— 1822: il nuovo cantiere ridisegna tracciato e volto della Via Portuense

Il rifacimento moderno della Via Portuense avviene nell’anno 1822. Roma, allora, vive “sotto un cielo basso”: lo Stato pontificio teme le rivoluzioni di Napoli e del Piemonte, la Curia si irrigidisce e ogni “novità” fa paura. Proprio in questo clima, lungo il Tevere, Pio VII decide di mettere mano all’arteria che collega l’Urbe al porto fluviale e all’Agro romano: una strada consunta, ma vitale per i traffici che alimentano la città.

Il cantiere interviene sul terreno e sui nervi dell’amministrazione: apre tratti di campagna, consolida ponti, migliora gli accessi alla Ripa Grande. I solchi dei carri diventano tracciati più regolari, le curve si raddrizzano, i dislivelli si domano. È un’opera tecnica, certo, ma anche politica: controllare le vie d’accesso significa controllare merci, uomini, idee.

Nel frattempo la scena istituzionale cambia. Pio VII muore il 20 agosto 1823 al Quirinale; il conclave elegge Annibale della Genga (nato il 2 agosto 1760), che prende il nome di Leone XII e nel 1824 trasferisce la residenza dal Quirinale al Vaticano. Con la costituzione Super universam riforma le parrocchie dei palazzi apostolici e imprime a Roma una restaurazione religiosa severa, centrata sul culto e sul controllo dei costumi. Nel 1825 apre il Giubileo: si regolano feste popolari, si sorvegliano spettacoli e osterie con “cancelletti”, si irrigidisce la politica verso il ghetto ebraico. E, per finanziare lo Stato e controllare i movimenti delle merci, Leone XII riorganizza dogane e dazi.

Sono gli stessi anni in cui la “nuova” Via Portuense prende forma definitiva: tra il 1822 e il 1827 gli operai spianano dossi, rettificano curve, riallacciano la strada ai ponti sul Tevere. Mentre lo Stato cerca di tenere ferme coscienze e idee, continua a modellare lo spazio con strade, ponti e curve raddrizzate: la geografia si modernizza, la politica resta ancorata all’Antico Regime. E nel 1827 un osservatore registra quella trasformazione con occhi diversi: l’archeologo Antonio Nibby, che decide di raccontare la Via Portuense non solo come infrastruttura, ma come filo che cuce insieme la storia di Roma con quella del suo entroterra.

— Nibby porta sul terreno la nuova topografia monumentale della Via Portuense

Antonio Nibby (1792-1839), professore di archeologia dell’Università di Roma, non è uno studioso da scrivania. A lui si attribuisce l’impostazione di una “topografia monumentale studiata sul terreno”: non più “ciò che è e non è più” ma “ciò che è e oggi rimane”. La sua archeologia nasce dal passo e dal metro in mano: misurazioni, giri in lungo e in largo, disegni, studio dei dettagli.

In queste scorribande laziali Nibby può contare su una piccola squadra: Carlo Fea (1753-1836), avvocato e commissario delle Antichità di Roma; l’architetto Luigi Canina (1795-1856), restauratore di monumenti antichi; l’ingegner Giacomo Palazzi, sovrintendente agli Acquedotti della Santa Sede; e infine il piemontese Giovanni Battista Rasi, console del Regno di Sardegna presso la Santa Sede, appassionato di antichità e dotato di quella “discreta fortuna economica” che consente alla comitiva, dopo la polvere dei ruderi, di chiudere le giornate negli “ospizi”, i ristoranti di allora.

Nel maggio 1827 i cinque compiono una celebre scampagnata sul litorale romano, visitando le rovine di Porto, l’antico emporio di Roma. Non è la prima volta che arrivano fin lì, ma lo sguardo cambia: le rovine li impressionano al punto da pubblicare poco dopo un resoconto, il saggio “Della Via Portuense e dell’antica città di Porto” (Roma, 1827). Nibby apre quello scritto con un incipit che è insieme cronaca, entusiasmo e metodo:

Nello scorso mese di maggio il sig. Rasi, console generale di S. M. il Re di Sardegna presso la S. Sede, gentilmente invitòmmi ad una gita erudita a Porto. sono della comitiva il sig. avv. Fea, commissario delle Antichità, il sig. Canina, architetto, ed il sig. Palazzi, ingegnere della Presidenza delle acque. Aggirandoci intorno alle vaste rovine di quell’antico emporio di Roma, che ciascuno di noi rivedeva con piacere, ed esaminandole come suol dirsi a palmo a palmo, ne concepimmo idee più grandi ancora di quelle che per l’innanzi ci si sono offerte, e, da una questione passando all’altra, per mera curiosità ci portammo a misurarne qualche parte. Intanto prendendo vieppiù interesse in queste ricerche, il sole inclinava, e, dovendo tornare in Roma quella stessa sera, ce ne andavamo dispiacenti e perplessi all’ospizio per ristorarci.

Il sig. Rasi, che a maniere gentili riunisce amor sommo pel Paese che lo vede nascere, nel vederci abbandonar le ricerche con tanto rammarico, ci offrì di tornare quante volte sia stato necessario, ed insinua egli stesso di fare una pianta de’ porti e delle rovine, e di accompagnarla di una descrizione accurata. è ricevuta tal proposta da noi con applausi: il sig. Canina assunse a sé la parte architettonica, io l’archeologica, e gli altri due nostri compagni il sig. avv. Fea ed il sig. Palazzi offrirono i loro aiuti per le perlustrazioni susseguenti. Così ritornammo più volte a Porto, e malgrado la sferza cocente del sole, le paludi e le boscaglie, che ad ogni passo ci si frapponevano, raccogliemmo tutti i materiali che sono necessarî pel lavoro indicato. ll sig. Canina, sempre indefesso, misura egli stesso il perimetro de’ porti e delle mura, e delle fabbriche della città, prende gli angoli necessarî onde fissare i punti principali, e così pervenne alla importantissima scoperta della vera direzione del porto primitivo, o di Claudio. Intanto io me n’andava ragionando col Fea e col Rasi, e raccoglieva note locali sopra gli oggetti che meritano maggiore attenzione, e nel tempo stesso il Palazzi assisteva il Canina a prendere le misure. Raccolti i materiali, ci ponemmo al lavoro che ora diamo alla luce…

— Nibby percorre l’antica Via Portuense insieme alla sua compagnia

Quella “comitiva” è anche un modo di attraversare la strada appena modernizzata: una piccola carovana di studiosi avanza tra la Magliana semideserta e le paludi verso Fiumicino, trasformando casali, ponti e anse del fiume in un testo da leggere. Nibby, infatti, non descrive solo rovine e misure: restituisce il senso complessivo della viabilità portuense del suo tempo, quando Via Portuense e Via Campana (ormai detta strada della Manliana, “notare la grafia!”) sono considerate un’unica via che a Pozzo Pantaleo si biforca e poi si ricongiunge a Ponte Galeria. Scrive:

L’antica Via Portuense distaccasi a sinistra per evitar le colline; la moderna si dirige a destra per varcarle nella pienezza del dorso […]. A Santa Passera riunivasi colla moderna Strada della Manliana, e di là proseguiva nell’andamento della strada attuale fino al Casale della Manliana [Castello della Magliana, ndr].

La vecchia Portuense aggira, prudente; la nuova affronta “di petto”, sale “nella pienezza del dorso” e ricuce i percorsi a Santa Passera: è il Territorio Portuense colto mentre cambia pelle, tra cantieri pontifici e scampagnate erudite che diventano scienza.

Nel XIX secolo Canina misura la Silva Mœsia: cinque miglia lungo il Tevere, tra Magliana e Fiumicino. Nibby ne riconosce un frammento nella Selva de’ Mattei, oggi Riserva dei Massimi, lungo la Portuense. Tra le querce vivono ancora volpi e istrici: la memoria della selva sacra non svanisce.

— Righetti costruisce a Montecucco il suo tempietto neoclassico

Lungo quel tratto di Agro romano – tra la riva del Tevere, la Magliana e la collina di Montecucco – il viaggio del 1827 incrocia un’altra storia, più mondana e insieme emblematica: quella di Luigi Righetti (1780-1852). Righetti nasce a Roma nel 1780, figlio del bronzista Francesco, ed è incisore della Zecca Vaticana specializzato nel conio di monete d’oro. Attorno alla sua fortuna, i racconti divergono ma convivono: da un lato l’ascesa favorita dall’officina di famiglia, “specializzata in bronzi d’arte”, capace di assicurargli ricchezza e relazioni; dall’altro una svolta improvvisa “intorno al 1825”, quando un po’ di quell’oro, “non si sa bene come”, gli rimane incastrato nella giacca e lui si ritrova ricchissimo. Improvvisamente.

È nel 1825 che a Montecucco fa costruire un casino di caccia a forma di tempietto circolare: la Torre Righetti, “secondo la moda neoclassica portata a Roma dal Valadier”. In origine è un tamburo in laterizio coronato da una cupola e circondato da un colonnato; quattro finestroni allineati con i punti cardinali danno luce agli ambienti sotterranei, destinati alla convivialità dopo le battute venatorie e alla cottura della selvaggina “in un ampio camino”. La porta ovest ha una doppia rampa; quella est un timpano. Il basamento circolare è “probabilmente una preesistenza” e la presenza di ambienti ipogei lascia supporre una frequentazione in epoca più antica.

Del complesso oggi resta un malinconico rudere: “le ingiurie del tempo hanno menomato” la torre fino a renderla “irriconoscibile nelle forme originarie”. La cupola e il giro di colonne non ci sono più; rimangono invece le epigrafi, come se la pietra volesse continuare a raccontare la metamorfosi del luogo. Una lastra in marmo, oggi scomparsa, recitava:

“Ogni molesta cura, ogni timor qui tace.

Qui fero arte e natura, tranquillo asil di pace”.

Un’altra iscrizione, “ancora in loco”, rivendica con orgoglio l’opera di trasformazione:

“Fui luogo ignoto e inospito. E s’or rallegro e incanto ha di Righetti il vanto, l’arte, l’ingegno e l’or”.

E la stessa epigrafe viene anche spiegata così, quasi tradotta per il visitatore: “ero un luogo solitario e persino pericoloso. Se tu, visitatore, trovi qui il ristoro, sappi che l’idea, la costanza e i denari pe farlo provengono da Righetti”.

Attorno alla torre si riconosce un piccolo sistema rurale. Sul versante sud della collina sta Casale Zuccari, “casale rurale del Primo Ottocento”, raggiungibile da via del Trullo attraverso vicolo del fosso di Papa Leone, “posto al civico 8”: un casaletto a doppia elevazione con copertura lignea a doppia falda, da cui si stacca “in forma di avancorpo” una torre semaforica a pianta rettangolare, forse precedente e in coppia con un’altra torre “a presidio del versante est della collina”. Insieme con le Grotte delle Fate, Villa Koch, Casalone e le più recenti Torre Righetti, Villa Usai e Villa Baccelli, forma l’insediamento rurale di Montecucco.

Ma a pochissima distanza, lo stesso paesaggio ospita il suo negativo. Al Castello della Magliana, “frattanto”, la tenuta – tra i commendatari del Primo Ottocento ricorre il nome dei Doria-Pamphilj, con Giorgio Doria Pamphilj Landi dal 1816 fino al 1837 – è gestita da un fattore rozzo e arrogante, Giuseppe Vitelli. Nibby, che ha modo di visitare il complesso nel 1827, stende un racconto desolante: le stanze papali ridotte a dormitorio di bifolchi; Vitelli che, per assistere alle funzioni separato dai campagnoli, fa costruire “una tribuna sopraelevata davanti alla cappellina del Battista” e pratica “un foro in una parete della cappellina” per affacciarsi, incurante del fatto che dall’altro lato “c’è l’affresco raffaellesco di Santa Cecilia”, danneggiato irrimediabilmente.

(articolo aggiornato il 6 Settembre 2026)