— Sangallo e la cittadella trasformano il vecchio palatium

A condurre gli eserciti papali c’è un bravo capitano della Chiesa: Francesco Alidosi (1455-1511), che esegue con zelo gli ordini di Papa Giulio. E Giulio II lo ricompensa, affidandogli proprio la tenuta della Magliana. È l’11 agosto 1506.

Alidosi arriva alla Magliana con un compito ben preciso: restaurare il Palatium costruendovi intorno nuovi edifici, adatti ai soggiorni del papa e dei suoi nobili ospiti.

Per il cantiere della Magliana Alidosi si affida all’ingegnere militare Giuliano da Sangallo (1445-1516). Il Sangallo traccia intorno al Palatium i contorni di un castrum fortificato rettangolare, con tanto di mura e fossato, quest’ultimo realizzato deviando le acque del fosso della Magliana.

— Francesco Alidosi prende in mano il cantiere e la commenda

…trasformata dal Sangallo in fortificata, edificata a partire dal 1480 da Papa Sisto IV. Si innesta su un precedente “Palazzetto”, opera di Graziadeo Prada su commessa di Papa Innocenzo VIII, a sua volta insediato sulla preesistenza di un “Palatium Sancti Johannis” che risale all’Anno Mille. Giulio II effettua i primi ampliamenti, affidando i lavori agli architetti Giuliano da Sangallo e poi Bramante, fino ad assumere la forma architettonica di un corpo a L protetto da una cinta merlata. Nel castello è presente una cappellina, attribuita al Bramante, oggi spoglia ma decorata in origine con affreschi della Scuola di Raffaello. Papa Leone X Medici porta a termine le opere di Giulio II, realizzando l’imponente Salone delle Muse. Anche gli affreschi della sala sono stati distaccati. Il complesso è stato interamente restaurato nel 1959, a cura dell’Ordine dei Cavalieri di Malta.

L’11 agosto 1506 Papa Giulio dà il benservito al cardinal commendatario della Magliana, Francisco Borgia, e affida la tenuta al capitano della Chiesa Francesco Alidosi, come ricompensa per le vittorie conseguite a Perugia e Bologna.

È in questa fase che arriva alla Magliana, per eseguirvi lavori di radicale ristrutturazione, l’architetto Giuliano da Sangallo, esperto in fortificazioni militari. Il suo complito preliminare è di recintare il Palazzetto di Innocenzo VIII con un’ampia e solida cerchia muraria rettangolare, trasformando la dimora di caccia alla Magliana in un “castrum militare” lungo il Tevere, intermedio tra l’Urbe e il Castello di Ostia antica. Il castrum viene dotato di un fossato (oggi non più esistente) nel quale vengono canalizzate le acque del Rio Magliano, che passa poco distante. Nella cerchia muraria si entra attraverso un ponte levatoio e un arco monumentale d’ingresso. Il ponte levatoio è sicuramente presente almeno sino al 1867, anno in cui l’erudito e critico d’arte François Gruyer visita la Magliana e racconta : “Una muro di cortina, rettangolare, sormontato da merli guelfi, racchiude i corpi di fabbrica, di epoche diverse e differente elevazione. Superiamo il ponte sul fiume Magliano, imbocchiamo un portale monumentale con un arco a tutto sesto fiancheggiato da colonne. Varchiamo ora la soglia: siamo in pieno Rinascimento, siamo alla Magliana!”.

Il Sangallo oltre ad occuparsi del progetto architettonico complessivo della cittadella, pianifica anche, all’interno, i nuovi edifici che dovranno sorgervi, tutti disposti a corona intorno ad una piazza d’armi centrale, di forma rettangolare. In realtà, nel corso dei dieci anni successivi, il progetto verrà “tagliato” fino a dimezzarsi ma del rettangolo di edifici progettato dal Sangallo, ne verrà comunque realizzata una buona metà. La parte realizzata è un corpo di fabbrica a L, che si innesta sul Palazzetto innocenziano esistente. Nel fabbricato a L sono presenti un secondo portico al pianterreno, il grande salone dei ricevimenti al piano nobile, gli appartamenti papali con la loggia belvedere e la vedetta-ridotta. Se l’aspetto “esterno” della cittadella appare fortificato dalla cinta muraria, gli affacci interni dei nuovi fabbricati sulla piazza d’armi hanno invece l’aspetto leggiadro degli edifici del tempo, caratterizzati da grandi e ariose finestre a croce mozza. Molte di queste finestre riportano nella cornice marmorea l’epigrafe “Ligur”, che ricorda “Giulio il ligure” committente delle opere.

Ma un’altra epigrafe richiama l’attenzione. Essa si trova sull’architrave che immette nel salone delle feste, superato lo scalone che dal portico immette al piano nobile. Essa recita:

Questa epigrafe – che si traduce con “Francesco Alidosi, cardinale di Pavia, discepolo prediletto di Papa Giulio II” – ruota intorno alla parola “alumnus”, che dichiara un peccato di vanità che di lì a breve ad Alidosi sarebbe costato assai caro. E, una volta entrati nel salone dei ricevimenti, il peccato di vanità si ripete: il prezioso pavimento in tessere di maiolica smaltata (oggi perduto) alterna, in una composizione modulare, le insegne di Papa Giulio (rappresentate da un “giogo”) e le insegne personali di Alidosi (un’aquila ad ali spiegate). L’erudito Gruyer commenta così: “Dimenticava che l’aquila degli Alidosi deve passare con umiltà sotto il giogo dei Della Rovere, se non voleva vedere interrotto il suo volo”.

Per fortuna di Alidosi Papa Giulio è impegnato nel progetto di sottomettere l’Italia intera ai voleri del Papato, e non ha tempo per visitare il cantiere della Magliana. Alidosi del resto adempie fedelmente agli incarichi assegnati dal suo maestro: nel giugno 1508 lascia la Magliana e va a Bologna, in veste di legato apostolico, per sovrintendere alla ripresa delle azioni militari. Dopo la conquista di Bologna, la strada per le valli del Nord Italia è aperta, e Papa Giulio intende percorrerla a passo di carica. Nel frattempo Papa Giulio ha unito a sé Francia, Germania e Napoli nella Lega di Cambrai, e attacca la Serenissima Repubblica di Venezia. La battaglia campale si svolge nel maggio 1509 ad Agnadello. I Veneziani subiscono una sconfitta rovinosa e in un colpo solo perdono le terre fino a Parma e Piacenza. Nessuno si aspettava una vittoria così facile, e Papa Giulio si ritrova in breve nella condizione di difendersi dai suoi stessi alleati. Decide per questo di giocare d’anticipo: all’inizio del 1510, con un improvviso cambio di fronte, perdona Venezia e attacca le truppe francesi.

Ma Papa Giulio è un uomo di azione: non è un uomo che si nasconde nelle ridotte, e soprattutto non ha tempo per contemplare i lavori alla Magliana, impegnato com’è nel progetto di sottomettere l’Italia ai suoi voleri. Il cardinal Alidosi ogni tanto lo raggiunge. E Papa Giulio lo premia ancora, promuovendolo legato pontificio – una sorta di vice-papa – per la città di Bologna.

Alidosi capisce che quella è la sua grande occasione. E anzi balena nella sua testa un pensiero meraviglioso: il prossimo papa sarà lui, è lui il prescelto! Papa Giulio lo sta già mettendo alla prova.

— Alidosi cade in disgrazia mentre la guerra travolge Bologna

La manovra lascia completamente spiazzato l’Alidosi, che ha ottimi rapporti con i Francesi, e continua a mantenerne; e continua a perseguitare senza tregua la fazione bolognese dei Bentivoglio, che nel frattempo Papa Giulio ha perdonato. Alidosi viene convocato urgentemente a Roma, e gli viene spiegata a malo modo la nuova situazione. Nel marzo 1510 Alidosi torna a Bologna ma la sua parabola umana, come ci racconta l’erudito Gruyer, è fatalmente in declino:

Alidosi ha assunto il titolo di alumnus proprio in allusione al favore di cui gode presso Papa Giulio. E va oltre: volle elevarsi quasi allo stesso rango del pontefice […]. Forse l’Alidosi si rivolta contro Papa Giulio appoggiando le sorti della Francia? Si vendette forse a Luigi XII quando gli eserciti pontifici, di cui insieme al duca d’Urbino condivideva il comando, sono miseramente sconfitti dalle truppe di Venezia? Nulla è sicuro sull’argomento.

Nell’estate 1510 per Alidosi ci sono altri guai: i vescovi francesi di Tours revocano l’obbedienza a Papa Giulio e proclamano lo scisma della chiesa francese. Alidosi, invece di opporsi, tratta con gli scismatici. Il 7 ottobre 1510 il duca d’Urbino Francesco Maria della Rovere, comandante delle Forze pontificie, perde le staffe e lo fa arrestare, con l’accusa di cospirare insieme ai francesi. Papa Giulio sa bene che Alidosi non è un cospiratore – al massimo è un imbecille! – ma si risolve a liberarlo e rimuoverlo dalla delicata posizione di legato pontificio a Bologna: “promoveas ut amoveas”, ovvero lo promuove a vescovo di Bologna, con il compito di occuparsi, da ora in poi, dei soli affari spirituali. Da novembre intanto il “conciliabolo” dei vescovi scismatici si allarga ancora, e i vescovi scismatici provano ad eleggere un antipapa, accusando apertamente Papa Giulio di “infettare” la Chiesa con la sua corruzione. Tutte le energie del papa guerriero sono ora rivolte a sconfiggere con le armi le critiche dottrinali dei vescovi: nel 1511 si forma la Lega Santa, che unisce al Papato Venezia, gli Aragonesi, Germania e Inghilterra: tutti contro la Francia.

A maggio 1511 però Bologna cade nelle mani dei francesi, e Francesco Maria della Rovere rinnova contro Alidosi l’accusa di aver favorito i francesi. Papa Giulio convoca allora Alidosi a Ravenna, per una chiarificazione risolutiva. Non sapremo mai se Papa Giulio abbia in animo di perdonare Alidosi: il 24 maggio 1511, mentre sta andando da Papa Giulio, Alidosi cade nell’imboscata del duca Francesco Maria della Rovere, che lo pugnala a morte.

Per i due anni che seguono il titolo cardinalizio di Santa Cecilia (e la commenda della Magliana) non vengono riassegnati. Sono anni di turbolente imprese militari, che vale la pena, anche se brevemente, accennare. La Lega Santa anti-francese consegue dei successi militari, e Papa Giulio avanza tra le valli padane. Anche sul piano dottrinale le cose sembrano volgere a favore di “Giulio il terribile”: nel 1512 convoca a Roma il VI Concilio lateranense e, senza indugi, scomunica tutti i vescovi scismatici. Quando la morte coglie il papa guerriero, il 21 febbraio 1513, Papa Giulio sta ormai marciando con gli eserciti alla volta delle Alpi, oltre le quali i francesi si sono frettolosamente ritirati. Il suo disegno politico è compiuto: ha estromesso gli stranieri dall’Italia e ha aperto la strada all’egemonia pontificia. Dopo i Francesi, la furia guerriera di Papa Giulio si sarebbe probabilmente indirizzata contro i Medici, gli Sforza, gli Aragonesi, e chiunque altro gli abbia resistito. Le “cattive intenzioni” di Papa Giulio hanno precorso il nobile disegno dell’Unità d’Italia.

— Sangallo scava fossati e costruisce una fortezza rinascimentale

Al castello della Magliana i lavori proseguono.

La cappellina papale, intitolata a San Giovanni Battista, è a pianta quadrata con fondo absidato. Accanto alla cappellina il Sangallo ha posizionato una ridotta, cioè una torre fortificata, destinata all’estrema difesa. Immaginiamo la scena: al segnale di pericolo, il Santo Padre viene accompagnato a raccogliersi in preghiera nella cappellina del Battista, mentre il corpo di guardia respinge – se può! – gli invasori. E se il nemico ha la meglio, allora il pontefice, scivolando da un passaggio segreto, si arrampica da una scala a chiocciola fino in cima alla torre e chiude dietro di sé il chiavistello. E di lì attende al sicuro l’arrivo dei rinforzi.

(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)