Nel 1919 la Magliana esce dalla guerra con un paesaggio molto diverso da quello del 1914. La mobilitazione ha portato uomini al fronte, accelerato l’industrializzazione e trasformato officine e raccordi ferroviari in parti della macchina bellica. Con l’armistizio quelle strutture restano, ma devono trovare una funzione civile, mentre i reduci tornano in famiglie che per quattro anni hanno imparato a vivere senza di loro.

La riconversione industriale è il problema immediato. La Maccaferri, cresciuta grazie alle commesse militari, non può continuare a dipendere dal filo spinato per le trincee. Riutilizza quindi macchinari, competenze e rete commerciale per palificate, reti metalliche e recinzioni civili. Il lavoro industriale sopravvive alla guerra cambiando prodotto.

Il catalogo dei nuovi cancelli componibili “Magliana” mostra bene il passaggio. Recinti, paletti e cancelli vengono prodotti in elementi standardizzati, ordinati per corrispondenza e spediti smontati. Una tecnica affinata durante la produzione di massa bellica viene adattata a giardini, aziende agricole e proprietà private.

La fabbrica non torna indietro: cambia mercato. Anche il territorio non ritorna alla situazione precedente. La guerra ha lasciato operai, binari, capannoni e famiglie che dipendono ormai da salari industriali. Il dopoguerra comincia quindi come tentativo di trasformare un’economia d’emergenza in una normalità durevole.

I reduci ritrovano una Magliana segnata da casali e lavoro industriale

Il ritorno dal fronte avviene in una campagna che ha continuato a cambiare. I casali costruiti durante il primo esperimento di colonizzazione Pino-Lecce sono ormai parte stabile del versante del Monte delle Piche, mentre nel fondovalle la fabbrica Maccaferri ha modificato ritmi, percorsi e possibilità di lavoro.

Molti abitanti della zona provengono dalla Marsica e hanno attraversato in pochi anni terremoto, piena, guerra e mobilitazione. Per queste famiglie il ritorno dei soldati non coincide con il ritorno alla vecchia vita pastorale. Alcuni continuano a lavorare con gli animali o nei campi; altri trovano nella fabbrica un reddito più regolare e cominciano a stabilizzarsi definitivamente alla Magliana.

Le case rimangono modeste, ma la loro distribuzione racconta un insediamento ormai riconoscibile. I casali sul plateau, quelli lungo via di Generosa e quelli sulla panoramica di via Fulda formano una costellazione di abitazioni legate all’agricoltura, all’acquedotto e alla vicina industria.

Il dopoguerra rende evidente una trasformazione sociale iniziata durante il conflitto: la Magliana non è più soltanto luogo di passaggio o di colonizzazione rurale. È diventata il punto in cui lavoro agricolo, industria e residenza operaia cominciano a sovrapporsi.

Casali e acquedotto sostengono una comunità ormai stabile

I Casali Maccaferri riprendono lo schema semplice del casaletto dell’Agro romano: edifici longitudinali a due piani, vano scale esterno, tetti a doppia falda e piccoli magazzini. La ripetizione del modello crea un paesaggio ordinato, pur senza produrre ancora una vera trama urbana continua.

L’acqua è una condizione decisiva. La sorgente captata sulla collina alimenta un breve acquedotto con terminali verso il plateau e verso vicolo dell’Imbarco; a valle il fontanile noto come Acqua Pino-Lecce offre un punto di servizio alla comunità. In un territorio dove la scarsità idrica aveva limitato il primo esperimento agricolo, l’infrastruttura assume un valore quotidiano.

La vicinanza dei casali alla fabbrica crea inoltre un rapporto diretto fra abitazione e lavoro. Le famiglie possono vivere sulla collina e raggiungere il fondovalle industriale senza lunghi spostamenti. L’insediamento non nasce da un piano unitario del dopoguerra, ma dalla sovrapposizione di iniziative successive che ora cominciano a funzionare come sistema.

Nel 1920 la rete di case, fontanili, percorsi e stabilimenti è ancora fragile. Ma possiede ormai una continuità che il territorio non aveva all’inizio del secolo: la comunità rurale e quella operaia stanno diventando la stessa comunità.

Il dopoguerra apre nuovi cantieri e nuove domande di città

La fine del conflitto libera energie ma produce anche bisogni. I reduci cercano lavoro, le famiglie chiedono abitazioni più stabili, la crescita industriale richiede servizi e la capitale deve affrontare problemi sanitari che la guerra ha aggravato. Il Portuense entra nel 1919 come uno dei margini nei quali queste esigenze possono tradursi in nuovi cantieri.

L’esperienza della guerra ha mostrato quanto contino trasporti, assistenza e infrastrutture. Le ferrovie restano l’ossatura principale del quadrante, mentre la rete su gomma è ancora lontana dal raggiungere direttamente la Magliana. La distanza dal centro continua quindi a essere un problema concreto per chi lavora e abita fuori dalle mura.

Nello stesso tempo il grande numero di aree libere rende il settore adatto a opere che nel centro non troverebbero spazio. Ospedali, insediamenti popolari, fabbriche e servizi possono essere progettati su una scala nuova. Il dopoguerra non porta ancora una città compatta, ma moltiplica i progetti che la renderanno possibile.

Fra 1919 e 1920 questa tensione prende due forme particolarmente visibili: il grande Ospedale della Vittoria sulla collina di Monteverde e la città-giardino della Garbatella oltre Porta San Paolo. Sanità e abitazione diventano i due cantieri simbolici di una Roma che prova a trasformare la vittoria militare in modernizzazione civile.

(articolo aggiornato il 16 Settembre 2026)