di risorse pubbliche pesano su un progetto nato nell’euforia della vittoria ma destinato a misurarsi con una situazione economica molto più fragile.
Nel 1919–1920 i lavori procedono quindi soprattutto attraverso sistemazioni del terreno, fondazioni e opere preparatorie. La distanza fra il programma iniziale e ciò che il cantiere riesce effettivamente a realizzare diventa già visibile.
L’importanza storica della prima fase resta però intatta. Il sito viene scelto, il progetto definito e le prime opere avviate: il quadrante portuense entra stabilmente nella geografia sanitaria della capitale. Gli sviluppi successivi appartengono a una stagione diversa.
Nel 1920 Forte Portuense è ancora armato e sede di comando
Mentre nuovi ospedali vengono progettati, le infrastrutture militari dell’Ottocento non hanno ancora perso la loro funzione. Un carteggio del 1920 mostra Forte Portuense ancora armato di artiglierie e sede di comando militare. La guerra è finita, ma l’apparato difensivo non è stato immediatamente smobilitato.
Il documento conservato dal Genio riguarda un tema molto meno solenne: l’affitto dell’erba dei terreni annessi al forte. Un pecoraio locale contesta il canone richiesto e costringe gli uffici a una lunga trattativa. Il contrasto mette in contatto due usi dello stesso spazio: presidio militare e pascolo.
Il 25 novembre 1920 l’Ufficio tecnico di Finanza stabilisce un canone di 290 lire per l’erba invernale e maggenga su circa un ettaro. La precisione amministrativa della cifra rivela quanto il forte, pur nato come grande macchina strategica, continui a essere immerso nella quotidianità rurale della Via Portuense.
Il caso è significativo proprio per la sua normalità. Nel primo dopoguerra Roma conserva strutture militari ancora operative, ma intorno ad esse crescono fabbriche, servizi sanitari e nuovi insediamenti. Il territorio sta cambiando funzione senza cancellare immediatamente ciò che appartiene alla fase precedente.
Villa Santucci entra nella nuova rete assistenziale
Nel 1920 anche Villa Santucci cambia funzione. L’immobile viene acquistato dal Comitato per gli invalidi della Guerra d’Indipendenza e poi donato alla Croce Rossa, che lo destina a centro antitubercolare. Una residenza legata alla campagna ottocentesca entra così nel sistema assistenziale del dopoguerra.
La trasformazione richiede interventi importanti sull’edificio. La rampa d’accesso viene eliminata e viene aggiunto un piano, sacrificando parte della configurazione originaria alle esigenze sanitarie. Come accade per l’Ospedale della Vittoria, la funzione assistenziale ridisegna direttamente l’architettura.
La tubercolosi è uno dei problemi sanitari più gravi dell’epoca e la disponibilità di spazi aperti, aria e verde rende le zone periferiche adatte a centri specializzati. Il Portuense e Monteverde cominciano così a ospitare strutture che richiedono superfici impossibili da ottenere facilmente nella città compatta.
Fra Ospedale della Vittoria, Villa Santucci e le strutture militari ancora attive emerge una nuova geografia del servizio pubblico. Nel 1920 il quadrante non è ancora una cittadella sanitaria, ma le sue funzioni stanno già spostandosi dalla difesa e dalla campagna verso cura, assistenza e città moderna.
(articolo aggiornato il 16 Settembre 2026)



