— Alla morte di Giulio II la corte passa nelle mani dei Medici

Giulio II non vedrà mai questi affreschi. Quando la morte lo sorprende, nel febbraio 1513, è lontanissimo dalla Magliana. È ormai pronto a valicare le Alpi, oltre le quali ha scacciato i francesi. Il suo disegno politico si è compiuto: ha liberato l’Italia dalla dominazione straniera e ha aperto la strada all’egemonia papale. Le “cattive intenzioni” di Papa Giulio precorrono il nobile disegno dell’unità d’Italia. Garibaldi arriverà solo due secoli e mezzo dopo.

Si apre il conclave. La famiglia fiorentina dei Medici ha comprato per tempo i voti dei cardinali, in favore del trentasettenne Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico. Tutto si svolge senza intoppi, in appena un giorno.

Qualcuno però obietta che l’elezione non è regolare: Giovanni è troppo giovane per fare il papa e non è un uomo di Chiesa. Anzi, a ben vedere non ha neppure preso i voti. Il problema viene rapidamente risolto: il 15 marzo 1513 Giovanni è ordinato sacerdote, il 17 è consacrato vescovo e il 19 indossa già la tiara pontificia, con il nome di Leone X.

— Leone X riporta alla Magliana feste, cacce, artisti e vita di corte

Risolta la cospirazione e andati via anche i polverosi operai del Bramante, la Magliana è adesso un luogo sicuro e confortevole. Al castello accorrono nobili invitati. Si spalancano le porte del salone delle feste.

In quella sala rettangolare il Bramante ha realizzato una piccola meraviglia. Ha trasformato le rigide forme del Sangallo in una cassa armonica da teatro, dall’acustica perfetta, avvolta in un soffitto ligneo a cassettoni. Sulle quattro pareti i pittori del Perugino hanno realizzato a fresco una decorazione continua, ambientata a trompe l’œil in un paesaggio agreste, ispirata al tema mitologico di Apollo e le nove Muse.

Il dio della bellezza suona il violino, mentre sullo sfondo il cavallo alato Pegaso invita lo spirito a librarsi in volo. Dalle pareti le nove dee delle arti guardano ammiccanti lo spettatore invitandolo a sceglierne una, e lanciarsi con lei nell’estasi sei sensi e delle arti. E Melpomene e Thalia mostrano persino un malizioso seno nudo!

Nel salone si fanno le ore piccole, in compagnia di musici, pittori, letterati e politici, che Papa Leone riunisce intorno a sé in un cenacolo di intellettuali. Vi prendono parte Michelangelo, il giovane Raffaello e il filosofo Niccolò Machiavelli, insieme con lo storico Guicciardini e l’architetto Bramante. Le più grandi menti del pianeta sono concentrate in appena 200 metri quadri. Discutono di scienza, di miti e di guerra; quasi mai di religione.

Con un battito di mani Leone interrompe il vociare. Fa imbandire la tavola. Leone è uno che mangia forte: i suoi banchetti raggiungono le 65 portate. E il pontefice, riferiscono i cronisti, pare che le mangi tutte e 65, con metodica applicazione. Le cucine al piano di sotto sono enormi: dieci volte la superficie della cappellina, tanto per fare un raffronto. La vita del resto è questione di priorità.

Un grande cruccio però rattrista Papa Medici: la sua tavola è accompagnata dalla romanella, il vino locale a bassa gradazione, dal gusto amabile ma fatalmente inadeguato alla mensa di un sovrano. Leone X risolve l’inconveniente, facendo piantare intorno al castello il pregiato vitigno aleatico, un moscato toscano dal gusto aromatico e intenso ed elevata gradazione, che ha fatto arrivare dalla Toscana. L’aleatico si coltiverà in zona fino a metà Ottocento.

— Boccamazza codifica regole e rituali della gran caccia alla Magliana

Il periodo di massimo splendore per l’attività della gran caccia dura tuttavia per un periodo estremamente breve: soli 8 anni, dal 1513 al 1521, tanti quanti governa sulla Chiesa Papa Leone X Medici, il “principe cacciatore”, legato in maniera viscerale alla passione della caccia. Già dal IX secolo la Chiesa vieta ai prelati la pratica della caccia: si deve ai pontefici rinascimentali, e a un certo cardinal Lodovico Scarampi, vissuto intorno alla metà del Quattrocento, di averla riabilitata a Roma, e trasformata nell’”unico esercizio degno del principe”.

A Papa Leone si deve invece di aver perfezionato quest’arte sino a raggiungere livelli di estrema raffinatezza. Al suo servizio Papa Leone ha un “capocaccia”, di nome Domenico Boccamazza. Un quarto di secolo dopo la sua esperienza alla Magliana, nel 1548, Boccamazza ha modo di dare alle stampe un poderoso trattato in 8 volumi, nel quale racconta agli altri appassionati di arte venatoria, come condurre le battute di caccia nell’intera campagna romana, spiegando i tipi di selvaggina presenti in ogni luogo e le tecniche migliori per catturarle.

Di questo trattato si è ad oggi quasi perduta la memoria. Si deve allo studioso Sergio Mineo, per la Società Romana di Storia Patria, di aver digitalizzato gli scritti di Boccamazza, pubblicando nel 2015 il libro “Le Cacce di messer Domenico Boccamazza”, associando i toponimi di oggi con la campagna romana di allora. Il trattato di Boccamazza, si basa sulla mappa della Campagna romana del cartografo Eufrosino della Volpaia, che già allora lo studioso Th. Ashby ha modo di illustrare. Grazie a questo lavoro Sergio Mineo è riuscito ad identificare ben 750 toponimi rinascimentali e 70 tracciati di percorsi venatori, in un’area compresa tra la Magliana e la foce dell’Arrone, e, all’interno, sino alla Storta sulla via Cassia. In questo “triangolo della caccia” esistono due basi: il Castello della Magliana a sud, e il Castello di Palo sul litorale.

Un passo del trattato si intitola “La caccia nel forte de la Casetta”, e descrive la caccia nella zona di nostro interesse. Questo titolo va prima di tutto spiegato. “La Casetta” è il nome con cui l’area è conosciuta all’inizio del Cinquecento: si tratta di un casale fortificato di cui avremo a breve modo di parlare; e peraltro le sue dimensioni erano, per l’epoca, ragguardevoli. Il “forte” è invece un termine del gergo venatorio, mutuato dall’italiano del Trecento. Il forte sta ad indicare il punto in cui la vegetazione di un bosco è più fitto e intricato. Per comprendere il significato di questa parola basta citare Dante Alighieri e il celeberrimo incipit dell’Inferno, in cui il Sommo Poeta avanza in una selva oscura ed esclama: “Ahi, quanto a dir qual è […] esta selva selvaggia e aspra e forte…!”. Il nostro Boccamazza descrive dunque così il percorso necessario per arrivare da Roma alla Casetta, con l’avvertenza che questo testo necessita di una sorta di traduzione; non tanto per l’italiano vecchio di quasi 500 anni, quanto per l’uso di terminologie specifiche del mondo venatorio e per il riferimento a toponimi, che sono stati sciolti nello studio di Mauro Martini:

Si escha da Porta Santo Panchratio, o vero da Porta Portese, e si vadi a fare alto (cioè a fermarsi n.d.r.) al passo della acqua che va alla Casetta (il ponte di via della Pisana sul fosso della Magliana n.d.r.); l’qual passo va ha Castel Malnome, e si sciolgino li bracchi a mano dritta passato il fuosso, e si cerchi tutto el forte della Casetta fino alla Magliana.

Trad. Si esca (da Roma) a Porta San Pancrazio o a Porta Portese, e si raggiunga, fermandovisi, il ponticello della Casetta (cioè il ponte sul fosso della Magliana presso l’attuale via della Pisana). Oltre tale ponte la strada conduce a Castel Malnome. Superato il fosso della Magliana, si liberino dai guinzagli i cani da caccia, sul lato destro, e si batta tutta l’area compresa tra il fitto della Selva della Casetta e il Castello della Magliana.

Nella Selva della Casetta è possibile cacciare il cinghiale (i “porci”) e occasionalmente il capriolo (i “caprii”), mentre ormai – avverte Boccamazza – ad inizio Cinquecento il cervo è praticamente estinto: “Si a d’avertire che in nel forte della Casetta si sogliono alcune volte trovare porci e alcuna volta vi si solevano trovare cervi” (è doveroso avvertire che nel fitto della Selva della Casetta si incontrano spesso i cinghiali, ma ormai i cervi non si incontrano quasi più).

Il trattato prosegue descrivendo le “armate” più opportune, dove per armate si intendono i dispositivi di caccia, come ad esempio reti, barriere e trappole. Le tecniche di caccia si organizzano sostanzialmente in due modi: il primo modo è “scampagnando”, cioè percorrendo la campagna romana aperta, con cavalli e mute di cani; ma un secondo modo per cacciare è “da fermo” o “alla francese”, cioè delimitando un’area circoscritta nella quale vengono “apparecchiate” le armate, o eventualmente, nel caso dell’”uccellagione” (la caccia ai volatili), delle reti chiamate “tele”. Scrive Boccamazza:

Per questo le armate di dette fiere sono diverse, perché quando vi sono cervi, si arma in un’modo, e trovandosi porci si dé armare in un’altro, pertanto se dirà l’armata che sia da fare essendovi porci e caprii (caprioli n.d.r.) e poi si dirà l’armata che si faceva quando vi sono cervi…

Trad. Per questo motivo i dispositivi di caccia alle due specie sono differenti: quando vi si trovano i cervi si usano certi dispositivi, e ora che vi si trovano i cinghiali si deve invece usare dispositivi diversi. Pertanto descriveremo i dispositivi da approntare per cinghiali e caprioli, e di seguito descriveremo quelli per i cervi…

— Leone X trasferisce alla Magliana il suo ultimo mondo di corte

Sono gli anni magnifici di Papa Leone. I suoi spostamenti verso la Magliana sono simili a parate, con giullari, una pantera e due leopardi in gabbia, e persino un elefante bianco ammaestrato di nome Annone, cui il pontefice è affezionatissimo.

Per Leone sopraggiungono anche dei problemi di salute: perde progressivamente la vista e, a causa del sovrappeso, smette anche di andare a cavallo. Ora devono aiutarlo persino per alzarsi da tavola.

Tra tutte le rinunce, la più dolorosa è non poter più andare a caccia. Leone vi ovvia in parte introducendo nella tenuta la falconeria, una tecnica venatoria basata sull’impiego di rapaci per la cattura in volo di altri uccelli. Con un monocolo da vista segue le acrobazie dei falchi dalla loggia delle benedizioni.

Destina alla falconeria un budget da capogiro – ben 200 ducati al mese! – e fa arrivare appositamente alla Magliana un capofalconiere: suo cugino cardinal Franciotto Orsini (1473-1534). La studiosa Anna Cavallaro, passando al setaccio le spese papali, ha ritrovato una nota di pagamento di altri 200 ducati, con cui Franciotto, nel 1519, realizza una “gàbara”, cioè una voliera per palombi, gazze e aironi.

Del passaggio di Franciotto Orsini alla Magliana rimangono un suo stemma affrescato nello scalone d’onore e più di un chiacchiericcio. Guicciardini nella sua Storia d’Italia adombra velati sospetti sul padrone di casa, Papa Leone: “Credettesi ch’ei fusse castissimo; ma si scoperse poi dedito in quei piaceri che, con onestà, non si posson nominare”. L’immancabile Pasquino è assai più preciso e stila un elenco di ospiti-amanti: il capitano di ventura Galeotto Malatesta, il conte Ludovico Rangoni e altri.

In quel periodo Leone comincia a non volerne più sapere di tornare a Roma e obbliga i funzionari a trasferirsi lì, nel paradiso in terra della Magliana. Agli atti papali si comincia ad aggiungere la postilla “Datum in villa nostra Manliana”, promulgato alla Magliana.

(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)