Alla fine del 932 Alberico riesce a trasformare il malcontento contro Ugo e Marozia in una rivolta cittadina. Ugo fugge; Marozia viene estromessa e probabilmente trattenuta sotto controllo; Giovanni XI conserva la tiara ma non il governo politico della città. Con Alberico cambia la forma del potere teofilattide: non più una madre che domina attraverso matrimoni e successioni pontificie, ma un princeps che rivendica direttamente l’autonomia romana.
I titoli con cui Alberico viene ricordato – princeps, senator, patricius omnium Romanorum – descrivono una concentrazione di autorità che non coincide con il papato. Questa separazione è la novità essenziale. Il pontefice rimane il capo religioso della Chiesa; il principe controlla l’ordine cittadino, l’aristocrazia e una parte decisiva della politica territoriale.
La sua legittimità nasce da un colpo di forza, ma non resta confinata all’emergenza. Alberico governerà per oltre vent’anni, fino al 954. La durata suggerisce che il regime abbia trovato appoggi reali nella società romana e che l’opposizione a Ugo non sia stata soltanto una sommossa occasionale.
Marozia scompare progressivamente dalle fonti. Più che immaginare ventitré anni certi di prigionia nelle segrete di Castel Sant’Angelo, è più prudente vedere nella sua uscita di scena il segno del nuovo ordine: la rete familiare sopravvive, ma il centro di comando è passato al figlio.
Da Alberico a Giovanni XII: la dinastia cambia forma
Il governo di Alberico fra 932 e 954 non è un semplice intervallo fra due fasi di disordine. Le fonti mostrano un progetto di autonomia romana. Perfino la monetazione reca il nome del princeps, segnale raro di una sovranità cittadina che cerca una propria forma senza rompere il legame simbolico con Roma cristiana.
Uno degli strumenti più interessanti è la politica monastica. Negli anni Trenta e Quaranta Alberico appoggia la riforma che Oddone di Cluny e i suoi collaboratori portano nei monasteri romani e laziali. San Paolo fuori le Mura, Subiaco e altri centri diventano luoghi di disciplina religiosa, ma anche nodi patrimoniali e territoriali. Il principe potrebbe aver visto nei monasteri riformati una rete capace di stabilizzare il territorio e di contenere l’eccessiva autonomia delle famiglie aristocratiche.
La collaborazione con la riforma non consente di ridurre Alberico né a devoto mecenate né a cinico utilizzatore della Chiesa. Le due dimensioni possono convivere: restaurare monasteri significa rafforzare istituzioni religiose e insieme costruire punti d’appoggio per il governo. Questa politica mostra quanto il potere cittadino sia ormai legato all’organizzazione concreta della campagna intorno a Roma.
Sentendo avvicinarsi la morte, Alberico convoca i nobili a San Pietro e ottiene la promessa che, alla morte di Agapito II, il figlio Ottaviano sarà eletto papa. Alberico muore il 31 agosto 954; l’anno seguente Ottaviano diventa Giovanni XII. La scelta ricongiunge ciò che il padre aveva separato: il governo familiare e il papato tornano nella stessa persona.
Il progetto dura poco. Nel 963-964 Giovanni XII viene deposto nel quadro dell’intervento di Ottone I. La fragilità di questa soluzione dimostra che il principio dinastico non è scomparso, ma deve ormai confrontarsi con una potenza imperiale capace di intervenire direttamente nella politica romana.
968: Prata Papi, il potere entra nella campagna
Mentre la grande politica romana cambia forma, i documenti fondiari mostrano un altro livello della storia. Il 1° febbraio 968 una donna di nome Teodora, moglie di Graziano, dona al monastero dei Santi Cosma e Damiano in Mica Aurea un prato fuori Porta Portuense, in località Prata Papi. Non è possibile identificarla con sicurezza con Teodora II dei Teofilatti: il nome è comune e il documento, letto senza forzature genealogiche, vale soprattutto come testimonianza della struttura agraria del suburbio.
Il fondo è descritto come interamente coltivato e produttivo, delimitato da termini e fossati e dotato delle pertinenze necessarie. Il lessico suggerisce una campagna organizzata, non un margine abbandonato. Accanto compare una cripta alba, probabilmente un monumento funerario romano riconoscibile nel paesaggio e riutilizzato come punto di riferimento topografico.
Prata Papi segna così il passaggio dalla politica urbana alla geografia patrimoniale della campagna. Il documento non dimostra che la famiglia di Teofilatto possedesse quel fondo, ma mostra che la stessa società aristocratica ed ecclesiastica che domina Roma amministra anche proprietà agricole con confini, redditi e infrastrutture. Il potere entra nella campagna attraverso contratti, monasteri e diritti di possesso.
Pochi anni dopo altri atti continueranno a registrare Prata Papi. La continuità documentaria permette di seguire il passaggio da una storia quasi esclusivamente politica a una geografia sempre più precisa di prati, casali e strade.
972: finisce un ciclo, comincia la leggenda
Nel 972 muore Giovanni XIII. Una parte della tradizione genealogica lo collega alla linea di Teodora II e dei Crescenzi; studi più recenti hanno messo in dubbio questa ricostruzione. La data può comunque segnare la fine di un ciclo politico: dopo Teofilatto, Marozia, Alberico e Giovanni XII, la grammatica del potere romano cambia e altre famiglie, in particolare i Crescenzi, emergono in primo piano.
La memoria di quella stagione dura più dei suoi protagonisti. Liutprando e altri autori hanno lasciato un’immagine in cui le senatrices sembrano dominare papi e aristocratici attraverso la seduzione. Il dato storico – donne di rango eccezionale, titoli pubblici, patrimoni, alleanze – potrebbe aver alimentato nei secoli successivi forme narrative sempre più estreme.
La leggenda della Papessa Giovanna appartiene a una fase molto più tarda. Le prime attestazioni note emergono nel XIII secolo e collocano la presunta donna-papa in un’epoca diversa; tuttavia la storiografia ha considerato verosimile che il ricordo di Teodora, Marozia e delle altre senatrices abbia contribuito a rendere culturalmente immaginabile una donna capace non soltanto di influenzare il papa, ma di diventare essa stessa papa.
La leggenda non prova dunque un fatto storico; conserva piuttosto una memoria deformata di possibilità politiche reali. Dalle donne che esercitano un potere eccezionale nella Roma del X secolo nasce, nei secoli successivi, un immaginario capace di trasformare quell’autorità in scandalo e infine nella figura impossibile di una donna divenuta papa.
(articolo aggiornato il 9 Settembre 2026)



