Dal contenuto della lastra apprendiamo che Turia è nata nella prima metà del I secolo a.C., in una Roma opulenta, cosmopolita, frequentata da artisti e maestri greci. La sua è una famiglia agiata, con estese proprietà fondiarie nell’hinterland cittadino ( immagine di copertina ).
La sua infanzia, tuttavia, è segnata da un trauma: durante una rivolta servile, gli schiavi della villa campestre in cui risiedono i genitori uccidono entrambi i genitori, sotto gli occhi della piccola Turia: “Orbata es … utroque parente in deserta solitudine una occisis” (col. 1, 1.3-1.4) (rimasta orfana di entrambi i genitori). I servi ribelli però la risparmiano.
Fin da bambina i genitori la hanno promessa in sposa a Quinto Lucrezio Vespillone: bello, nobile, oratore di talento. Lei lo ascolta parlare e, nel suo cuore di bimba, ne è già innamorata: si tratta soltanto di aspettare il tempo giusto per il matrimonio e la felicità arriverà anche per lei.
Ma Vespillone – e nel mondo latino il soprannome non è mai casuale! – è alto, magro e pungente come una vespa. Vespillone è una “testa calda”: non esita a dire le parole più scomode nei momenti meno opportuni.
Proprio alla vigilia delle nozze Vespillone si trova lontano, in Macedonia, coinvolto nella guerra civile tra Cesare e Pompeo. Vespillone fa sapere a Turia che, almeno per il momento, i combattimenti lo trattengono lì con gli eserciti di Pompeo, ed è impossibilitato a tornare. Per ora dunque niente matrimonio: bisognerà attendere che la Storia faccia il suo corso.
Turia non si scompone: ha affrontato prove ben peggiori. E non ha neppure fretta: decide di aspettare il suo rientro a Roma. Così, Turia congeda senza appello gli altri pretendenti che uno a uno cominciano a bussare alla sua porta; fa la valigia e si trasferisce a casa della futura suocera, in attesa che il promesso sposo rientri nell’Urbe.
Ma Quinto Lucrezio Vespillone non torna. Passano i giorni, i mesi. E questo mette Turia in una condizione difficile, perché nel mondo romano lo status di “promessa sposa” è una condizione sociale molto fragile: è una condizione riconosciuta e rispettata solo a patto che abbia una durata limitata nel tempo; se l’attesa si prolunga molto, essa comporta automaticamente uno stigma sociale. Turia diventa insomma una “zitella”, una donna che ha scelto di rimanere nubile. Il nodo dello stigma è il “nubilato volontario”, che nella società romana è considerato una scelta quasi scandalosa, che si addice solo alle prostitute e alle schiave bisbetiche.
Non passa giorno che qualche pretendente non si presenti alla porta di Turia, attratto ovviamente più dal suo patrimonio che da lei, ma Turia li respinge tutti, con puntuale fermezza.
Nel frattempo Turia affronta altre prove: difende con le unghie il ricco patrimonio ereditato dai genitori da chi vorrebbe impadronirsene. Alcuni lontani parenti intentano persino una causa contro di lei: dicono che una “zitella” non può amministrare tutta sola un patrimonio, e chiedono ai magistrati che Turia sia messa sotto tutela. Ma Turia si presenta in tribunale, vince la causa ( Fig. 1 ).
Poi è la volta della villa di campagna, la stessa nella quale i genitori persero la vita, che viene assaltata dagli uomini armati di Tito Annio Milone. Siamo in un tempo convulso di lotte politiche e confische: la villa era appartenuta in precedenza proprio a Milone e gli era stata confiscata e poi riassegnata ai genitori di Turia. Milone era intenzionato a riprendersela con le armi. Ma Turia è determinata: arruola un esercito privato più grande di quello di Milone, va di persona alla villa e guida le operazioni per respingere gli attaccanti. Riesce a salvare la sua villa campestre. Così sintetizza l’elogio: “Tanta cum industria munere es pietatis perfuncta efflagitando et vindicando” (col. 1, 1.7-1.8). Ovvero: con una grinta senza pari ti sei opposta ai mercenari, hai protetto i beni familiari e hai fatto valere la giustizia.
Nel frattempo la vita di Turia incontra la “grande Storia”. La guerra civile giunge all’epilogo. Cesare sconfigge il rivale Pompeo e Cesare torna a Roma da vincitore, deciso a concentrare il potere assoluto nelle sue mani. Per Quinto Lucrezio Vespillone, che appartiene alla fazione dello sconfitto Pompeo, il ritorno a Roma si fa sempre più lontano: il matrimonio è rimandato a data da destinarsi.
Ma le Idi di marzo dell’anno 44 a.C. segnano un capovolgimento di destini: il 15 marzo Cesare cade vittima di una congiura e il corpo del dittatore cade a terra sotto 23 colpi di pugnale, mentre Roma precipita di nuovo in un vuoto di potere e caos. Per Turia e Quinto Lucrezio Vespillone la fase che segue è una stagione di incertezze e di paure.

Cesare muore, Ottaviano emerge: Turia protegge l’uomo che ama
Nel Foro romano viene letto pubblicamente il testamento di Cesare. Tutti si aspettavano di leggervi scritto il nome di Marco Antonio, il suo generale più valoroso. Ma non è così.
Alla lettura, i Romani rimangono attoniti: si viene a sapere che alla plebe tocca un lascito individuale, di trecento sesterzi a testa. Alcuni lasciti minori beneficiano i fedelissimi di Cesare. Ma il grosso del patrimonio di Cesare – si è stimato attorno al 75% -, è lasciato in eredità a un nome che nessuno conosce: un ragazzo di nome Gaio Ottavio, appena diciottenne, che con il testamento viene anche adottato da Cesare come figlio e designato come suo erede politico.
Quel ragazzo, Gaio Ottavio, non si trova neppure a Roma: è in Oriente. Ma Gaio Ottavio rientra in fretta e furia nella capitale e fa sapere a tutti che accetta quella eredità, e con essa il ruolo politico che essa comporta. Per non dare adito a dubbi, Gaio Ottavio cambia persino il suo nome, diventa Gaius Julius Cæsar Octavianus: Gaio, già figlio di Ottaviano, adesso figlio di Giulio Cesare.
La notizia incendia la scena politica. I cesaricidi si asserragliano sul Campidoglio e il popolo è inquieto. Il generale Marco Antonio, escluso dal testamento, è ancora più inquieto: intende approfittare del caos per imporre con le armi il suo dominio alla città.
Roma vive giorni convulsi, fatti di schieramenti improvvisati e di sospetti. Anche in Italia si combatte: le strade che portano a Roma si fanno insicure e in città si avvertono presto i contraccolpi, con approvvigionamenti di viveri precari e frequenti allarmi e voci di tradimenti.
In questo contesto il giovane Ottaviano sa muoversi con grande abilità. Trova l’appoggio del senatore Cicerone, e, già nell’agosto del 43 a.C., il Senato lo nomina console.
Poco dopo, nel novembre dello stesso anno, è il momento di accordarsi con i suoi rivali: Marco Antonio, e il pontifex maximus Lepido. Nasce così il Secondo triunvirato: una spartizione a tre del potere, sancita da una legge speciale, la Lex Titia.
I tre sono divisi su tutto, ma su una cosa sono d’accordo: la necessità di stilare sin da subito delle lunghissime liste di proscrizione, incidendo nel Foro delle lastre di marmo con incisi lunghi elenchi di avversari politici. Da quel momento a Roma è il fuggi fuggi: chi compare in quelle liste può essere ucciso impunemente e il suo patrimonio confiscato.
Anche Turia accorre al Foro, e legge quei nomi uno per uno. Tra quei nomi, purtroppo, figura anche quello di Quinto Lucrezio Vespillone, il suo promesso sposo. Il matrimonio adesso è più distante che mai.
Turia incomincia anzi una sua personale guerra silenziosa: Quinto Lucrezio Vespillone è giunto infatti alle porte di Roma. Probabilmente si nasconde proprio all’interno del vasto fundus rustico di Turia.
Turia organizza per il marito latitante una rete di rifugi segreti; fa fondere oro e gioielli di famiglia per assicurargli liquidità; addestra dei servitori fedeli che invia al marito. E arruola anche un nuovo esercito di guardie armate che mette a sua disposizione, pronte per ogni evenienza ( Fig. 2 ).
Il marito, nella Laudatio, ricorda questo periodo di latitanza con parole memorabili: “Amplissima subsidia fugæ meæ præstitisti, callide deceptis adversariorum custodibus absentiam meam locupletasti” (col. 2, 2-5). Che tradotto significa: “Turia, durante la mia latitanza mi hai dato aiuti enormi, e con la tua astuzia hai fregato i sorveglianti dei Triunviri, facendomi arrivare tutto ciò di cui avevo bisogno”. Insomma Turia è l’aiutante perfetta: di giorno tesse la lana in casa della suocera, di notte salva e resta fedele al promesso sposo senza la minima esitazione: “cum fidissuma permansisses” (col. 2, 2.43).
Poi arriva il gesto più audace: Turia decide che è arrivato il momento di uscire allo scoperto. Turia sa leggere il suo tempo e ha capito che tra i Trinviri ci sono delle frizioni, ed è il momento di sfruttarle a suo vantaggio.
Turia si presenta di persona dal triunviro Lepido, per implorare clemenza per il suo promesso sposo. Lepido, però, si rifiuta di riceverla: dice che non parlerà con una zitella, una “donna di nessuno”. Ma Turia non demorde: svicola dalle guardie e si presenta proprio al cospetto di Lepido. È lì che Lepido reagisce in un modo che con occhi moderni giudicheremmo folle, ma era in linea con i costumi del suo tempo: comincia a malmenare Turia brutalmente, a mani nude, infliggendole “crudelia vulnera” (col. 2, 17), ferite sanguinose.
Lepido è brutale. La getta a terra: “ad eius pedes prostrata humi” (col. 2, 2.13-2.14), colpendola a calci come si fa con una schiava ribelle.
Turia sapeva che sarebbe finita così. Tutti a Roma hanno assistito alla scena. È il pretesto che ha cercato e ottenuto per fornire all’altro triunviro, Ottaviano, un buon motivo per sconfessare Lepido. All’istante, Ottaviano scrive l’ordine di revoca della proscrizione di Quinto Lucrezio Vespillone, e fa scortare Turia dalle sue guardie fino dal triunviro Lepido, imponendogli di eseguire l’ordine. Turia adesso è impiedi e guarda Lepido negli occhi: Ottaviano lo ha costretto a piegarsi.

Proscrizioni e guerre civili: Turia strappa Vespillone alla morte
Vespillone, quando lo viene a sapere, quasi non ci crede: adesso può finalmente tornare a Roma, da libero libero. Nella Laudatio Vespillone scrive che deve la vita, in egual misura, a Turia e a Ottaviano: “Ita non minus pietati tuæ quam Caesari me debeo” (col. 2, 2.2-2.3) ( Fig. 3 ).
Intanto, la partita militare decisiva si gioca lontano da Roma. Nell’ottobre del 42 a.C., a Filippi, in Grecia, gli eserciti dei Triumviri affrontano i cesaricidi Bruto e Cassio. La vittoria dei Triunviri è netta: i cesaricidi sono annientati, la Res publica adesso è saldamente nelle mani di tre padroni ormai senza rivali.
Dopo Filippi l’Italia conosce un nuovo trauma: per ricompensare i veterani di guerra, si devono ora confiscare nuove terre per assegnarle loro. Le terre vengono requisite soprattutto nell’Italia centrale e le requisizioni non sono indolori: tra il 41 e il 40 a.C. scoppia un’insurrezione armata dei proprietari terrieri. La penisola è sconvolta da tumulti e carestie. I magazzini a Roma si ritrovano vuoti.
La coppia affronta la prima prova comune: debbono difendere i patrimoni fondiari di entrambi sia dalle requisizioni forzose sia dalle bande dei rivoltosi. Ci riescono: i loro beni non vengono toccati. E quando Ottaviano espugna la roccaforte dei rivoltosi, Perusia (febbraio 40 a.C.), e concede la clemenza generale, Turia e Vespillone tirano finalmente un sospiro di sollievo.
La situazione politica resta ancora tesa, ma a Brindisi (settembre 40 a.C.) e poi a Miseno (luglio 39 a.C.) i Triumviri rinnovano i patti di accordo tra di loro.
Segue un periodo di tregua precaria. Le navi adesso tornano a risalire il Tevere cariche di grano. Turia e Quinto Lucrezio Vespillone approfittano di questo tempo per ristabilire una quotidianità vigile, riordinando conti familiari, restaurando le loro domus e ville dopo anni di incertezza.
La tregua concordata tra i Triunviri, però, non dura. Nel 38 a.C. la pace con Sesto Pompeo, che controlla la Sicilia e i mari come un pirata, si rompe. Ottaviano, con l’aiuto del fidato generale Agrippa, prepara una poderosa flotta per stanarlo. Lo scontro decisivo arriva il 3 settembre 36 a.C., a Nauloco: le forze pompeiane sono definitivamente annientate.
Intanto, con il pretesto di un complotto, Lepido è esautorato ed esiliato: l’uomo che un tempo aveva gettato Turia a terra “come una schiava” esce definitivamente dalla scena. Da allora i Triunviri rimangono due: Ottaviano e Marco Antonio.

Tempi felici, nessun figlio: una vita insieme fino alla Laudatio
Mentre Turia e Vespillone cercano finalmente una vita comune, anche la lunga guerra per il potere arriva al suo epilogo. Ottaviano sconfigge Antonio e Cleopatra ad Azio nel 31 a.C.; l’anno seguente Alessandria cade e il giovane erede di Cesare resta senza rivali. Nel 27 a.C. il Senato gli conferisce il titolo di Augusto. È il punto in cui la vicenda privata di Turia incrocia, senza diventarne il centro, la nascita del nuovo ordine politico.
Per Turia e Vespillone adesso “felicia tempora contigerunt.” (col. 2, 26): incominciano i tempi felici. Dopo anni di guerre e di proscrizioni, la loro vita è finalmente al sicuro. Insieme.
Dopo anni di rovesci, Turia e Vespillone prosperano, in questo equilibrio regolato. La loro vita privata si distende: i conti familari sono in ordine, i fondi rustici e le ville sono vigilati da guardie.
Per la coppia incomincia la stagione del prestigio pubblico. Nell’anno 19 a.C. Quinto Lucrezio Vespillone viene addirittura nominato console. La felicità della coppia è al culmine.
Ma al di là delle cariche, ciò che la Laudatio celebra è la solidità domestica: la gestione comune dei beni, la beneficenza in gran segreto verso i parenti meno fortunati, una reputazione solida costruita di giorno in giorno, senza clamori.
C’è però ancora un’ombra, un’ultima prova: la coppia non riesce ad avere figli. Il motivo è persino facile da immaginare: hanno atteso così tanto per sposarsi che forse sono ormai troppo anziani per averne.
Le nuove leggi augustee sulla moralità familiare (18-17 a.C.) premiano però chi genera eredi e al contrario penalizzano chi ne resta privo. Se il console Vespillone non genera prole è un pessimo esempio per l’Urbe.
In questo clima, la pietra incisa della Laudatio Turiæ ci restituisce la scena più disarmante, l’ultimo colpo di coda di Turia. Turia “de divertio elocuta es” (col. 2, 2.32-2.33), offre al marito il divorzio ( Fig. 4 ).
È un divorzio pianificato, affinché il marito possa risposarsi con una donna in età fertile. Lei si farà da parte, ma considererà comuni i futuri bambini e non richiederà di dividere i beni familiari. Vespillone ricorda questa offerta con parole struggenti: “Quom ex te liberos habere non possem, per te tamen haberem” (col. 2, 2.49-2.50). Ovvero: “Se non potevo avere figli da te, li avrei avuti per mezzo del tuo sacrificio”. Turia insomma si prepara, insieme, alla obbedienza alla legge e alla suprema prova d’amore.
E qui il colpo di scena finale: Vespillone rifiuta. I due si sono scelti e rincorsi per una vita intera, lui non la lascerà mai per nessuna altra.
E alla fine la quadratura del cerchio viene trovata: Turia e Vespillone adottano insieme delle ragazze orfane, e le crescono come figlie loro. Turia e Vespillone sono così: sanno leggere i tempi che cambiano, e sanno adattarli a un sapere antico.
Il loro matrimonio, ci dice la Laudatio, durerà per quarant’anni: “Rara sunt tam diuturna matrimonia, finita morte non divertio interrupta” (col. 1, 1.27). “Sono rari i matrimoni così lunghi, conclusi dalla morte e non spezzati dal divorzio”. Per l’epoca, quarant’anni è un traguardo davvero invidiabile.
Poi Turia muore, per l’età avanzata verosimilmente.
Lui, vedovo e affranto, decide di commemorare la sua sposa senza eguali con un monumento lungo la Via Campana (andato purtroppo perduto), con affissa la lastra memoriale che è insieme ringraziamento personale e modello pubblico di virtù. La memoria privata diventa lezione collettiva per chiunque passasse per la via.
La lastra è giunta a noi incompleta: ci sono pervenute soltanto 132 righe delle circa 180 complessive. La lacuna più vistosa è proprio nella mancanza del nome della donna (verosimilmente all’inizio della lastra) ma anche del nome del nome del dedicante (alla fine della lastra), cioè il coniuge superstite che commissionò la redazione della “laudatio”, cioè un elogio funebre, dopo la morte della moglie. Sulla base di altre fonti gli studiosi hanno attribuito alla donna il nome di Turia e al marito quello di Quinto Lucrezio Vespillone, anche se l’identificazione è ancora oggi oggetto di dispute accese. La lastra ha preso così il nome di “Laudatio Turiæ”, l’elogio di Turia.
Col tempo la lapide si spezza, i frammenti si disperdono nella terra. Finché nel 1898 degli operai li ritrovano. E gli studiosi ricompongono la storia. Quei frammenti, oggi ricomposti, si possono vedere alle Terme di Diocleziano.
Nelle loro parole rivive il catalogo delle virtù di una donna tenace: il pudore, la mitezza ma anche la forza d’animo, il rifiuto del lusso, la “religio sine superstitione” (col. 1, 1.30-1.31), la religiosità senza superstizione. Ma anche la generosità, fino all’offerta finale (fortunatamente rifiutata) del divorzio dal marito.
La voce di Turia ci arriva così, raccontando in un’unica storia l’intimità familiare di un amore tenace lungo una intera vita, in parallelo con guerre civili, il tempo distopico dei Triunviri e l’inizio di un tempo nuovo, quello del Princeps Ottaviano Augusto.
La Laudatio si conclude con queste parole: “Ultumum sic huius orationis erit omnia meruisse te” (col. 2, 2.67). Come dire: “Turia, la tua vita straordinaria ha meritato dalla prima all’ultima parola di questa orazione”.

In copertina:

(articolo aggiornato il 30 Agosto 2026)



