Leone XII inaugura il Giubileo del 1825 dentro una Roma che vuole presentarsi come capitale ordinata della cristianità. Si sorvegliano spettacoli e osterie, si regolano feste popolari, si stringe il controllo sul ghetto e si riorganizzano dogane e dazi. La città sembra guardare indietro, ma fuori dalle mura la Via Portuense continua a essere raddrizzata e resa più praticabile. Tra il 1822 e il 1827 i lavori modificano il rapporto fra crinali, ponti e rive del Tevere: l’antico percorso non scompare, ma viene affiancato, tagliato o abbandonato dove il nuovo tracciato può imporre una linea più diretta.
Il Giubileo rende evidente la stessa cultura amministrativa. La basilica di San Paolo fuori le mura, devastata dall’incendio del 1823, non può accogliere i pellegrini e Leone XII sostituisce per le visite giubilari Santa Maria in Trastevere. Processioni, itinerari, ospitalità e controllo dei movimenti trasformano Roma in una città percorsa senza tregua. Il programma restauratore vuole disciplinare la mobilità, non eliminarla: rendere leggibili i flussi dentro le mura e, fuori dalle mura, rendere più leggibile e praticabile la strada verso la Magliana e Porto.
Nello stesso 1825 Luigi Righetti costruisce sulla collina di Montecucco un casino di caccia a forma di tempietto circolare, la Torre Righetti: tamburo in laterizio, cupola, colonnato e ambienti sotterranei per la convivialità dopo le battute. L’epigrafe che celebra arte, ingegno e denaro condensa un’altra idea di trasformazione: la campagna non viene soltanto coltivata, censita o attraversata, ma reinterpretata secondo il gusto neoclassico. È una modernizzazione privata e scenografica, diversa dal cantiere pontificio ma altrettanto capace di lasciare un segno nel paesaggio.
Tomassetti conserva anche una memoria più minuta di questa proprietà. Scrivendo nel 1899, ricorda la vigna Koch e la moderna torretta o belvedere sulla quale il cav. Luigi Righetti, già proprietario del fondo, era ricordato da due quartine:
«Fui luogo ignoto inospite
e s’or allegro e incanto
ha di Righetti il vanto
l’arte, l’ingegno, il cor
Ogni molesta cura
ogni timor qui tace,
qui fero arte e natura
tranquillo asil di pace.»
Quasi a scusarsi per averle trascritte, Tomassetti osserva che, come «memorie campestri», possono comunque passare alla posterità, «cui ne vanno anche di peggiori» (TG, 1899, pp. 471-472, nota 1). La notazione conserva la memoria letteraria e privata con cui Montecucco continuava a essere ricordato alla fine dell’Ottocento.
Montecucco prepara lo sguardo di Nibby. Torre Righetti, casali, grotte, Castello della Magliana, nuova strada e rovine antiche non formano episodi separati: appartengono a un territorio stratificato nel quale ogni generazione costruisce, riusa, degrada o registra ciò che trova. La modernità del topografo consisterà proprio nel non scegliere un solo tempo. La stessa collina può essere supporto di una villa, punto di controllo sulla valle, deposito di preesistenze e tappa di un itinerario. Il paesaggio diventa un sistema di relazioni prima ancora che Nibby inizi materialmente a percorrerlo.
Maggio 1827: Nibby dalla città alla Magliana e Ponte Galeria
Antonio Nibby, nato nel 1792 e professore di archeologia all’Università di Roma, appartiene a una generazione che porta la topografia fuori dallo studio. Il principio è verificare sul terreno ciò che le fonti raccontano: misure, distanze, materiali, orientamenti e confronti documentari entrano nella stessa pratica. Con lui si muovono Carlo Fea, commissario delle Antichità, l’architetto Luigi Canina, l’ingegner Giacomo Palazzi e Giovanni Battista Rasi, console del Regno di Sardegna e appassionato di antichità.
Nel maggio 1827 Rasi invita la comitiva a una “gita erudita” a Porto. Davanti alle rovine dell’antico emporio la curiosità si trasforma rapidamente in programma di ricerca: si misura, si prendono note, si decide di tornare. Canina assume la parte architettonica, Nibby quella archeologica, Fea e Palazzi collaborano alle perlustrazioni. Nibby ricorderà le visite compiute malgrado il sole, le paludi e le boscaglie. La forza dell’impresa è nell’incrocio fra osservazione diretta, misura, conversazione e documenti: il territorio portuense viene trattato come un problema verificabile.
Il saggio Della Via Portuense e dell’antica città di Porto nasce da questo metodo. Nibby non separa l’antica via dalla strada moderna appena sistemata. Ne ricostruisce il tratto iniziale, segue la direttrice dalla vecchia Porta Portuense, riconosce convergenze e biforcazioni verso Pozzo Pantaleo e Santa Passera e osserva dove la strada ottocentesca si discosta dall’antica. La nuova Portuense può affrontare i rilievi “nella pienezza del dorso”, mentre la via romana aveva cercato pendenze più favorevoli: in una divergenza di tracciato si legge già un diverso rapporto fra tecnica e territorio.
Verso la Magliana il paesaggio presente diventa parte della prova. Nibby riconosce nella Selva de’ Mattei un frammento della Silva Moesia; querce, paludi e tenute non fanno da sfondo, ma aiutano a interrogare le fonti. Al Castello della Magliana lo sguardo scientifico incontra invece il degrado: il fattore Giuseppe Vitelli usa le stanze papali come dormitorio e un varco aperto per una tribuna nella cappella danneggia l’affresco del Martirio di Santa Cecilia. A poca distanza dalla Torre Righetti, un paesaggio che viene progettato convive dunque con un patrimonio che viene consumato.
Proseguendo verso Ponte Galeria la densità degli insediamenti diminuisce. La strada corre fra le falde dei monti e il Tevere, attraversando Tor Carbone, Campo di Merlo e Pisciarello. Nibby registra anche questa rarefazione: rovine, cantieri, edifici moderni e spazi quasi deserti concorrono tutti alla lettura topografica. Ponte Galeria non interrompe il percorso, ma ne segna una tappa naturale prima della discesa verso Porto e la foce.
Da Ponte Galeria a Porto: tenute, rovine e sistema portuale
Superato Ponte Galeria, il viaggio continua verso Porto. La meta finale spiega retrospettivamente l’intera perlustrazione: la Via Portuense non è soltanto una strada suburbana, ma la connessione storica fra Roma, il Tevere e il grande sistema portuale. Il percorso attraversa tenute, torri, paludi e aree scarsamente abitate, ma la marginalità conserva tracce decisive. Lungo il tragitto casali e borghetti interrompono la rarefazione: Borghetto Portuense, Fanella, Vigna Girelli e altri nuclei già leggibili nel catasto compongono una trama rurale continua fra i grandi punti monumentali.
Per Nibby una via antica non sopravvive soltanto nei basolati o nelle iscrizioni. Continua a organizzare poderi, accessi, fossi, quote e attraversamenti. Le proprietà ottocentesche possono quindi contribuire alla dimostrazione topografica là dove le rovine sono scarse. Un ingresso ad arco, una corte, una sequenza di case rurali o una torre non valgono come curiosità isolate: sono indizi della continuità del corridoio territoriale. La rarefazione dell’abitato non equivale a un deserto, ma a una densità diversa, leggibile con strumenti diversi.
A Porto la ricerca produce misure dei porti e delle mura, ipotesi sulla direzione del bacino di Claudio, rilievi degli edifici e una nuova descrizione complessiva del sito. Canina misura e formula proposte sulla configurazione del porto primitivo; Nibby raccoglie note, confronta le fonti e ricostruisce le relazioni fra strade, canali, argini e fabbriche. Archeologo, architetto e ingegnere lavorano sullo stesso oggetto con competenze complementari. La topografia moderna si mostra così come disciplina di squadra e il paesaggio come sistema, non come collezione di monumenti.
Il risultato cambia anche il modo di percepire il Portuense contemporaneo. Se la strada conduce alle strutture di un emporio capace di servire la capitale imperiale, ogni ponte e ogni casale ottocentesco entrano in una storia lunga di collegamenti fra Roma e il mare. Il catasto aveva detto dove si trovavano le particelle; Nibby prova a spiegare perché una strada, una torre o un porto si trovino proprio lì. La leggibilità amministrativa conquistata nei primi anni della Restaurazione diventa leggibilità storica.
Fiumicino e Valadier: dalla misura al progetto
Alla foce lo sguardo di Nibby incontra idealmente quello di Giuseppe Valadier. L’area è rimasta a lungo spopolata per l’impaludamento: torri costiere, canneti, acque stagnanti e capanne di pescatori definiscono un margine fragile. Nel terzo decennio dell’Ottocento Valadier, Architetto delle Fabbriche Camerali e protagonista del neoclassicismo romano, progetta presso Torre Clementina un vero borgo. Case, passaggi, edifici camerali, chiesa e viale devono trasformare uno spazio irregolare in un organismo riconoscibile.
Il Borgo Valadier nasce fra il canale di Traiano e le torri Alessandrina e Clementina. Il disegno viene semplificato durante l’esecuzione, ma conserva una maglia regolare raccolta intorno al fronte d’acqua. La foce, percepita fino ad allora soprattutto come luogo malsano e difensivo, diventa spazio urbano progettato. Nibby e Valadier lavorano in campi diversi, ma appartengono alla stessa stagione: il primo misura e compara per ricostruire un sistema antico, il secondo usa misura e proporzione per costruirne uno moderno.
La continuità con l’avvio del decennio è evidente. Nel 1821 recinti e catasto rendono riconoscibili funzioni e proprietà; alla fine degli anni Venti una maglia di case e percorsi definisce un insediamento alla foce. La Restaurazione, pur difendendo un linguaggio politico tradizionale, produce strumenti spaziali innovativi: misura, classifica, rettifica, progetta. Tra Roma e Fiumicino restano casali, stalle, vigne e piccoli nuclei rurali. La modernizzazione non li cancella: li documenta e li collega dentro reti sempre più dense.
Con Porto e Fiumicino la perlustrazione raggiunge il proprio termine geografico e logico. Dalla partenza di Roma alla foce, Nibby ha seguito una sola domanda: come l’antico e il moderno si sovrappongano nello stesso territorio. Montecucco, Magliana, Ponte Galeria, Porto e il nuovo borgo costiero sono stazioni di un’unica traversata, nella quale rilievo archeologico, viabilità contemporanea e trasformazione del paesaggio si spiegano reciprocamente.
(articolo aggiornato il 15 Settembre 2026)



