828. Vico Galera: ultimo baluardo contro i Saraceni

Quale che sia la sua collocazione, la domus culta viene trasformata da Gregorio IV in un castello, oggi perduto.

La curtis Galeria appartiene alla rete di grandi proprietà pontificie organizzate lungo la direttrice verso il mare. Durante il pontificato di Gregorio IV, tra gli anni Venti e Quaranta del IX secolo, il settore di Ostia e Porto viene rafforzato: le fonti ricordano una domus costruita nella curtis Galeria, all’interno della precedente domus culta fondata da Adriano I, e soprattutto la creazione di un borgo fortificato presso Ostia per proteggere l’imbocco del Tevere. È quindi prudente leggere Vico Galera non come una fortezza isolata improvvisamente nata nel 828, ma come un nodo di una più ampia organizzazione territoriale che combina proprietà agricola, presidio e controllo delle vie d’accesso. L’avanzare della minaccia dal mare rende questa funzione difensiva sempre più evidente fino alla crisi dell’846.

Papa Leone IV è una figura importante per la Magliana. Il suo pontificato si ricorda per una terribile scorribanda dei Saraceni, che risalendo il Tevere mettono Roma a ferro e fiamme.

846. Il saccheggio di Ostia

L’ultimo anno in cui si hanno notizie di Ostia intesa come città o borgo è l’846 d.C. In quell’anno Ostia è messa a saccheggio dai Saraceni. È in quell’anno che la popolazione ostiense abbandona il litorale e si trasferisce nell’entroterra. Qui Papa Gregorio IV ha edificato una nuova città con il suo nome – Gregoriopoli, oggi Borgo di Ostia Antica – destinata ad essere ultimata dal suo successore Papa Nicola. In quell’anno anche la basilica di Pianabella viene abbandonata; le attività di culto si trasferiscono a Gregoriopoli, nella nuova chiesa di S. Aura.

Leone IV e la torre della Magliana: vedette sul Tevere

Ripreso il controllo della città, Leone IV fa costruire una serie di vedette semaforiche lungo il corso del Tevere, tra Porta Portese e la foce. Le vedette si traguardano l’una con l’altra: attraverso specchi e segnali ottici, l’una può avvertire l’altra dell’imminenza del pericolo e portare l’allarme a Roma nel giro di minuti.

Una di queste torri è in piedi ancora oggi e si trova in via Teodora, alla Magliana, tra le casupole del borghetto Santa Passera. Le fondamenta della torre insistono su un sepolcro di epoca romana.

La torre è balzata di recente (giugno 2022) agli onori delle cronache per la proposta di fare della torre, con la porzione di verde che le gira intorno, un giardinetto di quartiere, collegato alla pista ciclabile.

Pian Due Torri e la rete delle torri portuensi

Le due torri più famose tuttavia, quelle che danno origine al toponimo Pian Due torri, oggi non esistono più. Ritrovarne le tracce nei luoghi del presente è un vero rebus.

Il punto fermo in questa ricerca lo mette il cartografo Eufrosino della Volpaia, che nel 1547 ne realizza un accurato disegno. Sono due torri gemelle, quadrangolari, poste a distanza ravvicinata, sulla stessa riva del fiume. Attraverso gli studi di Carla Benocci sappiamo che per i due secoli successivi le “Doi torre” compaiono costantemente nei documenti fiscali.

Nell’Ottocento però le due torri sono ormai scomparse. Tomassetti ricorda che il toponimo derivava da due torri erette su antichi sepolcri, già distrutte al suo tempo, e segnala per la stessa contrada una lapide del CIL (VI, 29772) relativa agli horti Titiani e Cocceiani. La notizia rafforza la profondità storica del luogo, ma non consente di identificare quelle strutture con le vedette semaforiche carolingie. Nibby e Tomassetti raccolgono infatti informazioni contraddittorie sulla loro posizione: le due torri si sarebbero trovate non l’una a fianco all’altra sulla stessa riva, ma su due sponde opposte del fiume. Tra le due torri vi sarebbe stata una pesante catena, in grado di bloccare il passaggio delle imbarcazioni in risalita del Tevere e permettere al doganiere – il “giudice fiscale” – di riscuotere il dazio.

La Soprintendenza colloca oggi i basamenti delle due torri su via della Magliana, presso l’incrocio con via Pian Due torri. La quadratura del cerchio è probabilmente da ricercarsi in una mappa settecentesca, che parla di un’Isola fluviale alla Magliana. Vi sarebbe stato allora un braccio secondario del Tevere, una sorta di canale navigabile in mezzo tra le Due torri: una torre può trovarsi sulla terraferma, l’altra sull’isola fluviale. Questa ipotesi potrebbe mettere d’accordo la cartografia di Eufrosino con le testimonianze di Nibby e Tomassetti. Di questo canale navigabile però, oggi non rimane più alcuna traccia.

Si segnalano, e in gran parte esistono ancora oggi, altre torri, parte di questo reticolo di vedette semaforiche. Una sorgeva nel quartiere Marconi, presso l’attuale Liceo Keplero: è stata demolita nel Primo Novecento. Una torre esiste ancora oggi ai Grottoni, una si trova a Borgata Petrelli (oggi Villa Lucia) e un’altra a Montecucco. Una è segnalata al Trullo (al cimitero della Parrocchietta) e altre due sono segnalate a Magliana Vecchia: una è all’ex ristorante Il Capriccio e una è inglobata nel Villino Pino-Lecce. Una di queste vedette è probabilmente la ridotta inglobata dentro il Castello della Magliana. Infine, altre due torri sono segnalate oltre il Raccordo: una presso la trattoria La Tedesca; un’altra (chiamata Torre della Bufalora) è alla Fiera di Roma.

Torre Cocchi

Torre Cocchi è una posta commerciale del Primo Ottocento, sorta a fianco di una vedetta semaforica. La struttura insisteva sul vecchio tracciato di via della Magliana (oggi dismesso e inerbito) ed è oggi interclusa. Si sviluppa su una pianta a L e si compone di un casaletto a due piani che ingloba una preesistente torre semaforica e un corpo laterale addossato alla parete tufacea delle Grotticelle. Distanziata si trova una stalla, unita con un altro casale, censito dalle Belle Arti. La torre prende nome dall’italianizzazione di Koch, la famiglia svizzera proprietaria nel Seicento della Villa di Montecucco. A poca distanza si trovano un altro casale con torre, Casalone, Torre Righetti e le ville Usai e Baccelli.

Torre del Giudizio

La Torre del Giudizio è una torre medievale, situata in via Teodora, tra via della Magliana e il fiume Tevere.

Essa poggia su un preesistente manufatto romano – un sepolcro circolare, probabilmente del I secolo d.C. – nelle vicinanze dell’insediamento portuale fluviale di Vicus Alexandri. L’elevazione della torre, su pianta quadrata, risale verosimilmente al Milleduecento. Oltre alla tradizionale funzione di vedetta, la torre ha avuto a lungo anche quella di dogana.

La torre – insieme ad una seconda torre, situata sulla riva opposta – regolava la circolazione mercantile lungo il fiume. Una pesante catena, tesa tra le due vedette, apre o ostruiva il passaggio come un moderno passaggio a livello, imponendo il dazio a quanti dal mare volessero raggiungere Roma o viceversa. Da ciò deriverebbe il toponimo di Doi torre (Due torri), sebbene le interpretazioni non siano unanimi.

La torre si trova su terreno demaniale e, per quanto noto, è occupata da un privato. È stata oggetto di studi delle Belle arti (1997) e dalla Soprintendenza archeologica (2004) ed è in attesa del vincolo di interesse storico-artistico come “caratteristica dell’organizzazione difensiva dell’Agro Romano verso il mare”.

Villino e vedetta Pino-Lecce

Torre Pino Lecce è una vedetta semaforica a presidio dell’Ansa di Tor di Valle, oggi inglobata in un villino novecentesco. La torre, a base quadrangolare, si trova sul retro del villino, con i contrafforti alla base ancora visibili. Durante il restauro, eseguito verosimilmente negli Anni Venti, vengono aggiunti due corpi longitudinali a doppia elevazione ad uso residenziale, e alcuni corpi minori, mentre la torre viene ulteriormente elevata con una loggia. La struttura è rivestita in cortina laterizia dal ritmo misurato; le decorazioni a finestre marcapiani e canne fumarie fanno anch’esse uso del laterizio. L’edificio, che volge la facciata al Tevere e ha ingresso da via della Magliana, 642, è stato studiato dalle Belle Arti.

Galeria e Vico Galera: dal mondo antico alla domus culta pontificia

Galeria antica fino al 1690

Le origini dell’insediamento di Galeria ci portano indietro sin nel mondo etrusco. “Alcune fonti – scrive Alessandra Reggi in L’antica città di Galeria, dall’Atlante dei beni culturali delle Aree naturali protette di Roma Natura – ritengono di poter attribuire la nascita del sito alla civiltà etrusca. [Ma] rare sono le testimonianze di questo periodo: un antico percorso viario (tagliata), alcune tombe ricavate nella forra sottostante il castello, alcuni resti murari all’interno del borgo ed un’iscrizione con riferimento alla famiglia dei Tarconti, di origine etrusca”.

La Reggi rinviene nelle fonti anche il nome di Careja, che tuttavia non indica un insediamento specifico ma l’area di influenza della città etrusca di Veio tra il torrente Galeria a sud e il torrente Arrone a nord. Quest’ultimo è un corso d’acqua originato dal lago di Bracciano, che sfocia nel Tirreno dopo un percorso di 35 km, in località Focene. Lungo tutta l’area della Careja sono numerosi gli avamposti di Veio, e su questo sperone di roccia, a guardia del torrente Arrone, deve sicuramente sorgerne uno. L’insediamento sorge su uno sperone tufaceo quadrangolare, con caratteristiche difensive naturali, a ovest del fiume Arrone che scorre al di sotto dello sperone.

Come tutti gli avamposti etruschi dell’Agro Romano, l’insediamento passa in epoca imprecisata sotto la dominazione romana. Attestano questo passaggio alcuni ritrovamenti in opus incertum e altri edifici con arco a sesto acuto, sconosciuto agli etruschi. Il nome Careja passa in qualche modo nella cultura romana: “Anche se non abbiamo attestazioni di un vero e proprio insediamento – scrive la Reggi -, apprendiamo dalle fonti classiche che Careiæ rappresentava la stazione di posta intermedia tra Ad sextum e Forum Clodii, lungo la Via Clodia”.

Con la decadenza dell’Impero e l’inizio delle invasioni germaniche l’insediamento è comunque già spopolato, al punto di non essere nominato in nessuna fonte e non lasciarci oggi resti edilizi di quella fase.

Nell’VIII secolo il nome Galeria ritorna ma nel contesto a noi familiare, e cioè nell’area di Ponte Galeria. Sappiamo che nell’VIII secolo Papa Adriano consolida i domini territoriali della città altomedievale di Roma, con una serie di masserie fortificate nell’Agro. Una di esse ha appunto il nome di Domusculta Galeriæ, presso l’attuale Ponte Galeria. Essa si trasforma, per opera di Papa Gregorio IV in “curtis”, nell’anno 840, cioè un qualcosa di giù più vicino ad un castello che una fattoria. sono tempi di razzie saracene, e la vita a Ponte Galeria, nella pianura e a poca distanza dal mare, non deve certo essere tranquilla. La Curtis di Ponte Galeria subisce a più ondate le razzie saracene, come del resto accadeva un po’ su tutti gli sfortunati insediamenti della costa laziale. Con un fenomeno linguistico che si riscontra in molte cittadine tirreniche, le invasioni saracene provocano ondate migratorie di intere popolazioni cittadine, che, in fuga, si trasferiscono dalla città-vecchia in nuovi insediamenti più interni e protetti, conservando il nome originario della comunità. È così ad esempio per il pittoresco borgo di Ceri, derivato dalla comunità in fuga di Ceri-vecchia (attuale Cerveteri), o del borgo abbandonato di Cencelle, originato dalla comunità in fuga di Cencelle-vecchia (oggi Civitavecchia). Appare pertanto ragionevole, senza che ve ne sia una prova al di fuori del nome, pensare che il borgo di Galeria sia stato costituito da abitanti della Curtis di Ponte Galeria in fuga, quando già dal IX secolo i Saraceni la fanno ormai da padroni.


(articolo aggiornato il 9 Settembre 2026)